COPENAGHEN E I PIFFERI DI MONTAGNA di Vincenzo Gagliano

Alla conferenza di Copenaghen sulla“difesa” del clima, l’imperialismo ha subito un duro colpo, mancando innanzi all’opinione pubblica mondiale l’obiettivo primario: porre un freno all’implacabile meccanismo di produzione cinese e al conseguente potere che il PCC sta esercitando sulla gestione del mercato e sugli stati e i monopoli capitalistici. L’imperialismo dal volto umano di Obama, il Nobel per la pace che ricorre in maniera sfrontata all’incremento della guerra, aveva in animo, già con lo scoperto e naufragato recente viaggio cinese, di profittare in modo lurido delle giuste, ma infantili, rivendicazioni dei movimenti ambientalisti per imporre un limite agli indici di crescita delle economie emergenti, in India, in Brasile, ma soprattutto in Cina.

              L’economia capitalista, quella americana in primis, ha conosciuto un’aperta manifestazione di crisi strutturale, tutt’altro che chiusa, a fine 2008 e nel 2009. Sono apparsi in tutta la loro evidenza i danni crescenti, e per molti versi irreversibili per molti decenni, sulla condizione sociale e culturali dei proletari, sull’ecosistema. A Copenaghen i rappresentanti mondiali dell’imperialismo hanno prodotto una messa in scena per far apparire come fenomeni inevitabili, legati all’idea borghese di progresso, la mercificazione della vita umana e della natura. Ma gli ingenti finanziamenti a sostegno della crisi capitalistica, che ammontano a circa tre milioni di miliardi di dollari solo nel corso del 2009, sono serviti esattamente a favorire la riorganizzazione della putredine dell’imperialismo in un ordine del potere di imprese e di stati sempre più oppressivi e pervasivi, per portare più innanzi lo scontro aperto con il comunismo cinese e le resistenze di massa che si organizzano in occidente e in sud america. Il punto debole di questa oligarchia è proprio la tenuta ideologica e sociale del PCC.

Un’alta quota del debito pubblico americano (circa 1000 miliardi) è in mano cinese, degli ottocento miliardi di dollari di investimento dichiarati da Obama ben duecento provengono di fatto dalla ricchezza cinese, che acquista appunto con tale cifra pari al deficit Usa 2009 titoli del debito. A Copenaghen é risultato chiaro che la secolare pretesa dei ceti dominanti d’occidente di riservare i risultati in termini di consumo e di sviluppismo alle aree storiche dell’occidente, scaricandone i costi in termini di pauperismo e dilapidazione delle risorse, di estensione dello schiavismo, questa pretesa non ha più spazi. I pifferi di montagna, convenuti  a Copenaghen per suonare la stessa musica di sempre, sono stati suonati. Un miliardo e mezzo di cinesi, un miliardo e duecento milioni di indiani, cinquecento milioni di sudamericani, decine di milioni di africani sono scesi prepotentemente sul mercato dei beni di consumo e delle produzioni ponendo in tal modo apertamente la sfida al modo di produrre. Questi popoli affermano che il risicato equilibrio ecosistemico, arginato in malo modo negli ultimi tragici decenni, non può essere garantito dalla fame di miliardi di uomini e bambini, dal flagello delle malattie e della schiavitù. Così che appare evidente che il rischio, estremamente concreto, della catastrofe ai danni della specie può essere evitato solo con il rovesciamento del sistema economico statale capitalistico per instaurare il comunismo che capovolge i fini dell’economia, causando la morte dell’epoca della merce e dei violenti e rapaci rapporti proprietari attuali. Uno scontro di enorme dimensione è dunque all’orizzonte; perché non possono certo attivare soluzioni efficaci le ricette di Kioto o le culture comportamentali naturalistiche e biologiche, non hanno più spazio le forze della redistribuzione per rendere dolce l’attività di rapina del capitalismo, perché è stato demolito con l’accerchiamento il tentativo sovietico di produrre in una larga area del mondo uno spazio sociale, culturale, economico, politico e statale dominato dall’obiettivo di soddisfare le esigenze intime e materiali di tutti gli uomini senza alcuna distinzione(la seconda guerra mondiale é stata scatenata per questo, e per questo si è imposta la corsa agli armamenti). La terribile, inevitabile prospettiva della nuova fase bellica del capitalismo ha fatto capolino a Copenaghen con il consapevole, orgoglioso, giusto rifiuto che i rappresentati di Paesi come Cina, Venezuela, Brasile ed altri, che parlavano a nome dei miliardi di uomini da sempre diseredati, di porre limiti alla produzione e ai consumi, un limite che sfacciatamente l’imperialismo non si è mai posto e mai può porsi. Se questo è lo scenario, i comunisti d’occidente, prendendo atto del fatto che gli avvenimenti della storia attuale vengono prodotti fuori dallo storico asse Usa-Europa, devono abbandonare la convinzione di poter avere ancora quello spazio d’operatività quotidiana, di miglioramento delle condizioni proletarie in attesa della fase rivoluzionaria. Il compito nostro è di smascherare ogni giorno le nefandezze dell’imperialismo, di aprire la coscienza di larghe masse ai fenomeni di crisi strutturale del capitalismo e dei suoi danni, di far conoscere i caratteri dello scontro mortale in atto e dell’eroico sforzo di sostenerlo che compie il PCC e il popolo cinese. L’imperialismo è nella sua fase più pericolosa perché la sua opulenza non riesce più ad occultare la povertà e le disuguaglianze crescenti, perché la sua economia non tiene il passo di quelle emergenti, non gli resta che il ricorso generalizzato alla forza che possiede, agli arsenali atomici. L’umanità per liberarsi della millenaria sopraffazione dell’uomo sull’uomo, dovrà passare per questo inferno: è di straordinaria importanza che i proletari siano quanto più pronti ad un tale processo per rendere il più debole possibile la borghesia in Usa e in Occidente al fine di limitare il tempo e i danni dell’agonia capitalista, perché non trascini nel suo baratro l’umanità e il mondo. I comunisti in Italia e in Occidente hanno questo compito. 

Vincenzo Gagliano

 

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