Smascherato il bluff ambientalista degli USA e dell’Unione Europea alla Conferenza di Copenaghen. Di Giuseppe Amata


 

Si è chiusa con un fallimento la Conferenza mondiale sull’Ambiente promossa dalle Nazioni Unite. Strombazzata ai quattro venti soprattutto dal presidente americano Obama, a dimostrazione della <<volontà ambientalista del suo governo>> (molti ambientalisti americani hanno votato per Obama, nonché settori del Partito democratico legati ad Al Gore hanno affidato al presidente Obama il messaggio della difesa ambientale dalla minaccia del continuo riscaldamento globale), ed anche dall’Unione Europea non ha ottenuto il consenso, nella risoluzione finale, dalla stragrande maggioranza dei paesi del G 77 (paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina), i quali hanno smascherato il bluff americano ed europeo denunciando l’arroganza e l’imbroglio dell’imperialismo americano ed europeo.

Alla fine USA ed UE hanno stilato, coinvolgendo la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, per mascherare di fronte ai popoli del mondo il fallimento totale della Conferenza, una generica risoluzione di intenti sulla riduzione delle emissioni nocive di anidride carbonica e anidride solforosa che non è stata nemmeno messa in votazione perché non avrebbe avuto il consenso della stragrande maggioranza dei paesi partecipanti ed è stata presentata con la complicità della presidenza danese dei lavori e della segreteria delle Nazioni Unite nella forma della raccomandazione.

Ma vediamo, al di là della forma, le questioni della sostanza del problema:

1) Il riscaldamento globale, come aspetto principale del fenomeno dell’inquinamento  (usiamo per il momento questo sostantivo) del pianeta, è un problema reale ed è stato affrontato in studi scientifici a partire dagli anni ’70 (Cfr. Barry Commoner ed i fratelli Odum). Esso è legato allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, che è basato sulla continua mercificazione dei processi produttivi per realizzare il massimo profitto anziché sulla soddisfazione dei bisogni sociali della comunità mondiale. Il riscaldamento è un problema fisico enucleato dai principi della termodinamica, inerente qualsiasi processo di trasformazione ed acquista maggiore consistenza con l’intensificazione delle tecniche produttive capitalistiche e con il grande impiego di fonti energetiche che esse impiegano;

2) Il riscaldamento globale, come tutti i fenomeni naturali, non bisogna considerarlo come una tendenza lineare, bensì come una tendenza sottoposta alle leggi della dialettica della natura (al riguardo è importante studiare e capire in profondità non solo il pensiero di Darwin ma anche quello di Engels, quando si parla di ambiente e non limitarsi alle cose apparenti come fanno molti cosiddetti ambientalisti), vale a dire che la temperatura media del pianeta (che è un sistema chiuso, cioè un sistema che scambia solo energia) anche se immediatamente aumenta essa determina continue perturbazioni che sconvolgono il clima delle diverse regioni (nel senso di un maggior caldo ed una brusca inversione al freddo, anche intenso, e poi una risalita, ecc.); non solo ma quest’aumento che porterà in una prima fase allo scioglimento dei ghiacciai e quindi all’immersione delle terre basse (possono essere interessate non  solo le isole del Pacifico e dell’Indiano o le spiagge dei Caraibi e del Bangla Desh, ma anche, per casa nostra, Venezia, l’aeroporto di Fiumicino, quello di Fontanarossa a Catania, ecc.) ed alla desertificazione  delle terre ora semi-aride, in una seconda fase la maggiore evaporazione per il caldo e la distruzione delle piante (che conservano il calore) determineranno una diminuzione della temperatura planetaria;

3) Limitare il riscaldamento globale significa attuare dei processi produttivi non più realizzati tramite il modo capitalistico di produzione; significa coniugare economia-energia-ambiente assecondando le leggi dei trasferimenti energetici in natura che consistono a livello dell’ecosfera di realizzare un bilancio energetico attivo ed al livello di ecosistema (che è un sistema aperto che scambia energia e materia) di assecondare la legge decrescente dei trasferimenti energetici. Ciò significa che quello che impropriamente si definisce energia (o più correttamente cominciando dall’origine dei trasferimenti energetici, la radiazione solare) si scinde in due categorie specifiche:

a) la negaentropia, la quale rappresenta il serbatoio di risorse della vita planetaria e quindi l’ordine;

b) l’entropia, cioè l’inquinamento dell’ecosfera e degli ecosistemi, la quale rappresenta il disordine. Ordine e disordine stanno in unità dialettica. Non c’è ordine senza disordine.

L’ordine rappresenta il risultato di una trasformazione naturale o umana, il disordine rappresenta le condizioni di alterazione da un livello di ordine ad un altro. L’ordine è un equilibrio momentaneo, il disordine è un fattore permanente. Ma mentre la natura in ogni trasformazione (radiazione solare, eruzione vulcanica, alluvione, esondazione, ecc.), pur determinando disordine alla fine realizza un ordine (negaentropia), le trasformazioni economiche non sempre realizzano un ordine (soddisfazione dei bisogni reali della comunità mondiale), pur determinando sempre entropia, anzi spesso realizzano solo un vantaggio (profitto) per chi produce la merce. Ecco quindi, come balza in evidenza ciò che correttamente molti studiosi sostengono da più di 50 anni: la questione ambientale nelle forme del riscaldamento globale è un prodotto del capitalismo e si risolve trasformando il modo di produzione capitalistico e producendo valori sociali al posto dei valori di scambio. Ovviamente sarà un processo tendenziale, avvantaggiato dall’utilizzazione in grande scala di forme energetiche sempre più elevate e complesse (le cosiddette energie alternative). Non si può pensare all’utilizzazione delle “energie alternative” con il modo capitalistico di produzione, basato sulla produzione di merci, perché anche se “l’energia alternativa” riduce il flusso entropico, rispetto a quello emesso da una centrale a carbone od a olio combustibile, una generalizzazione di massa della produzione di merci a tutto il mondo (ritorno dei paesi che avevano o hanno avviato il cambiamento del modo capitalistico di produzione al capitalismo; passaggio al capitalismo delle economie dei paesi in via di sviluppo), con il paradosso di mercificare i beni comuni come l’acqua e le altre risorse naturali (foreste, maree, vento, geotermia, ecc.), significa un ulteriore aumento dell’entropia;

4) Proprio le tre grandi rivoluzioni (la rivoluzione scientifica, tecnica e sociale), come categorie storiche del mondo moderno e contemporaneo, hanno posto l’umanità di fronte al dilemma: socialismo o barbarie. Socialismo, nel senso di una formazione sociale (con le contraddizioni che ovviamente come qualsiasi formazione sociale avrà e non vista come il paradiso terrestre, secondo erronee interpretazioni del vecchio e del nuovo utopismo come deviazione del marxismo e del leninismo) ed inoltre realizzata tenendo conto delle condizioni specifiche di ogni paese e nei tempi che richiederà la storia. Realizzare il socialismo significherà non solo espropriare le grandi ricchezze private e ridurre le diseguaglianze per garantire il benessere a tutti, ma anche coniugare correttamente energia-economia-ambiente sulla sussunzione di due categorie fondamentali:

a) il territorio, cioè l’ecosistema antropizzato (che è un sistema aperto che scambia energia e materia come un semplice ecosistema naturale), considerato unità di produzione per lo svolgimento del calcolo energetico ed economico, nella scelta del giudizio di convenienza per la fattibilità dei progetti al posto dell’azienda (mentre oggi i progetti si scelgono se sono finalizzati al profitto dell’azienda). L’azienda rimarrebbe sottoposta al bilancio energetico ed economico del territorio come contesto di produzione ed unità economica per realizzare dati obiettivi;

b) il valore sociale, come categoria dominante che sostituirà pian piano il valore di scambio in ogni sfera di produzione, il quale circolando ed utilizzandosi in forma collettiva, oltre a soddisfare i bisogni sociali storicamente maturati produrrà una minore entropia;

5) Per le ragioni anzidette i paesi capitalistici oltre a sfruttare la forza-lavoro sfruttano selvaggiamente la natura e viene da sorridere quando si ergono a difensori della natura. Lo fanno perché vogliono imporre ai paesi in via di sviluppo le loro tecnologie e tenerle legate al carro del loro dominio, anche se concedono qualche misera elargizione, come fanno in Italia i concessionari delle automobili, i quali per le loro vendite richiedono “pagamenti dilazionati” o la “supervalutazione dell’usato”. Tutto il discorso sulla diminuzione delle emissioni nocive è finalizzato ai loro interessi economici. Ma i paesi in via di sviluppo hanno smascherato il bluff della “salvaguardia ambientale” e con importanti interventi alla Conferenza, in particolare quello di Hugo Chavez (presidente del Venezuela) ed Evo Morales (presidente della Bolivia) e di altri paesi dell’ALBA (come Cuba e da tempo Fidel Castro insiste nei suoi articoli sul Granma su questa importante questione, oggi prioritaria, per sconfiggere l’imperialismo) hanno affermato una verità irreversibile: per ridurre il riscaldamento globale bisogna imboccare la via socialista;

6) Come risultato diplomatico della Conferenza di Copenaghen,  Stati Uniti ed Unione Europea per evitare un nulla di fatto hanno firmato con una ventina di paesi, fra i quali la Cina, l’India, il Brasile ed il Sud Africa, un testo che rispetto alle loro pretese iniziali egemoniche, si riconosce ai paesi emergenti il loro diritto ad aumentare il loro sviluppo economico. Basti pensare che in questi paesi, soprattutto in India, vi sono regioni dove manca l’energia elettrica e quindi essi non possono partecipare alle riduzioni negli stessi livelli percentuali per come inizialmente proposti da Unione Europea e Stati Uniti. Ed in ultima analisi, ciò che genericamente hanno sottoscritto per loro rappresenta un vantaggio, in quanto rispetto alle indicazioni della Conferenza di Tokyo che fissava al 2015 una riduzione del 15% delle emissioni rispetto al 1990, misura non accettata e quindi non attuata dagli Stati Uniti, nel risultato generico di Copenaghen anche l’Unione Europea che in passato si diceva disponibile alla riduzione ora ha il motivo per eluderla.

7) Quindi per concludere la Conferenza di Copenaghen ha rappresentato oltre il bluff, la beffa e non poteva essere diversamente.

 

Giuseppe Amata

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