IDEALISMO O CONCRETEZZA DI UNA PROSPETTIVA di Amedeo Curatoli

                      

Sembra chiaro che dopo la debacle dei due partiti parlamentari che si richiamano al comunismo e ai suoi simboli, diventa ancora più concreto, o se non altro meno velleitario, per i comunisti che conservano ancora un legame con il marxismo leninismo, confrontarsi e verificare la possibilità di un coordinamento più o meno stabile.  Il fatto che in passato simili momenti di confronto non abbiano dato alcun risultato, non significa che non si debba intraprendere ancora e ancora lo stesso percorso.

                       Per capire che cosa può mai significare per noi “marxismo leninismo” è forse utile aprire una polemica con quei gruppi di compagni che già da tempo si sono messi sulla via del coordinamento e dell’ unificazione. Parliamo della Rete dei comunisti, che chiama a raccolta militanti delle più diverse provenienze politico-ideologiche presentando alla discussione una Piattaforma (Il Bambino e l’acqua sporca. Il Novecento. Comunismo contro capitalismo) che sembra a prima vista molto prudente e problematica ma che in effetti, partendo da un’organica e ragionata decostruzione del comunismo novecentesco, indica con molta chiarezza la presunta  strada assolutamente innovativa da percorrere. La Piattaforma annuncia un passaggio di metodo: se vogliamo fare un’analisi del movimento comunista, vi si legge,  dobbiamo prescindere dall’esperienza storica. Poco dopo viene ribadito lo stesso concetto: “un’ipotesi di lavoro nella ricerca che vogliamo avviare è di non partire da una valutazione basata prevalentemente su una lettura storica. Affermazioni di tal genere farebbero sobbalzare, prima ancora che Marx ed Hegel, Benedetto Croce, o ancor prima Giambattista Vico! Non e’ forse vero che il richiamo costante, l’insistenza sul tema della storia ha costituito l’architrave  delle filosofie di questi autori? Non disse Croce che la tendenza antimetafisica del moderno atteggiamento filosofico consisteva nel ridurre la filosofia ad attività di ricerca storico-culturale abbandonando ogni speculazione trascendente?

 

Due punti di vista sulla legge del valore

 

                      Evidentemente i compagni della Rete dei comunisti, allontanando da sé la realtà immanente del socialismo (che invece è pienamente comprensibile solo se riportiamo, quella realtà, al suo concreto divenire storico) preferiscono trastullarsi con una speculazione trascendente: vale a dire la legge del valore. Affermano, con una certa cautela, che a causa della persistenza (in Russia, ma anche in Cina) della legge del valore (“strettamente collegata al mercato capitalistico”), praticamente il socialismo in quei paesi non c’è mai stato, poiché nell’esperienza socialistica (usano questo termine) del secolo passato, soprattutto nell’Urss del periodo staliniano, dell’insidia che si celava nella legge del valore nessuno aveva capito nulla. “Se la legge del valore -scrivono- è il metro di misura universale delle relazioni sociali nel capitalismo, da cosa va sostituito in una organizzazione sociale diversa?” A questa domanda i partiti comunisti al potere non sono  riusciti a dare risposta, per cui tocca a noi sciogliere l’enigma, ciò che richiede “un alto livello teorico delle capacità soggettive”. Tuttavia, quelle società che i compagni definiscono socialistiche, o ancora più prudentemente non capitalistiche “hanno dimostrato fino ad oggi di essere in grado di sapere -se non raggiungere sicuramente- per lo meno avvicinarsi allo sviluppo capitalistico”. Quindi se le rivoluzioni bolscevica e cinese non sono nemmeno riuscite a completare lo sviluppo capitalistico, vi si sono almeno avvicinate. Ma se i compagni hanno riservato nelle loro analisi sull’insuccesso dei regimi socialistici del novecento  un posto così importante alla legge del valore tanto da farne -ripetiamo- una categoria trascendente, metastorica, lunare, perché mai, invece di scomodare Sraffa, non sono andati alla fonte per confutare direttamente ciò che Stalin nel 1952  ha detto a proposito di questa legge? Egli l’ha trattata in un capitolo a se stante nella famosa opera “Problemi economici del socialismo in Urss” in cui ammise che la legge del valore in Unione Sovietica non solo operava ancora , ma che era di grande utilità per diversi motivi, perché serviva: 1) a educare i dirigenti dell’economia sovietica nello spirito di una direzione razionale della produzione; 2) a insegnare a calcolare le quantità da produrre, a calcolarle con esattezza, a tener conto con altrettanta esattezza delle cose reali della produzione e non a perdersi in chicchiere su “dati orientativi” campati in aria; 3) a cercare, trovare e sfruttare le riserve nascoste che si celano in seno alla produzione e a non dissiparle; 4) a migliorare sistematicamente i metodi della produzione, a diminuire il costo di produzione, a fare una realistica analisi dei costi e ottenere che le aziende siano autosufficienti. Il problema, diceva Stalin, non consisteva nel fatto che la produzione in Urss fosse influenzata dalla legge del valore, ma al contrario, che gli organi dirigenti dell’economia avessero scarsa dimestichezza con essa, perché non la studiavano abbastanza ed erano quindi incapaci di tenerne conto nei loro calcoli.  “Ma significa tutto questo -citiamo per esteso- che l’influenza della legge del valore si eserciti da noi con la medesima ampiezza che nel capitalismo e che questa legge sia da noi la regolatrice della produzione? No, in nessun modo. In realtà il campo d’azione della legge del valore nel nostro regime economico è rigorosamente limitato e circoscritto. Si è già detto che il campo d’azione della produzione mercantile nel nostro regime è limitato e circoscritto. Lo stesso si deve dire del campo d’azione della legge del valore. Non v’è dubbio che l’assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione, sia nella città che nella campagna, non possono non limitare la sfera d’azione della legge del valore e il grado della sua influenza sulla produzione. Nella stessa direzione agisce la legge dello sviluppo pianificato (proporzionale) dell’economia nazionale, che ha sostituito la legge della concorrenza e dell’anarchia della produzione. Nella stessa direzione agiscono i nostri piani annuali e quinquennali e in generale tutta la nostra politica economica, che si basa  sulle esigenze della legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale. Tutto questo insieme di elementi fa sì che da noi il campo d’azione della legge del valore sia rigorosamente limitato e che questa medesima legge non possa nel nostro regime assolvere la funzione di regolatrice della produzione. Così appunto si spiega il fatto “sorprendente” che, nonostante lo sviluppo ininterrotto e impetuoso della nostra produzione socialista, la legge del valore non provochi da noi crisi di sovrapproduzione, mentre la stessa legge del valore, che ha nel capitalismo un vasto campo d’azione, nonostante i bassi ritmi di sviluppo della produzione nei paesi capitalistici, produce in essi periodiche crisi di sovrapproduzione”.

 

Le corde profonde dell’identità

 

                       Come mai i compagni, che evidentemente non ne condividono una sola parola al riguardo, non confutano apertamente Stalin? Forse ne indoviniamo il perché. Dicono che ”le questioni relative ai paesi socialisti toccano direttamente le corde profonde della  identità e della formazione personale” dei compagni, quindi le cose bisogna dirle e non dirle, magari edulcorarle, problematizzarle, formularle con cautela, stare attenti a non ripetere le grossolane e stalinofobiche scemenze controrivoluzionarie bertinottiane. Intendono far passare il loro messaggio senza incorrere nel pericolo di disperdere i compagni faticosamente messi insieme. Dicono che quelli relativi alla storia del comunismo sono argomenti esplosivi, da maneggiare con estrema cura, come fosse nitroglicerina che se gli dai un piccolo colpo ti scoppia in mano. Quindi è meglio parlare sottovoce, senza dare scossoni,  sennò qualcuno potrebbe esplodere: “ma che diavolo state dicendo, compagni?!”.

                      Intanto però, per continuare a decostruire la storia del comunismo, la Piattaforma ripete, con altre parole, la nota tesi trotskista (dogmatica e scolastica) dell’impossibilità del socialismo in un solo paese: “Sappiamo bene che uno degli elementi di crisi della rivoluzione bolscevica è stata la mancata rivoluzione della classe operaia nel resto dell’Europa”, e sembra quasi che Lenin si sia amaramente pentito di aver fatto la rivoluzione  in un paese (la Russia) “non solo arretrato, ma piegato da anni di guerra civile” . La stessa considerazione vale per la Cina (e qui pare di sentire Togliatti):  “Le rivoluzioni fatte, a cominciare da quella cinese hanno avuto come base sociale le masse rurali sfruttate e non le classi lavoratrici dei paesi avanzati”. Quindi rivoluzioni di pessima qualità, non illuminate dalla sapienza dei rivoluzionari dei paesi progrediti come il nostro.

 

Lettura evoluzionistica della nostra storia

 

                      Il XX congresso del Pcus e il rapporto segreto di Krusciov; la rottura del campo socialista a seguito di quel congresso antileninista (rottura che aprì insperati varchi all’egemonia imperialista e fu il prodromo della dissoluzione dell’Urss); le conseguenze nefaste di quel congresso  sui partiti “fratelli” europei; l’inaugurazione, sempre sotto la spinta del revisionismo anticomunista, della “via italiana al socialismo” teorizzata dal Krusciov italiano, tutto ciò è qualunquisticamente declassato dai teorici della Rete a ”feroce competizione tra le diverse forze comuniste”. Questa competizione avrebbe prodotto “un conseguente inaridimento delle capacità teoriche” dei comunisti. Suprema superficialità. Suprema falsità. Fu vero il contrario: la grande polemica che il Pcc condusse contro il Pcus (che iniziò con un lungo editoriale del Quotidiano del Popolo ed aveva per titolo Viva il leninismo!, cui seguirono “Avanti sulla via tracciata dal grande Lenin” e “Uniti sotto la bandiera rivoluzionaria di Lenin”) arricchì teoricamente i marxisti leninisti di tutto il mondo i quali  si schierarono con il Pcc, e quando esplose il conflitto armato sull’Ussuri, fiume di confine fra Cina e Urss, quei compagni seppero da che parte stare. Noi comunisti italiani avemmo la fortuna di leggere una diretta polemica del Pcc contro Togliatti, e il contenuto rivoluzionario di quegli scritti  costituisce ancora oggi una preziosa fonte politica e ideologica di grandiosa attualità, da cui le nuove generazioni di comunisti non possono prescindere se vogliono intendere fino in fondo le mistificazioni sulla pace e sulla guerra, sulla coesistenza pacifica e sulle vie parlamentari al socialismo. Altro che inaridimento teorico, altro che feroce competizione tra “diverse” forze comuniste!

 

                      Mentre i teorici della Rete cercano di non toccare le “corde profonde” dei compagni quando delegittimano la storia del comunismo, allo stesso tempo però si ingegnano ad accreditare il marcio e morente regime borghese imperialista (e proprio per questo tanto più pericoloso e guerrafondaio) attribuendogli capacità egemoniche e rivoluzioni tecnologiche. Non commettiamo, sembrano dire, gli errori dei nostri predecessori che ritenevano imminenti altre rivoluzioni socialiste: dare per acquisita la prospettiva e la possibilità irreversibile del socialismo ha significato incorrere in un vero e proprio errore teorico”. Quindi, come si vede, le cose si mettono per le lunghe,  l’assalto al cielo non è a portata di mano, bisogna aprire una lunga fase di lavoro teorico e politico chiamando a collaborare i compagni delle più diverse provenienze senza ecumenismi, beninteso, ma anche senza arroccamenti identitari. Dunque il partito che i compagni della Rete vogliono costruire non deve dare per acquisita la prospettiva e la possibilità irreversibile del socialismo (che significherebbe ripetere un vecchio errore teorico dei partiti che hanno conquistato il potere), ma adottare il punto di vista della transizione, che richiede grandi capacità teoriche data l’estrema complessità attuale.

                     

                      Ma si può immaginare che noia entrare in un partito così? In un partito in cui, invece di “Proletari e popoli oppressi di tutto il mondo unitevi!” campeggerebbe la scritta: “Perdete ogni speranza o voi che entrate: niente rivoluzione ma solo transizione!”?  Sarebbe, quello, un partito composto da comunisti presi da scoramento, invecchiati, esausti, che hanno consunto tutte le speranze residue e assunto un atteggiamento di commiserazione verso quei militanti che ancora si attardano in sogni di assalti al cielo e ore x, mentre loro si appresterebbero con rassegnazione a ritirarsi a una vita di studio per cercare di capire quanti secoli ancora o millenni occorreranno perché si compia finalmente la Transizione.

 

Che cosa può significare oggi “marxismo leninismo”

 

                      Ecco, per ritornare al punto iniziale: che cosa può mai significare per noi marxismo leninismo? Innanzitutto riappropriarsi, come dice Losurdo, dell’orgoglio della nostra storia, senza sentimentalismi e senza autocoscienze.

                      Soltanto una visione non storicistica delle divergenze nate nel movimento comunista può far nascere l’illusione di fondere in un’unica compagine trotskisti, bordighisti, stalinisti e tutte le altre possibili sfumature di comunismi nati a seguito del crollo del muro di Berlino.

                      Soltanto ritenendo che sia possibile azzerare le cosiddette appartenenze si può chiedere ai compagni (pure usando tutte le possibili cautele) di ritornare punto e daccapo.

                      Soltanto una visione filosofica d’altri tempi può fare iniziare il processo di conoscenza a partire da una presunta “tabula rasa”, cioè da un cervello immerso, per così dire, in uno spazio asettico di vuoto spinto. Un simile luogo metastorico è solo un artificio filosofico, uno spazio puramente immaginario. Figurarsi poi se sia possibile un cammino inverso, vale a dire che una coscienza formata ritorni indietro alla condizione di “tabula rasa”. Per questo le vecchie fratture fra tutti i compagni che si richiamano in qualche modo al comunismo si ripropongono sempre, inevitabilmente, fatalmente. Ogni “arcobaleno”, ogni appello all’unità sotto una semplice bandiera rossa, sotto un semplice simbolo di falce e martello ha storicamente dimostrato di produrre scissioni e scissioni nelle scissioni. I settarismi, gli opportunismi, gli estremismi (infantili o senili che siano) non si esorcizzano con chiacchiere a vuoto sull’unità ma facendo una battaglia per l’affermazione di una linea politica rivoluzionaria formulata ed argomentata con il massimo possibile di chiarezza, una linea politica  che rifugga da formule generiche del tipo “via italiana al socialismo”, “eurocomunismo”, “compromesso storico”, le quali formule, alla stregua dei responsi oracolari, si adattano ad ogni possibile interpretazione e deludono un po’ tutti e allo stesso tempo soddisfano un po’ tutti.

                       La biografia di Lenin, tanto per prendere a modello uno che la rivoluzione proletaria l’ha fatta e l’ha vinta, il suo infaticabile lavoro quotidiano di teorico e organizzatore politico stanno a dimostrare che la via aspra e difficile della lotta politica di principio è l’unica che alla fine si dimostra all’altezza dei compiti storici a cui vengono chiamati i partiti comunisti nelle crisi rivoluzionarie.

                      Per i comunisti di oggi il richiamo al leninismo deve significare lotta di principio per unire i compagni sulle grandi questioni della nostra epoca: la valutazione storica dell’Unione Sovietica; la valutazione storica della Repubblica popolare cinese; l’analisi dell’imperialismo oggi; i pericoli incombenti di guerra termonucleare. Se non si parte preliminarmente da questi capisaldi è illusorio parlare di tattica e strategia. Naturalmente, per sciogliere questi nodi occorre studiare, approfondire, dimostrare. E se nelle nostre analisi riusciremo ad assimilare le grandiose lezioni di concretezza tramandateci dai grandi rivoluzionari del passato (e l’impostazione teorica che ne danno i compagni della Rete non si conformano a quella concretezza) allora si aprirà una entusiasmante prospettiva e ci avvieremo davvero alla nascita di un partito rivoluzionario come quelli che già esistono in Grecia e in Portogallo.

 

                                                                                                                Amedeo Curatoli

 

 

 

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