DOGALI, KABUL E SAVIANO

La prima impresa coloniale dell’Italia monarchica post- unitaria fu attuata dal governo Depretis ai danni dell’Eritrea, che all’epoca faceva parte, insieme all’Etiopia, dell’impero Abissino. Agli orrendi crimini dell’esercito invasore il popolo abissino oppose una disperata resistenza e in un memorabile scontro nei pressi di Dogali, piccola città che distava pochi chilometri da Massaua, inflisse una dura  sconfitta all’esercito italiano che costò la vita a quattrocento soldati. Quella battaglia passerà alla storia con il nome di Eccidio di Dogali. Come reazione vi fu nel nostro paese un’ondata di nazionalismo “patriottico” che si accompagnò a rigurgiti razzisti contro le “dense orde abissine”. Giosué Carducci scrisse una lettera al sindaco di Roma -siamo nel gennaio del 1887- chiedendogli di innalzare un monumento ai caduti italiani in Africa, e si potevano leggere versi di questo tenore: 

 Vestite a bruno, nel silenzio piangono  L’itale madri i quattrocento forti . La patria no, pianger non deve. A Dogali vinsero i nostri morti. 

Oggi, i tempi sono mutati, e cosi anche gli stili letterari ma -cosa stupefacente!- la sostanza politica resta imutata. La insopportabile, stomachevole retorica ottocentesca che nascondeva i misfatti delle sanguinose conquiste coloniali cede il posto ad un linguaggio più accorto e meglio organizzato. Le odierne classi dominanti hanno affinato la loro astuzia. Dicono: in tutto l’Occidente regna la Democrazia, andiamo in Iraq, Afganistan, Pakistan per instaurare la democrazia anche lì. Sacrifichiamo i nostri eroici soldati per salvaguardare la Civiltà, per combattere il “terrorismo”, il burka,  il “fondamentalismo”.                  Esiste anche una versione di “comunismo occidentale” (di cui Bertinotti è caposcuola) che dà una mano alla quotidiana propaganda imperialista quando afferma che terrorismo e guerra sono due facce della stessa medaglia. Vogliamo però soffermarci sul ruolo che svolgono gli intellettuali di oggi nel lavoro sporco di avallare, di fatto, la menzogna imperialista della democrazia esportata. Il celebre e celebrato autore di “Gomorra” si associa al pianto della stampa borghese per i sei parà della divisione Folgore uccisi da una bomba a Kabul, e sostituisce alla retorica, che sicuramente egli aborrisce, un artificio sociologico. Scrive, per farsi accettare da chi lo legge, che sono quasi tutti meridionali i giovani  che si arruolano nell’esercito dello Stato, e che lo fanno  per rifiutarsi di militare nell’esercito della camorra. Che è, questa, una generalizzazione discutibile. Ma ciò che rende assolutamente accettabile da parte dell’establishment borghese la prosa del giovane scrittore tanto da farne un “opinion maker” e mettergli a disposizione la prima pagina di uno dei principali quotidiani nazionali è la rappresentazione falsa del dramma che vivono quei popoli aggrediti dagli Usa e dalla Nato. Dei massacri indiscriminati quotidianamente compiuti di gente inerme ivi compresi i bambini, massacri che i cosiddetti alti comandi declassano cinicamente a danni collaterali, non vi e’ traccia nell’articolo di Saviano, e la guerra di liberazione nazionale che quei popoli aggrediti stanno eroicamente conducendo, diventa guerra per bande, dove non meglio specificati signori della guerra e della droga dispongono “di tanto danaro per imbottire un’auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti (!?) a farsi esplodere”.                 Saviano non è nuovo a prese di posizione di tal genere. Nello scorso febbraio, si era appena compiuto il crimine mostruoso (oggi riconosciuto tale anche dall’Onu) del bombardamento di Gaza, il presidente sionista Peres disse allo scrittore napoletano che anche loro in Israele avevano la loro camorra, e che quella camorra era costituita da Hamas. Saviano deve aver condiviso l’ingiuriosa menzogna di Peres perché l’ha riportata sul suo blog personale senza alcun commento. Affermò anche, in un’altra occasione, che l’Eta (organizzazione armata basca) trafficava con la cocaina in combutta con le Farc (Forze armate rivoluzionarie di Colombia) ottenendo in cambio “appoggi ed armi dalla camorra” (il che, tra l’altro, equivale a diffondere l’idea che le lotte armate sono una faccenda di delinquenza comune mentre la camorra viene indicata come una forza reazionaria internazionale tipo Cia).                 Quando scrisse il suo famoso libro Saviano conquistò affetto e stima da parte del mondo giovanile che vide in lui l’interprete realistico e disilluso dello schifoso mondo borghese, dimostrò che la piaga della criminalità mafiosa era, a dispetto dell’ipocrisia dell’establishment, irrimediabilmente incurabile perché mafia camorra e ‘ndrangheta costituivano nel loro insieme uno dei poli del capitalismo italiano. Ed è segno dello sfacelo ideologico (come direbbe Lenin) dei nostri tempi il fatto che lo scrittore napoletano stia così rapidamente dissipando quel patrimonio.

E.F. 

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