Oggi l’imperialismo è uno

Prima che accadesse la Prima Guerra mondiale e, in conseguenza di essa la Rivoluzione d’Ottobre, Lenin defini’ la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo nell’epoca dell’imperialismo, e ne derivò che anche in un paese capitalistico preso singolarmente fosse possible instaurare il socialismo. In effetti, la Guerra del 14-18, la rottura della catena imperialistica nel suo anello debole (tale si rivelò la Russia zarista) e la conquista del potere da parte dei bolscevichi confermarono la veridicità di quella legge. Nel 1925, nella lunga polemica (che si protrasse per quattro anni dopo la scomparsa di Lenin) sulla possibilità o meno di costruire il socialismo in un solo paese, Trotski e Zinoviev (il quale ultimo dopo essere stato la punta di lancia contro le tesi trotskiste vi si converti’) misero in discussione quella legge con l’argomento che anche in regime di capitalismo libero-concorrenziale vi fossero forti differenze economiche fra i vari Paesi capitalistici e che, anzi, queste differenze risultavano molto più accentuate di quanto non lo fossero nell’epoca dell’imperialismo. In quella occasione Stalin ((J.V. Stalin- Works- vol 8. Foreign languages publishing house. Moscow, pag. 326-330) non solo difese la legge scoperta da Lenin ma ne chiari’ ulteriormente il significato e le deduzioni politiche che da essa conseguivano. E’ vero che nella fase del capitalismo pre-monopolistico – egli spiegava – gli squilibri economici fra i vari Paesi capitalistici erano molto accentuati a causa dei rispettivi ritmi di sviluppo relativamente lenti. Per cui poteva darsi che un singolo paese economicamente più avanzato (per una serie di circostanze storiche e politiche) conservasse, per un lungo o lunghissimo periodo di tempo, una posizione di netto predominio sugli altri. Ed è appunto ciò che accadde all’Inghilterra che fu in grado di sopravanzare, da un punto di vista dello sviluppo industriale, tutti gli altri paesi capitalistici che le rimasero indietro per più di cento anni. Ma nell’epoca dell’imperialismo – diceva Stalin – mentre le differenze economiche fra i vari Stati sono meno acccentuate che in passato (poiché l’espandersi del capitale monopolistico implica un ampliamento della tecnologia industriale e militare senza precedenti in tutti i Paesi capitalistici) tuttavia l’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è incomparabilmente più grande e si manifesta in maniera più acuta di prima, ciò che porta necessariamente ed inevitabilmente ad una corsa spasmodica per la conquista di nuove tecnologie, ad una situazione nella quale i paesi industriamente più indietro superano, in un periodo più o meno breve quelli che precedentemente erano i più avanzati , e ciò non può non creare le precondizioni per giganteschi scontri armati. Infatti alla Germania negli anni ’20 e ’30 del Novecento occorsero solo un paio di decenni per raggiungere e superare i livelli di sviluppo dell’industria e degli armamenti dell’Inghilterra.

Da quali presupposti – chiariva ulteriormente Stalin – muove la legge dello sviluppo ineguale? Dal fatto che:
1. il vecchio capitalismo pre-monopolistico si è espanso fino a diventare capitalismo monopolistico, imperialista;
2. la divisione del mondo in sfere d’influenza fra i vari gruppi imperialisti è già completa;
3. lo sviluppo economico mondiale (oggi si direbbe “globalizzato”) procede per mezzo di lotte mortali, disperate fra i vari gruppi imperialisti per la conquista di mercati, materie prime, e per espandere e allargare le vecchie sfere d’influenza o impossessarsene di altre;
4. questo sviluppo non è uniforme, regolare, ma spasmodico: Stati che avevano un posto di predominio nei mercati mondiali devono fronteggiarne altri giunti al loro livello e che ambiscono a nuove spartizioni;
5. queste nuove spartizioni possono avvenire solo attraverso l’uso della forza;
6. tale stato di cose non può portare che ad un indebolimento dell’imperialismo e crea la possibilità della rottura della catena imperialistica in singoli paesi.

Come si può dunque – concludeva Stalin – confondere le differenze economiche dei paesi capitalistici del periodo precedente con lo sviluppo ineguale dell’epoca dell’imperialismo?
La Seconda guerra mondiale e il sorgere del campo socialista come sua conseguenza è stata, ancora una volta, la prova della veridicità e validità della legge leniniana dello sviluppo ineguale. Citiamo ancora una volta l’esempio della Germania: dopo essere stata messa in ginocchio dal trattato di Versailles la nazione tedesca che non doveva – secondo la volontà delle potenze vincitrici – mai più risollevarsi, fu invece in grado, nel volgere di pochi anni, di ripristinare il suo apparato industriale e sviluppare in modo “spasmodico” il potenziale bellico per poi lanciarsi nell’avventura di germanizzare il mondo. Avventura insensata, secondo la mentalità di una persona normalmente raziocinante, ma niente affatto tale nella logica feroce e sanguinaria dell’imperialismo che fa della mancanza di senno la sua suprema ratio e il motore del suo sviluppo e della sua rovina.

Ma torniamo alla legge dello sviluppo ineguale e chiediamoci se essa può avere validità ancora oggi. La “spasmodica” competizione politico-economica che spingeva Stati imperialisti (o gruppi di stati alleati fra loro) a sovvertire “l’ordine mondiale” esistente (vale a dire una nuova spartizione del mondo già spartito), presupponeva il raggiungimento di una una forza militare in uomini e armamenti a tal punto sviluppata da reggere un confronto armato nella certezza di sopraffare l’avversario e conseguire la vittoria. Il secolo scorso è stato il teatro di due gigantesche guerre imperialiste, la seconda delle quali ha avuto una straordinaria particolarità: a un gruppo di Stati imperialisti (Germania, Giappone, Italia) se ne è contrapposto un altro (Inghilterra, Usa, Francia) che pero’ si sono alleati militarmente con uno Stato socialista (l’Urss). Nonostante ciò, il carattere imperialista di quella guerra, rispetto alla precedente, non mutò affatto. L’Urss , che resse il maggior peso della guerra e pagò un tributo di sangue – nel giro di pochi anni – senza precedenti nella storia, si avvantaggiò della vittoria militare espandendo il campo socialista (grazie alla rottura di altri anelli deboli della catena imperialista) .

Nella ossessiva propaganda postbellica (e che prosegue fino ai giorni nostri) gli Stati Uniti si accreditano come i difensori della democrazia e della “libertà”, ma, già come avvertivano i comunisti sovietici e cinesi, gli Usa, all’indomani stesso della guerra (finanziando e armando di tutto punto il “generalissimo” fascista Shang Kaishek in Cina, e aggredendo poi la Corea) avevano preso il posto della Germania hitleriana. Protetti da due Oceani, gli Stati Uniti non solo non subirono distruzioni sul proprio territorio, ma trassero giganteschi vantaggi dalla guerra e rafforzarono la loro posizione di prima potenza imperialista, distanziando di varie lunghezze tutte le altre.
Durante la Guerra fredda le spese degli Usa in armamenti atomici ammontavano mediamente, ogni anno, a 4 miliardi e 200 milioni di dollari, ma con la fine di quel periodo storico le spese, invece di diminuire, sono andate via via crescendo : nel corso dell’amministrazione Clinton il budget annuale in armi nucleari era di 5 miliardi e 200 milioni di dollari. Successivamente il National Nuclear Security Administration ha previsto che gli aumenti (ripetiamo:per sole armi nucleari) raggiungeranno, entro il 2012, la cifra di 7 miliardi e 400 milioni di dollari all’anno (consigliamo di consultare il sito www.alternet.org e leggervi l’articolo “Is Bush leading us to Nuclear War?”, articolo molto documentato e con precisi riferimenti bibliografici delle fonti).

Un imperialismo senza adeguata potenza militare non è imperialismo. Oggi nel mondo l’imperialismo si è ridotto ad uno solo, quello statunitense. Potreste mai immaginare l’Unione Europea (che non è uno stato e nemmeno lontanamente una federazione di stati tipo gli Usa) che decide di mettersi in concorrenza con i guerrafondai della Casa Bianca per sostituirsi ad essi nelle trecento e piu’ basi militari sparpagliate in tutte le latitudini della Terra? E’ un’ipotesi ridicola, prima di tutto per motivi politici: l’Europa è un aggregato socio-politico infinitamente piu’ complesso e articolato degli Usa, dove esistono schieramenti politici, culturali ed ideologici molto meglio definiti, che creano un quadro politico molto piu’ movimentato rispetto al falso, asfittico e talora farsesco bipolarismo democratici-repubblicani di oltre-oceano, bipolarismo che lascia nelle mani del Presidente i poteri illimitati di un monarca assoluto. Un’Europa (UE) che si metta a competere in armamenti termonucleari con gli Usa è un’ipotesi ridicola anche se se ne considera l’aspetto puramente economico: come potrebbero i vari stati dell’UE decidere – perche’ decisioni del genere non potrebbero mai far capo ad un “governo centrale” di Strasburgo – come potrebbero decidere di decuplicare le loro spese militari abbassado ulteriormente il tenore di vita di decine di milioni di cittadini impunemente? E i cosiddetti parametri di Maastricht dove andrebbero a finire? Che senso ha quindi parlare di “imperialismo europeo”? L’imperialismo non è un sentimento disdicevole dell’animo, l’imperialismo non è neanche semplice potenza militare, ma – ripetiamo – potenza militare capace di scatenare una guerra con la certezza della vittoria per rimettere in discussione gli assetti mondiali, per redistribuire a suo vantaggio le sfere d’influenza, per controllare definitivamente i flussi mondiali del petrolio ecc.
Tuttavia, dire che l’UE non e’ imperialista non equivale a riconoscere un titolo di merito alle “sue” borghesie. Nient’affatto. Esse sono classi marce, decadenti, tradizionalmente complici dell’imperialismo Usa, legate ad esso da patti aggressivi e da accordi militari segreti, sono classi di tradimento nazionale poiche’ alcuni Stati (e fra essi l’Italia) hanno ceduto parti di sovranità territoriale (di cui uno Stato dovrebbe essere gelosissimo custode) per fare installare agli Usa impianti e basi militari di cui non si sa niente. Pero’ altra cosa sono i servi, altra cosa i padroni. La borghesia europea, ripetiamo, classe marcia fin nelle midolla e in tutte le sue sfumature, non è imperialista. Non lo è per un motivo molto semplice: non puo’ esserlo piu’, dal momento che il gap tecnologico-militare Europa-Usa è irreversibilmente incolmabile e pone quella borghesia di fronte al dilemma se continuare ad essere il lacche’ degli Stati Uniti oppure volgere lo sguardo in altre direzioni. E la questione e’ aperta, non e’ affatto decisa: se dicessimo che l’asservimento a Washington è l’inevitabile destino dell’UE, scivoleremmo su posizioni ultraimperialiste, seguiremmo cioè la teoria controrivoluzionaria di Negri fondata sulla micidiale semplificazione del quadro mondiale (semplificazione antistorica ed antimarxista) che vede schierati un cosiddetto impero (armonico e privo di contrasti) da una parte, e le cosiddette moltitudini dall’altra. Gli Usa vogliono fare dell’Europa (e già lo stanno facendo) un loro avamposto militare, e cio’ creera’ contrasti. Quando Francia e Germania non vollero seguire gli Usa nell’impresa in Iraq, fu quello un clamoroso atto di rottura, un chiaro segno di ribellione al loro tradizionale “alleato”.

Un discorso a parte, invece, meritano i due principali Paesi che sono in grado di fronteggiare militarmente gli Stati Uniti, Cina e Russia. Ora, nell’ipotesi che li considerassimo facenti parte del campo imperialista (su tale questione i trotskisti sono quelli che nutrono meno dubbi di tutti poichè nella loro tradizione ideologica e “teorica” fondata sull’incrollabile dogma delle “burocrazie al potere” il socialismo non c’è mai stato, da nessuna parte) in tale ipotesi, dicevamo, la legge dello sviluppo ineguale – nei termini in cui la esposero Lenin e successivamente Stalin – sarebbe tuttora operante. Un simile punto di vista, se corrispondesse alla realtà , sarebbe semplicemente catastrofico, perché allontanerebbe sine die la rivoluzione antimperialista mondiale e affiderebbe al solo movimento per la pace e alle sole pratiche pacifiste delle “moltitudini” l’illusoria speranza di allontanare una terza guerra mondiale che sarebbe vista, alla stregua delle due precedenti, come guerra puramente e semplicemente inter-imperialista.

Come stanno in realtà le cose? La Russia non è un paese imperialista, non ha e non puo’ avere mire egemoniche mondiali. Paese sterminato, è ricchissimo di risorse energetiche e materie prime. Mosca si deve difendere dall’aggressività di Washington che fomenta “rivoluzioni arancione” per disgregare ulteriormente sia da un punto di vista politico che territoriale cio’ che resta della defunta Unione Sovietica. E si deve difendere anche e soprattutto militarmente (cosa che sta facendo) poiché gli Usa, con la ignominiosa e ridicola scusa di “proteggere” l’Europa dagli “stati canaglia”, intende completare, attraverso l’installazione del cosiddetto scudo spaziale presso i loro confini, l’accerchiamento strategico di Russia e Cina in vista di un attacco nucleare a questi Paesi. Di fronte alla incredibile menzogna che lo scudo spaziale alle porte della Russia non rappresenta per essa alcun pericolo (il che dimostra a quali livelli di stupidita’ e disprezzo dell’altrui intelligenza puo’ giungere la diplomazia yankee), Putin ha risposto con una verita’, ha detto che gli Stati Uniti si stanno comportando come il Terzo Reich.

La Cina è uno Stato socialista retto da un grande partito comunista che non si è sciolto nè ha deciso di cambiar nome, un grande partito comunista forte di circa cento milioni di iscritti il quale, al contrario di cio’ che fece delittuosamente Krusciov con Stalin, non ha demaoizzato il proprio passato. La Cina, grazie a Deng Xiaoping, ha imboccato la via (spregiudicata e, ovviamente anche irta di pericoli) di una colossale Nuova politica economica imprimendo una svolta, nello sviluppo economico del Paese, di portata storica mondiale. La Cina è un Paese in ascesa, proteso non verso il “capitalismo”, come dicono i comunisti chiacchieroni d’Occidente, ma nella direzione della soluzione dei suoi secolari problemi di sottosviluppo, è un Paese che nel volgere di pochi anni è giunto a possedere una tecnologia spaziale di prim’ordine, in grado di mettersi al passo con quei Paesi che tradizionalmente ne avevano il monopolio (Usa e Unione Sovietica). Il grande paese asiatico, che ha stipulato un’alleanza militare con la Russia, si prepara a rispondere a qualsiasi livello ad eventuali atti di guerra da parte degli Usa. A luglio di due anni fa un generale di stato maggiore dell’Esercito popolare di Liberazione avverti’ Washinghton che “sarebbe meglio” preoccuparsi della sicurezza di Los Angeles piuttosto che di quella di Taipeh (capoluogo di Taiwan).
Dall’orrore per la carneficina della Seconda guerra mondiale si levò dappertutto un potente moto di protesta e rabbia contro le guerre, contro gli armamenti di distruzione di massa che ridussero l’Europa a un cumulo di macerie e provocarono cinquanta milioni di morti e forse più. L’Onu, che si costitui’ il 26 giugno del 1945 a San Francisco, fissò nella sua Carta l’obiettivo di “risparmiare alle future generazioni il flagello della guerra”. Ma all’indomani stesso di questa roboante dichiarazione (soltanto la distruzione dell’imperialismo può eliminare le guerre) gli Stati Uniti sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Il Giappone era sul punto di arrendersi, dunque ancor più odioso e criminale apparve quell’atto terroristico apparentemente insensato ma che fu un avvertimento all’Unione Sovietica e a tutti i popoli. Badate, vollero dire gli Usa, siamo noi, da oggi, i padroni del mondo.

Il 19 giugno 1946 Andreij Gromiko lanciò la proposta di distruggere gli armamenti atomici esistenti e di cessarne, categoricamente, la produzione e l’uso. Per tutta risposta gli Usa rifiutarono di sopprimere il loro arsenale nucleare, rifiutarono di impegnarsi a non usare tali armi, non solo, ma il 1 luglio 1946 attuarono il primo test atomico del dopoguerra sull’isola di Bikini. Il 29 agosto 1949 l’Urss spezzò il monopolio atomico Usa e il 1 gennaio 1950, come risposta, Truman ordinò di costruire “superbombe” che dovevano essere migliaia di volte più potenti di quelle lanciate sulle due città giapponesi. Nacque cosi’ la bomba all’idrogeno il cui test avvenne il 1 novembre1952, e ancora una volta l’Urss fu costretta, per autodifesa, a non lasciare, nemmeno questa volta, il monopolio termonucleare agli Usa e costrui’ anch’essa la bomba all’idrogeno.

Il movimento mondiale per la pace che aveva alla testa l’Unione Sovietica cresceva, teneva Washington sotto pressione. Si apri’ cosi’ l’era delle trattative Usa-Urss per la riduzione degli arsenali atomici. Da allora sono trascorsi 60 anni e la storia ha dimostrato che quegli “accordi”, variamente denominati, raggiunsero solo lo scopo di seminare illusioni nell’opinione pubblica mondiale. Questi 60 anni hanno anche inoppugnabilmente messo in evidenza che la responsabilità per la corsa agli armamenti nucleari e quindi per la proliferazione dei medesimi, ricade interamente sull’imperialismo americano. Se ne ha una lampante riprova proprio in questi giorni con l’installazione dello “scudo spaziale” ai confini della Russia: quest’atto di guerra si inserisce pienamente nella tradizione di arroganza e aggressività dell’imperialismo Usa, che costringe necessariamente la Russia a ricorrere a nuovi armamenti. L’arroganza e aggressività degli Usa hanno indotto, negli anni, un numero crescente di Paesi a dotarsi anch’essi di armi nucleari.

Fin dall’inizio, mentre fingevano di trattare, gli Usa stilavano dettagliati piani di attacchi nucleari. Due storici inglesi, negli anni ’80, citando documenti desecretati cui ebbero accesso, scrissero: “I bersagli sovietici venivano codificati secondo una tipologia – una città, un complesso industriale o un aereoporto – e quindi elencati nel Rapporto Annuale dell’Emergency War Plan. Il Piano “Broiler” prevedeva di sganciare 34 bombe atomiche su 24 città. Il Piano “Trojan”, l’anno successivo, ne elencava 70 di città su cui far piovere 133 bombe, e il Piano “Offtakle”, del 1949, prospettava l’attacco a 104 città con 220 bombe e altre 72 da tenere come riserva”. E più avanti: “Nel 1980 il Piano SIOP (Single-Integrated-Operation-Plan) includeva, nel progetto di attacco, lo sbalorditivo numero di 40.000 potenziali bersagli” (Peter Pringle & William Arkin: Nuclear war from the inside, Sphere Books Limited, London, 1983, pp.32, 37, nel sito Counterpunch. Il saggio dal titolo: “Disarmament Negotiations” è di N.D. Jayprakash). Come si vede, mentre gli Usa “negoziavano”, allo stesso tempo pianificavano l’annientamento totale dell’Urss e lo sterminio di decine di milioni di sovietici. Chi può escludere che vi siano oggi altri piani segreti di attacchi termonucleari a Cina, Russia, Stati canaglia vari e forse anche all’Europa occidentale? Chi lo può escludere se non un Candido pacifista che crede di vivere nel migliore dei mondi possibili in cui basta scendere in piazza per evitare che accada una cosa tanto orrenda come una guerra termonucleare?
Negli anni ’50 e ’60 il movimento per la pace era davvero una “grande potenza”, incomparabilmente più forte e strutturato di quanto non lo sia oggi: quando il Consiglio mondiale della Pace (di cui facevano parte scienziati, scrittori, artisti e alla cui testa vi erano intellettuali di spicco come Neruda e Picasso) lanciò l’Appello di Londra che chiedeva la totale messa al bando delle armi nucleari, suscitò l’appoggio entusiastico di cittadini in tutto il mondo valutati in numero di 500 milioni. La Conferenza di Bandung (aprile 1955), che diede vita al movimento dei Paesi non Allineati, considerava “che il disarmo e la proibizione, la sperimentazione e l’uso di armi nucleari e termonucleari fosse un imperativo categorico per salvare il genere umano e la civilta’ dallo spettro della totale distruzione”. Un ruolo importante lo svolse, l’anno precedente, anche il capo del governo dell’India Nehru. Egli fu il primo statista a chiedere, in un celebre discorso davanti al parlamento indiano, la distruzione delle armi atomiche (aprile 1954) e invitò l’Onu a rendere di pubblico dominio gli effetti catastrofici di quelle armi e a far conoscere anche la valutazione delle loro conseguenze probabili ma tuttora sconosciute. All’indomani di quel discorso (ritenuto dagli Usa puramente “propagandistico”), uno dei più criminali e fascisti Segretari di Stato Usa, Foster Dulles, coniò la dottrina della “massiccia rappresaglia”, in base alla quale, come egli disse “dobbiamo essere pronti a combattere nell’Artico e ai Tropici; in Asia, in Medio oriente e in Europa; in mare, in cielo e in terra, con armi tradizionali e con nuove armi ”.

Contro le atomiche scesero in campo anche due grandi scienziati (luglio 1955), Albert Einstein e Bertrand Russel che pubblicarono a Londra un Manifesto (firmato da altri 9 scienziati) con l’intento di mettere sul chi vive i popoli del mondo riguardo agli effetti disastrosi di una guerra nucleare e sull’urgente necessità di prevenire una tale sciagura. Questo manifesto ebbe una straordinaria influenza sul movimento per la pace, e fece nascere in tutto il mondo altri gruppi di militanti per l’abolizione delle armi nucleari.
A tutte le iniziative del movimento per la pace sostenute da un’opinione pubblica mondiale terrorizzata dalla prospettiva di una guerra atomica, gli Stati Uniti hanno risposto puntualmente, prima di tutto con un incremento delle loro armi di distruzione di massa, e allo stesso tempo con il tessere alleanze militari aggressive che impoverivano i popoli e militarizzavano i Paesi che vi aderivano (o erano costretti ad aderire): nel 1949 la Nato (Usa-Europa occidentale anti-Urss); nel 1954 la Seato (Usa-Australia, Francia, Nuova Zelanda, Pakistan, Turchia e Inghilterra con lo stesso scopo) Birmania, Srilanka, India e Indonesia rifiutarono categoricamente di farne parte; nel 1955 la Cento (Central Treaty Organization: Usa-Iraq, Iran, Pakistan, Turchia, Inghilterra – sempre anti-Urss).

Oggi i pacifisti non osano neanche più avanzare la parola d’ordine della distruzione delle armi termonucleari, si limitano a dire: basta con le guerre! contro tutte le guerre senza se e senza ma! Che non significa niente e non serve a un bel niente, un niente senza se e senza ma. Peggio ancora, poi, è la parola d’ordine: contro la proliferazione! – che è la più ambigua e filoimperialista di tutte, poiche’ è la stessa “rivendicazione” del governo Usa . I pacifisti, da anime candide quali sono si oppongono alla proliferazione, vi si oppongono con commovente sincerità ed ingenuità, mentre gli imperialisti Usa e la loro appendice sionista che occupa la Palestina accompagnano all’ingiunzione della non proliferazione, rivolta a paesi poveri e deboli, anche la minaccia di usare contro di loro l’arma atomica.

E a proposito della cosiddetta non-proliferazione (che dovrebbe valere per gli altri ma non per se stessi) gli Stati Uniti hanno varato lo scorso aprile il piano “Complex 2030” per la costruzione “di nuove testate in vista di nuove future esigenze militari”. La nuova arma nucleare ha già un nome: Reliable Replacement Warhead, cioè testate nucleari più manovrabili, vale a dire: bombe atomiche “tattiche”, “maneggevoli”.

In un rapporto del Pentagono del 2002 denominato Nuclear Posture Review, erano esplicitamente elencati i potenziali obiettivi nucleari degli Usa: Iran, Siria, Nord Corea, Russia e Cina.
Dunque gli Stati Uniti scateneranno una guerra termonucleare? Questa ipotesi è talmente spaventosa che si preferisce non parlarne mai, come se vi fosse, in ogni angolo del nostro pianeta, una sorta di convenzione al silenzio, come se, tacendo sul terribile argomento, il pericolo venisse esorcizzato. Nel loro folle disegno di dominare il mondo, che chiamino “la missione che la Storia ha assegnato all’America” o il “Secolo americano” o in altri modi, gli sterminatori di Washington perseguiranno fino alla fine il loro Mein Kampf hitleriano travestito da “Democracy” e “Freedom”. Essi non rinunceranno mai all’opzione di attacchi termonucleari (lo dicono anche esplicitamente!). Imbaldanziti dalla fine dell’Urss, vi si stanno preparando concretamente, stanno saggiando il terreno con piccole guerre, ieri nel cuore dell’Europa (Jugoslavia) e oggi in Medio Oriente (Iraq e Afganistan). Prima di lanciare l’offensiva finale vogliono raggiungere la certezza dell’invulnerabilita’ atomica del loro territorio. Poi per perseguire il disegno di dominio planetario, devono affrontare quei Paesi che ancora turbano i loro sogni imperiali. La loro Soluzione Finale si chiama: Russia e Cina. Ma gli inizi di grandi cataclismi non sono sempre pianificabili e controllabili. Ci si può trovare sull’orlo di una catastrofe anche quando si progetta un attacco (per esempio all’Iran) di cui non si valuta la portata e le conseguenze.

Nessuno può dire se l’ultimo imperialismo superstite abbandonerà la scena senza prima provocare la distruzione di mezzo mondo. Nessuno può neanche dire se sarà la rivoluzione a fermare la guerra o la guerra a provocare la rivoluzione. Se l’imperialismo si muovesse all’interno di disegni razionali, allora saremmo davvero alla fine della storia. Ma i reazionari sono stupidissimi (prendete Bush). E’ certo che se gli Imperi Centrali e la Germania hitleriana furono i principali artefici della loro stessa distruzione. Il medesimo destino toccherà agli Stati Uniti d’America.

Due anni fa, un deputato Usa, in un seminario sulla strategia nucleare post-Guerra fredda, sostenne che la scelta governativa di stanziare fondi per la ricerca di nuove bombe atomiche, in particolare per quella denominata Nuclear Earth Penetrator “era il segno di una politica estremamente provocatoria e oltremodo aggressiva che mina la nostra autorità morale quando pretendiamo da altre nazioni che rinuncino alle armi nucleari”. Bella dichiarazione, a prima vista, ma che contiene un’oltraggiosa falsità, oltraggiosa per tutti i popoli del mondo: che cioé gli Usa sarebbero ancora portatori di un’autorità morale (ancorché a rischio di appannamento). In questa presunta autorità morale finge di credere tutto il fecciume dell’umanità del tipo principi del petrolio, fantocci mediorientali, borghesie compratore (e non) che hanno legato il proprio destino agli Usa. Di questa feccia ve ne è una ricca fenomenologia anche in Italia, dalla destra tradizionale, giù giù fino ai pentiti del ’68 e ai transfughi del comunismo.

Amedeo Curatoli

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.