IL DOGMA INCARTAPECORITO DELL’ANTISTALINISMO E IL LIVORE DI LIBERAZIONE di Aldo Bernardini

Roma, 24 aprile 2009

La pubblicazione su “Liberazione” di una recensione di Guido Liguori al volume di Domenico Losurdo su “Stalin – storia e critica di una leggenda nera” ha scatenato la reazione rabbiosa e non ragionata di un cospicuo gruppo di redattori del giornale, attestatisi semplicemente sul dogma di una condanna definitiva di Stalin che chiuderebbe qualunque discorso – salvo naturalmente se, come oggi d’uso a tutto vantaggio del sistema capitalistico, puramente demolitorio – sul vincitore di Stalingrado: con il che si creerebbe soltanto un grande buco nero inspiegabile nella storia del ‘900. Hanno risposto agli esagitati redattori in modo civile anche se nel merito non completamente condivisibile il direttore Dino Greco e lo stesso Guido Liguori. A fronte a quanto pare di numerose lettere, è stata data la parola a Giuseppe Prestipino, dichiaratamente per la chiusura della questione (e si può anche capire, provvisoriamente, per le difficoltà del momento del giornale e di Rc.). Non ha dunque trovato spazio una mia lettera, ma neppure la replica di Losurdo, che è uscita invece sul “Manifesto”, sul quale era tra l’altro comparsa una lettera di Rina Gagliardi, che incidentalmente critica Losurdo a nome dell’incartapecorito dogma antistaliniano. Successivamente peraltro “Liberazione” pubblica un testo di Paolo Favilli su “Questione comunista e storia del comunismo”, che in realtà prosegue il dibattito, e lo fa in termini seri, sulla base di una considerazione dialettica della storia che mostra come il “comunismo di Stalin” è, lo si voglia o no, inestricabilmente connesso con la “storia dell’emancipazione umana”.

Prima dei testi, non pubblicati, che avevo inviato a “Liberazione”, qualche ulteriore osservazione su argomenti degli interventi “seri”. Per la recensione di Liguori, aggiungo a quanto detto nella lettera che non sembra centrata la menzione di una rottura dell’alleanza leninista operai-contadini, da ascriversi a Stalin, se in termini di classe fra i secondi non consideriamo i kulaki. Quella rottura, come argomenta uno studioso tedesco orientale, Gossweiler, sembra piuttosto provocata dalla politica di Kruscev. E ritengo “ingenuo”, per non dire “puerile”, l’argomento che da una società rivoluzionaria ci si aspettano solo cose positive. Si cade qui nel moralismo delle anime belle: a parte che quel risultato ottimale dovrebbe raggiungersi nella fase successiva, quella del comunismo, in una fase invece di transizione rivoluzionaria e di lotta di classe anche accentuata la “dittatura del proletariato” ha esplicitamente la missione della repressione di chi cerchi di far tornare indietro le conquiste rivoluzionarie. Quanto all’osservazione, derivante da un altro scritto di Prestipino, per cui nel ‘900 sarebbe stato impossibile realizzare o perfezionare il socialismo, non va mai dimenticato che tutta l’impresa, a parte lo sviluppo delle forze produttive, era condizionata dall’incessante e pesantissima guerra continua interna ed esterna. Stalin per primo sapeva che l’impresa sarebbe potuta essere sconfitta. Ma che ciò sarebbe stato tanto più probabile quanto più si fosse allentata la vigilanza rivoluzionaria e la risposta a quella guerra. Non vi è dubbio che tutto ciò ha avuto, e avrebbe continuato ad avere, costi pesanti. Ma la storia stessa sembra dare la risposta: l’alternativa che Stalin non avrebbe saputo o voluto scegliere è stata sostanzialmente imposta dopo di lui, e il risultato è stato la catastrofe finale. Pare proprio che un giudizio corretto venga impedito dal fatto che non si riesca a riconoscere come i mutamenti dell’epoca successiva a Stalin abbiano costituito una cesura, e che l’esito finale negativo non vada attribuito a Stalin, bensì a Kruscev-Gorbacev, patentati antistaliniani. E sembra anche arduo il tentativo di esprimere ipotesi “controfattuali” (si sarebbe potuto fare altrimenti…) a fronte dei successi epocali, straordinari, inclusa l’incancellabile vittoria sul nazifascismo, che portano il nome di Stalin e sono alla base di tutta la storia successiva. È troppo facile a tavolino o in un salotto dire che si sarebbe potuto fare altrimenti.

Per quanto riguarda la “conclusione” di Prestipino, aggiungo che va notato positivamente il tentativo, per quanto fievole, di far capire ai redattori esagitati che Stalin non è Hitler, mentre appaiono ingiustificate talune etichettature, come quella di Ceausescu quale “criminale comune” (perché?) e problematico il rituale richiamo alla “libertà e democrazia” in cui dovrebbe credersi genericamente (libertà per chi e di che cosa e da che cosa?) e quello all’antifascismo: ritenere che si possa parlare seriamente di antifascismo senza un nesso strettissimo, per sintetizzare, con Stalingrado fa sorridere e in realtà apre la strada a tutti i revisionismi storici oggi di moda.

La replica di Losurdo è efficace e direi definitiva: avrebbe potuto aggiungere che Gramsci non solo giustifica il giacobinismo, ma in un passo dimenticato od occultato dei “Quaderni” anche quello di Stalin, incluse le misure repressive.

In conclusione, e mi auguro che un forte contributo possa arrivare dalla prossima pubblicazione di testi del nominato storico tedesco orientale Gossweiler, si sta aprendo una strada di riconsiderazione e rivalutazione dell’opera staliniana, senza occultare i pesantissimi costi, ma inquadrandoli nella storia reale e quindi con l’attribuzione delle effettive responsabilità anche e forse soprattutto a chi cercò in tutti i modi di soffocare un’esperienza di emancipazione. E questo vale anche per certe riserve di fondo implicite nel pur intelligente scritto di Favilli.

Roma, 14 aprile 2009

Spettabile redazione di “Liberazione”

All’attenzione del direttore Dino Greco

Caro direttore,

invio quanto avevo preparato ieri, anche se mi pare che vogliate chiudere la questione: non ho preso in considerazione lo scritto odierno di Prestipino, di cui apprezzo naturalmente l’intento “liberale” contrario alle censure e quello, che mi pare sottostante, di smorzare i toni. Non condivido però affatto, e si capisce dalla lettera che ho preparato ieri, l’atteggiamento “supponente” nei confronti dell’Unione Sovietica e di Stalin. Se Prestipino si fosse trovato a Mosca tra decine di migliaia di persone innalzanti ritratti di Stalin negli anni recenti e se conoscesse le opinioni di compagni e dirigenti comunisti in tutto il mondo, avrebbe quantomeno sottolineato la problematicità assoluta della questione, il fatto che il modo in cui anche da parte di tanti comunisti, veri o presunti, è stata trattata rivela subalternità all’imperialismo e certamente ha accompagnato e favorito la decadenza dei partiti comunisti all’Est e all’Ovest, sino alle loro liquefazioni. Quelli che si ricostituiscono, come ad esempio i partiti russi, hanno ben altro atteggiamento nei confronti della storia sovietica e di Stalin.

Di seguito, quanto avevo preparato ieri (e che prego di pubblicare).

Caro direttore,

secondo Sergio Romano, un conservatore illuminato (Corriere della Sera, 22 dicembre 2008), “è possibile essere contrari al comunismo senza ignorare le caratteristiche di uno Stato che fu pur sempre, nonostante i suoi molti vizi, una grande opera del XX secolo?”. Si danno invece “rivoluzionari” obnubilati, per i quali dell’Unione Sovietica, e di Stalin che ne fu il vero artefice, non si deve parlare o, se proprio inevitabile, solo nei termini della condanna più assoluta. Decretata da chi, da quale competente tribunale della storia? Certo, ad esempio, non la pensa così una gran parte dei Russi. Ma sarà lecito indagare scientificamente sul senso della domanda di Sergio Romano? E ci si potrà interrogare su come mai un movimento che si chiamava comunista internazionale, con l’Unione Sovietica e Stalin per tanto tempo alla testa, hanno visto la trasformazione di un paese arretrato in moderno, hanno elevato la cultura di popoli interi, e assicurato i diritti economici e sociali a tutti, vinto a Stalingrado, piantato la rossa bandiera a Berlino, eliminato Hitler, espanso al massimo un sistema alternativo al capitalismo, dato propulsione a tutte le rivoluzioni socialiste e anticoloniali del XX secolo? E dopo il distacco da Stalin, invece, una lenta decadenza fino all’esito finale, anche per i partiti comunisti occidentali? Il sottoscritto questa curiosità la coltiva, e non se ne lascerà distogliere dai veti e dai dogmi di un manipolo di redattori probabilmente troppo giovani per aver sperimentato l’atmosfera degli anni in cui Stalin ha combattuto e ha vinto: certo, anche nella tragedia, ma quanta di questa è ascrivibile piuttosto ai nemici? Troppo facile è oggi fantasticare su scelte alternative: vorrei ricordare quei passi di Gramsci in cui approva la più ferma repressione nei confronti di Trotzki e addirittura quella a vasto raggio su tutte le opposizioni che potessero portare alla disgregazione interna. Perché non imparare la lezione di Luigi Pintor, certo non adepto di Stalin, in due splendidi editoriali del Manifesto (10 dicembre 1999 e 2 marzo 2003)? Egli stigmatizza l’atteggiamento odierno verso Stalin come frutto di “menzogna in cui oggi siamo immersi e in cui vivono le giovani generazioni”, esprime che Stalin “aveva visto più lontano degli altri…forse dovremmo ringraziare. Prima ringraziare e poi revisionare e anche ribaltare la storia: tanto è lontana mille anni e nessuno può eccepire”. Per concludere: “è oggi possibile un giudizio storico equanime su questa personalità che ha segnato il secolo? Ancora non lo è. È una figura relegata nella mitologia in generale e nella sfera del demoniaco in particolare… L’essenziale è che resti una mummia polverizzata fuori dalla concretezza della storia… oggi è un reciproco di Hitler, peggiore ancora perché orientale, ma nel 1942 non era precisamente così.”

Si deve ringraziare Domenico Losurdo per il suo libro ragionato e documentato, di alto livello scientifico, alle cui questioni (ad esempio, le miserevoli fandonie di Kruscev attestate anche dal Diario di Dimitrov e da un altro testo prezioso, quello di Ludo Martens su Stalin, ed. Zambon) non può sfuggirsi con deprecazioni e veti, con la promozione di una congiura del silenzio, in mancanza di seri argomenti: gravissimo mi sembra il linguaggio dei censori, che assimila gli studi sull’Unione Sovietica e su Stalin non allineati al miserevole oggi al negazionismo filonazista!

E grazie al direttore Dino Greco e al recensore Guido Liguori per la recensione pubblicata, grazie per aver riservato a Losurdo il trattamento che merita uno studioso del suo calibro. Le riserve espresse da Liguori e Greco fanno parte del civile dibattito. Sul loro nucleo (un asserito giustificazionismo storicistico integrale di Losurdo) mi limito ad osservare che il primo compito dello storico è spiegare quello che è accaduto realmente, non quello che (idealmente…) sarebbe potuto accadere (che cosa, come… si dovrebbe pur dire e ipotizzare, ma nel quadro della cruda realtà, non di sogni). Citiamo per una volta Stalin, nell’intervista a Emil Ludwig del 1931: “Il marxismo non nega affatto il compito delle personalità eminenti o il fatto che gli uomini fanno la storia. Ma naturalmente non la fanno a modo loro… I grandi uomini non sono grandi che in quanto sanno afferrare bene le circostanze date… Se invece vogliono cambiarle a loro fantasia, si trovano nella situazione di don Chisciotte”. E Isaac Deutscher, antistaliniano, deve concludere che Lenin, se fosse vissuto, probabilmente avrebbe fatto quel che ha fatto Stalin, unica alternativa reale lasciata ai dirigenti nelle condizioni dell’epoca essendo l’abbandono dell’impresa, la restaurazione. Cose che dovrebbero essere risapute, ma su cui si rimesta da quella parte che ha tanto vigorosamente contribuito alla sconfitta generale e non accetta domande, bensì prosegue imperterrita nelle sue certezze, che vorrebbe imporre a tutti.

Aldo Bernardini

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