“Facciamo un passo indietro” di Giuseppe Amata

Pubblichiamo volentieri un articolo apparso su sito di Indymedia

L’imperialismo come sistema mondiale negli ultimi dieci anni si è notevolmente rafforzato, anche se il suo rafforzamento porta più velocemente, per diverse ragioni che diremo, alla sua crisi. Ciò però non vuol significare che dalla crisi si uscirà sicuramente in una certa direzione rivoluzionaria. La crisi potrà portare, se le forze rivoluzionarie non saranno unite e determinate in una strategia rivoluzionaria di sviluppo sociale ed ambientale, anche alla decadenza delle forze produttive ed alla distruzione dei livelli di civiltà finora raggiunti.

Attualmente, a differenza degli anni ’60, sono pochi i paesi che si oppongono, sebbene in modo non sempre frontale ma con ripiegamenti ed accordi,. alla strategia economica, sociale, rnilitare dell’imperialismo. Fra questi, per la sua dimensione e per il peso economico e politico crescente che esercita nell’area internazionale, un posto di rilievo occupa la Cina, pur non svolgendo un ruolo di decisa avanguardia politica come negli anni ’60.

Per capire quanto sta avvenendo in Cina e la strategia americana verso la Cina, dopo più di un ventennio di dialogo e di investimenti economici nel continente cinese, bisogna fare un lungo passo indietro.

L’imperialismo ha preso atto con gli esiti della seconda guerra mondiale, dell’aggressione a1la Corea ed al Vietnam, che i paesi avviati verso il socialismo reggono bene l’attacco esterno ed alla fine, dopo una guerra di lunga durata, ne escono vincitori e si rafforzano sul piano internazionale, nonostante la sua superiorità tecnologica e rnilitare. Di conseguenza, pur cercando di mantenere o di rafforzare la superiorità militare con spese astronomiche, per potere un domani continuare a sferrare aggressioni, l’imperialismo si apre dei varchi all’interno dei paesi che hanno avviato il rivolgimento della formazione sociale capitalistica, utilizzando le relazioni diplomatiche e dosando la politica economica e commerciale, anche con investimenti diretti, per far crescere in questi paesi una classe politica e commerciale legata alle sue relazioni d’affari e per imporre altresì un modello di vita che riproietta, a livello sovrastrutturale l’ideologia borghese fondata sui valori di scambio. Nello stesso tempo rafforza l’accerchiamento politico e militare mano a mano che la classe borghese si rafforza all’interno ed alza i suoi obiettivi passo dopo passo. In altri termini, l’imperialismo utilizza la classe borghese indigena per veicolare i propri interessi, fa leva su di essa per scardinare la struttura economica insediata dalla rivoluzione ed infine subordina la classe borghese compradora agli interessi dell’imperialismo per rovesciare l’esperienza socialista e tenere il paese assoggettato all’imperialismo e quindi non in competizione.

Tutto ciò che è successo nella ex URSS ed in Russia è esemplare. La forza economica della Russia è stata devastata ed il paese dipende dall’estero per il suo fabbisogno alimentare e per il consumo dei prodotti industriali. Altro che rinascita della Russia con la “democrazia e le leggi di mercato”! Quando l’imperialismo arnericano ha avviato le sue relazioni economiche e commerciali con la Cina, la collaborazíone economica con l’URSS era già avviata da quasi due decenni e dava i suoi frutti non solo economici, ma anche politici, indebolendo il campo socialista e staccando l’URSS dalla RPC. Lo stesso percorso pensava di ripetere con la Cina. Ma la Cina dei primi anni ’70 era molto rafforzata sul piano ideologico e politico ed a livello economico e rnilitare aveva realizzato già importanti successi.

Quando Nixon è andato in Cina ne1 1972, Mao pensava di utilizzare la carta americana per spezzare l’accerchiamento economico e militare, iniziato dagli USA a partire dagli anni ’50, con al fianco il Giappone (dove la maggioranza dei suoi gruppi politici, economici e militari ripensava ad una rivincita con l’aiuto degli USA e nello stesso tempo si rafforzava economicamente in Asia anche a scapito degli interessi americani!), Taiwan, la Corea del sud e la Tailandia, proseguito dall’URSS (che negli anni ’60 aveva ritirato i tecnici ed i capitali dalla Cina ed aveva ridotto al minimo gli scambi economici) e dall’India. Dopo la morte di Mao e l’affermazione nella direzione del PCC e dello Stato della linea di Deng, la priorità assegnata allo sviluppo delle forze produttive rispetto ai rapporti sociali porta all’ampliamento delle relazioni economiche con gli USA e con tutti i paesi imperialistici e capitalistici ed impone riforme economiche che, mantenendo 1a direzione politica nelle mani del PCC e la dittatura democratico-popolare secondo le peculiarità che si rilevavano nella prima fase della rivoluzione cinese, ha permesso alla Cina di crescere economicamente e di diventare una grande potenza, seppur ridimensionando o correggendo il modello di socialismo tracciato da Mao.

L’impetuoso sviluppo economico della Cina realizzato negli ultimi due decenni ha rappresentato una contraddizione con l’imperialismo americano che aspira a mantenere l’egemonia mondiale ed a bloccare le aspirazioni dei dirigenti cinesi e di altri paesi ad un “mondo multipolare”.

In ultima analisi, per capirci, ciò che ha funzionato con l’URSS e sulle sue ceneri con la Russia e l’Ucraina, non sta funzionando con la Cina, secondo i desideri dell’imperialismo americano.
Dalla cooperazione al confronto

Cerchiamo, dunque, di capirne le cause, elencando alcuni elementi essenziali della situazione socio-economica e politica della Cina:

a) La direzione politica della Cina è impegnata a proseguire la linea tracciata da Deng di dare la priorità allo sviluppo delle forze produttive e fare della Cina un paese economico sviluppato e moderno con una “economia socialista di mercato”, che deve permettere il completamento della prima fase della rivoluzione socialista (per la quale si assegna un obiettivo temporale di ancora 50 anni) fondata su quattro livelli di proprietà (statale, collettiva, rnista e privata).

b) In questa lunga fase di transizione, lo Stato, attraverso piani di lungo termine, quinquennali e annuali, traccia le linee direttive per gli obiettivi da raggiungere. Le risorse minerarie, le infrastrutture, le poste e le telecomunicazioni, l’industria pesante e militare rimangono principalmente proprietà pubblica, ma le unità produttive, cioè le aziende, si devono riorganizzare per rispondere alle scelte di una economia di mercato e quindi debbono avere un bilancio attivo, cioè un profitto. Quelle che non lo ottengono si devono fondere secondo uno schema di centralizzazione in verticale ed orizzontale e le aziende in perdita che non riescono ad integrarsi in combinat devono essere liquidate o privatizzate. Molte delle unità produttive riorganizzate potranno avere una forma mista di proprietà secondo un modello alla cinese di società per azioni: quote di capitale pubblico, quote di capitale cooperativo appartenente ai produttori dell’azienda, quote di capitale privato anche estero. Lo Stato controlla i profitti delle aziende e li tassa con un sistema impositivo progressivo.

c) L’agricoltura rimane incentrata sulla gestione fami1iare. L’unità familiare riceve in affitto dallo Stato un appezzamento di terra. I prodotti che i contadini sono obbligati a consegnare allo Stato sono pagati a prezzi remunerativi stabiliti dallo stesso.

d) Le differenziazioni sociali si sono notevolmente incrementate in seguito alla diversità dei redditi, la disoccupazione è cresciuta con la ristrutturazione delle aziende di Stato; ma lo Stato cerca di tenere sotto controllo i conflitti sociali, attraverso la mobilità ed il collocamento, l’indennità di disoccupazione e la riforma delle assicurazioni sociali.

e) La produzione dei beni di consumo è nettamente aumentata, compresi i beni voluttuari. Si sta sviluppando nelle principali città il mercato delle abitazioni, anche perchè lo Stato anzichè consegnare in uso un’abitazione alle famiglie preferisce incentivare la vendita degli appartannenti in suo possesso elargendo prestiti a basso tasso di interesse.

f) Il divario città-campagna è in crescita, come pure quello tra zone ricche (le ZES e le aree industriali forti) e quelle povere del centro-ovest, nord-ovest e sud-ovest; elevato è l’inquinamento ed il dissesto ambientale e territoriale. Negli ultimi anni il PCC ha dedicato molta attenzione a questi problemi ed ha favorito gli investimenti pubblici, anche con la presenza di capitale straniero, in grandi progetti idrici, infrastrutture, elettrificazione per migliorare 1’economia delle zone povere, il “disinquinamento” delle aree industriali e la crescita di piccole e medie città.

g) Alla classe burocratica (che però perde posizioni in termini quantitativi) si va affiancando una classe borghese vera e propria, articolata in diversi strati, secondo l’importanza e la scala degli affari che tratta. Ma la classe operaia è notevolmente aumentata con lo sviluppo delle forze produttive ed insieme ai lavoratori indirettamente produttivi di ricchezza sociale (ingegneri, agronomi, tecnici, operatori sociali) rappresenta il nerbo centrale della Cinà di oggi, mentre la classe contadina, pur numerosa e maggioritaria, tendenzialmente diminuisce ma vede aumentare la sua stratificazione sociale.

h) Il Partito connunista cinese afferma nei suoi documenti di essere cosciente del processo socio-economico e delle differenziazioni sociali ed opera, attraverso la sua direzione e gli apparati della dittatura democratico-popolare, per evitare che queste differenziazioni si trasformino in contraddizioni antagonistiche ed in moti sociali di ogni tipo, secondo tutta la storia specifica della Cina, ivi comprese la rivoluzione culturale ed i fatti del 1989.

i) Che il Partito abbia il controllo della situazione economico-sociale è un fatto al momento assodato ed è dimostrato da tutti quegli avvenimenti che nella descrizione della stampa borghese sono presentati di volta in volta sia come “aperture” sia come “chiusure”. Ciò preoccupa l’imperialismo che, se da un lato con gli investimenti in Cina realizza grossi profitti e promuove di fatto lo sviluppo di una classe borghese che pensa nel futuro di avere sua alleata, dall’altro lato assiste con preoccupazione alla formazione di un paese economicamente forte ed indipendente dalle direttive del G-7, ad uno Stato che, nonostante le differenze economiche regionali, rimane centralizzato con un potente esercito popolare, dotato di armi con tecnologia avanzata (missili di lunga gittata con bombe nucleari, cacciabombardieri e presto sottomarini nucleari e portaerei) che sicuramente non si può fare intimidire nè dalla minaccia nucleare americana nè dalla politica dell’accerchiamento economico e delle sanzioni comnnerciali.

Insomma ín Cina, non scorgendosi all’orizzonte nè alcuna stagnazione, come quella che ha interessato l’URSS con la gestione krusceviana-brezneviana, nè tanto meno una disgregazione del potere statuale, la strategia americana verso di essa sta mutando, passando dalla fase della cooperazione a quella del confronto.
Dove va la Cina?

Dove va la Cina? A questa domanda non si può rispondere con semplicismo, con analisi schematiche o peggio ancora mettendo a raffronto la situazione attuale con una visione ideale che ognuno ha del “socialismo”. Bisogna partire dalla realtà attuale, vale a dire da quella attestata dall’attuale sviluppo della Cina e non dalla Cina maoista, anche se quella esperienza deve essere richiamata per spiegare problemi di natura teorica e pratica sull’evoluzione delle categorie economiche e delle classi sociali nel processo di trasformazione rivoluzionaria della società. La storia, come dice Marx, non avanza secondo la volontà dei singoli uomini, ma dallo sviluppo delle contraddizioni che si determinano dalla relazionc sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione (inclusa in questa relazione il dualismo città-campagna corne aspetto importante della questione ambientale) e dalla lotta di classe, conseguente da questa relazione (ovviamente nel contesto mondiale oltrechè nazionale dei singoli paesi) secondo il grado di coscienza (plasmata dall’ideologia) e l’organizzazione politica della classe rivoluzionaria o delle classi progressive per un verso e per il verso opposto, secondo la forza degli apparati statuali e delle organizzazioni politiche che esprimono gli interessi delle classi regressive o reazionarie.

In Cina al momento attuale si rnanifestano sulla base della realtà econornico-sociale tre principali correnti ideologiche e di pensiero che influenzano i costumi ed il modo di vita e dal loro conflitto si deciderà a lungo andare se il paese con un processo a zig zag riuscirà a realizzare una formazione sociale socialista avanzata oppure se ripiegherà, come altri paesi post-rivoluzionari, verso la formazione sociale capitalistica.

a) Quella comunista, profondamente radicata tra le masse, ma che si manifesta con diverse visioni, a seconda della diversa realtà geoeconomica: da una visione “egualitaria” prevalente soprattutto nelle zone povere si passa ad una visione meno egualitaria e più impregnata di economicismo, come risultato della quantità e qualità delle differenti prestazioni lavorative, nelle aree industriali delle piccole e medie città; nelle grandi megalopoli o nelle aree industriali commerciali forti come le ZES la corrente comunista, nell’accezione della storia del comunismo cinese, influenza soltanto una minoranza delle masse mentre la maggioranza ha dimenticato la carica rivoluzionaria che il comunismo esprime a livello internazionale per ripiegare sull’acquisizione a suo vantaggio economico dei risultati della trasformazione rivoluzionaria in Cina.

b) Quella neo-liberista che si ispira ai modelli ed alla pratica dell’occidente e di conseguenza, dopo la modernizzazione e l’apertura economica all’estero invoca un modello politico fondato sulla “democrazia parlamentare” e sul partitismo come libera associazione di gruppi. Questa corrente è diventata consistente e si può rappresentare come un iceberg: si coglie visivamente solo la parte meno consistente e meno qualificata dei suoi rappresentanti, che di tanto in tanto escono allo scoperto costituendo partitini come il “partito democratico cinese”; mentre quella più consistente e che soprattutto conta è annidata dentro il Partito comunista e gli apparati dello Stato. Essa intuisce che la modernizzazione e la formazione di una classe borghese a lungo andare aiutano il suo sviluppo e le creano un consenso di massa. Pertanto non si espone in prima fila, cerca di condizionare le scelte del Partito e dello Stato sia in politica interna che estera. Pratica e diffonde, però, il modello di vita occidentale sia nell’abbigliamento e nei consumi voluttuari che nei comportamenti, influenzando la gioventù metropolitana.

c) In contrapposizione alla occidentalizzazione, sia negli strati di piccola borghesia che non riescono ad arricchirsi o che per le leggi dell’economia di mercato subiscono le fluttuazioni negative e quindi vengono emarginati, sia negli strati burocratici di livello inferiore, si fa strada una corrente che si richiama alla tradizione del conservatorismo cinese e quindi rifiuta la modernizzazione dei costumi e delle abitudini comportamentali secondo il clichè occidentale. Essa, non avendo la forza per manifestarsi apertamente, si organizza politicamente in sette clandestine e attraverso i suoi aderenti distaccati nell’apparato statuale cerca di controllare le scelte governative o quanto meno di essere al corrente degli affari pubblici per far avanzare i suoi quadri.

L’imperialismo internazionale, attlaverso i suoi legami finanziari, commerciali e culturali con le personalità cinesi che incontra nelle sue attività d’affari, e soprattutto attraverso i servizi di intelligence, come la CIA, da un lato crea canali preferenziali con i gruppi dirigenti che contano e sono in grado di far avanzare in Cina uno sviluppo economico subordinato alle scelte del G-7 e dall’altro fomenta la costituzione dei partitini democratici e delle sette. La strategia dell’imperialismo è di far leva su tutti i gruppi, compresi quelli che si richiamano alla rivoluzione culturale, e su ogni categoria economica e sociale che può determinare instabilità e sovversione sociale, raggiunta la quale molla i gruppi che diventano scomodi per appoggiare solo quelli complici del suo disegno. Così è stato fatto nel 1989 a Berlino est con i gruppi dell’estrema sinistra e di interi settori di classe operaia della RDT ammalata di economicismo e consumismo che, pur non volendo il dissolvimento della RDT ma la sua “sburocratizzazione” o in generale “riforme democratiche o autogestionarie”, di fatto associandosi al corso generale della protesta contribuirono a quel nefasto risultato. E nel momento in cui esso è stato raggiunto, nei mass media occidentali, soprattutto in quelli della Repubblica federale tedesca, non è stata data più alcuna voce ai gruppi di sinistra ed alle loro richieste nè agli aumenti salariali per maggiori consumi della classe operaia dell’est, ma sono state smantellate le fabbriche ed operai e tecnici di alto livello licenziati o trasferiti in settori marginali ed a basso reddito, mentre gli studenti e le masse più deboli hanno perso l’assistenza sociale e scolastica che lo Stato gratuitannente assicurava.

Così è avvenuto in Unione Sovietica, con l’appoggio sia al gruppo di Gorbacev nel PCUS, che a quello di Eltsin e dei radicali che, usciti dal PCUS, costituivano il Partito democratico russo e di rimando sia ai gruppi nazionalisti e sciovinisti come Pamiat, i cosacchi del Don ed altri sia nella Russia che nelle altre repubbliche sovietiche.

Quindi in Cina, l’imperialismo sta preparando la sua offensiva e la conflittualità ovviamente matura secondo le peculiarità della storia cinese con modalità e tempi “cinesi”. I fronti sia sul piano interno, con i contrasti di classe e le diverse scelte di politica economica da compiere, sia sul piano internazionale, con la strategia americana. di intraprendere la “guerra fredda verso la Cina”, riarmando Giappone, Corea del sud e Taiwan sono già schierati. L’esito di questo scontro influenzerà le sorti del mondo.
Conclusioni

Sulla base di quanto già detto si possono trarre le seguente parziali conclusioni:

1) la classe operaia ed i lavoratori indirettamence produttivi di ricchezza sociale dell’occidente non hanno la forza da soli per rovesciare il corso controrivoluzionario imposto dall’imperialismo sin dalla fine degli anni ’80, perchè hanno perso la loro compattezza e smarrito la coscienza antagonistica al sistema capitalistico, in seguito all’azione nefasta sia dei partiti revisionisti (che hanno abbandonato il marxismo-leninismo ed inculcato l’economicismo ed il cretinismo parlamentare che larghi settori di massa hanno acquisito) sia dei sindacati (che hanno frammentato le lotte sindacali subordinandole alla logica dell’accumulazione capitalistica, dividendo così la classe operaia e le masse popolari). Di rimando i gruppi che hanno contestato partiti revisionisti e sindacati, anzichè fondare la loro strategia su una visione generale della lotta di classe sul piano interno ed internazionale e comprendere come le leggi dell’accumulazione capitalistica si scontrano con quelle dell’evoluzione delle condizioni naturali di esistenza (da cui ne deriva il disastro energetico ed ambientale) per contribuire ad elaborare una teoria rivoluzionaria di arricchimento del marxismo-leninismo, hanno, invece, fondato la loro azione vuoi sul settarismo e sul dogmatico, enunciando in forma ripetitiva e libresca il marxismo-leninismo, vuoi sull’estremismo e vuoi anche sullo spontaneismo e sul ribellismo fondato su singole rivendicazioni, seppur giuste, delle masse. Senza la costruzione di un partito di quadri e di massa, che elabori una strategia rivoluzionaria secondo le condizioni specifiche della nostra epoca e non dell’epoca di Marx o di Lenin, armato di una teoria e di una pratica rivoluzionarie, nessun paese dell’occidente è in condizioni di poter pensare ad un rivolgimento a medio termine del modo di produzione capitalistico. Le volontà per costruire un tale partito sono tante, ma nei fatti le sole enunciazioni non servono, riportano alle deviazioni di cui sopra. Bisogna affrontare scientificamente questo problema ed in altre occasioni ho manifestato il mio punto di vista. E’ un problema grande, e noi spesso siamo piccoli piccoli, perchè agiamo con mentalità di gruppo per interessi di gruppo. Dobbiamo invece operare secondo gli insegnamenti di Mao e di Kim Il Sung (che quest’ultimo ha definito con l’espressione “Juche” ricca di significati), in quanto una piccola forza può diventare grande e trasformare la realtà se conta sulle proprie forze, sulla creatività delle masse e sulla preminenza del fattore umano rispetto agli altri fattori, compresi quelli tecnologici. Bisogna passo dopo passo elevare la coscienza delle masse (non pensare che questa coscienza è bella e pronta per ricevere gli ordini di qualche gruppo che si definisce avanguardia del proletariato!) ed assegnarsi obiettivi realizzabili, allargando il consenso tra le masse con la teoria marxista-leninista (arricchita con gli insegnamenti teorici che si ricavano analizzando il mondo di oggi) e con l’azione di massa per diventare forza dirigente riconosciuta soprattutto dalla classe operaia e dai lavoratori indirettamente produttivi di ricchezza sociale, che anch’essi fanno parte del proletariato non possedendo gli strumenti di produzione e sottoposti allo sfruttamento capitalistico cedendo pluslavoro. E se la classe operaia cede il pluslavoro in ogni forma, che Marx chiama assoluta e relativa, i lavoratori indirettamente produttivi lo cedono nella forma relativa. Inoltre, se alcuni strati di lavoratori indirettamente produttivi di ricchezza sociale non cedono plusvalore, ad esempio alcune categorie di intellettuali preposti nel settole dell’insegnamento o gli operatori dei servizi sociali, sono egualmente sfruttati e subordinati, perchè la loro creatività è impedita dalle leggi della produzione capitaiistica e dalla formazione della sovrastruttura conseguente a queste leggi. E il fine del Juche è quello di elevare la creatività delle masse e la dignità sociale dell’uomo.

2) I paesi ed i popoli oppressi del Terzo Mondo, pur lottando contro l’imperialismo e sostenendo il maggior sfruttamento socio-economico, rispetto ai popoli dei paesi industrializzati, possono vincere delle battaglie parziali, come ne hanno vinte tante nel corso di questo secolo, ma non hanno la forza politica, economica e militare per poter rovesciare il dominio imperialistico e la devastazione del pianeta.

3) Il conflitto di classe che scaturisce dalla relazione sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione, i quali tendono a imprigionare questo sviluppo, è più acuto e drammatico nel mondo di oggi in alcuni paesi dell’ex URSS, come la Russia e L’Ucraina. Se la classe operaia e le masse popolari di questi paesi svilupperanno un’autentica avanguardia comunista (ed infatti in detti paesi i partiti comunisti sono in fase di riorganizzazione ideologica e politica, vivendo nel loro seno un duro confronto tra la linea marxista-leninista e quella socialdemocratica o per altro verso quella dogmatica o settaria), potranno rovesciare le oligarchie finanziarie e mafiose, legate all’imperialismo internazionale, che si sono insediate al potere dopo il crollo dell’URSS (ma anche prima erano presenti e condizionavano la politica interna ed estera!), che le hanno gettate nella miseria ed hanno devastato le ricchezze naturali e produttive nazionali, e così riprendere il cammino rivoluzionario iniziato con l’Ottobre e proseguito con l’industrializzazione, con la collettivizzazione delle campagne e con la vittoria nella guerra patriottica anti-nazista, indebolendo di conseguenza l’imperialismo sul piano mondiale;

4) I paesi come Cuba, il Laos, il Vietnam, la Corea del nord, e soprattutto la Cina (seppur con le contraddizioni in precedenza evidenziate), che hanno resistito alle insidie dell’imperialismo ed alle esperienze gorbaceviane, se riusciranno a realizzare pur tra mille difficoltà, nei ternpi che richiederà la storia, la costruzione di una formazione sociale socialista in modo stabile senza possibili ritorni alla formazione sociale capitalistica (come per altro verso è per il capitalismo che, laddove si è stabilmente affermato, è utopistico pensare ad un ritorno alla formazione sociale feudale!), imprimeranno certamente al mondo nel XXI secolo una direzione progressiva verso nuove forme di civilizzazione sociale. Ciò implica, però, sul piano internazionale, una loro posizione di avanguardia nella lotta all’imperialismo, dando sostegno a tutti i processi rivoluzionari che matureranno ed ai paesi che vorranno difendere la loro indipendenza e, sul piano nazionale, lo sviluppo di una politica economica fondata sulla soddisfazione dei bisogni sociali (e non sulla mercificazione crescente in funzione di bisogni fittizi), nel rispetto delle condizioni naturali di esistenza.

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