OCCUPAZIONE COLONIALE IN TERRA “PROMESSA”

Secondo la ministra degli Esteri israeliana i palestinesi cittadini d’Israele dovrebbero, dopo la nascita dello Stato palestinese, trasferirvisi. Del sogno sionista dello Stato puramente ebraico (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”) si iniziava, almeno dal 1948, la realizzazione con i trasferimenti, forzati o indotti, dei palestinesi dal territorio ove si è formato Israele e l’impadronimento dei loro beni: per le azioni militari ben oltre i limiti indicati dalla ris. AG 181 del 1947 (di spartizione). Di qui il gigantesco problema dei profughi palestinesi.

Quel programma è sempre andato avanti con le continue nuove colonie nei territori occupati nel 1967, ridotti ulteriormente dal muro israeliano, invano condannato dalla Corte dell’Aia: ciò mostra nei fatti che uno Stato palestinese, se mai sorgesse nella parte indicata dalla ris. 181 (Cisgiordania residua e Gaza), risulterebbe in una serie di bantustan racchiusi nello Stato israeliano e fra loro spezzettati, nella tendenza a rendere quanto più difficile la vita dei palestinesi, sì da far balenare intenti ancor più radicali di espansione: anche con la mattanza di Gaza, che concreta indubbiamente crimini di guerra e contro l’umanità di enorme portata.

Per intendere la posizione di asserita autodifesa israeliana (che potrebbe apparire, pur nella sproporzione, dotata di una certa plausibilità, se osservata solo alla luce dell’immediata contingenza), occorre una sia pur schematica ricostruzione storico-giuridica. Gli israeliani poggiano il loro diritto ad uno Stato sul recupero della biblica Terra Promessa di duemila anni fa, sulle sofferenze dell’Olocausto, sulla ris.181 (da essi travalicata, come quasi tutte le risoluzioni ONU). Per Hamas e altri la presenza ebraica in Palestina con la formazione dello Stato di Israele costituisce un’occupazione coloniale, con tratti di apartheid. L’AG non aveva un potere dispositivo sulla Palestina mandataria, l’autodeterminazione da esercitarsi alla fine del mandato britannico sarebbe spettata al popolo palestinese, unitariamente agli altri residenti, per costituire lo Stato unico della Palestina. La ris. 181, una raccomandazione, bisognava dell’accettazione delle parti del conflitto, e gli arabi non l’hanno mai accettata. La popolazione araba comunque fuoriuscita avrebbe diritto al rientro, risultante da principi generali internazionali consacrati anche nel sistema ONU, fra cui l’art. 80 Carta : la ris. AG 194, sul diritto al ritorno dei profughi, è dichiarativa. Non sono invocabili in contrario i giganteschi trasferimenti di popolazioni, comunque coinvolte nel conflitto, in Europa orientale nel quadro della Seconda Guerra mondiale. Il popolo palestinese ne è stato estraneo, in particolare allo sterminio di massa degli ebrei (e altri), che non può in alcun modo venir posto a suo carico, come invece si compie nei fatti.

Secondo Hamas dunque il popolo palestinese, con il rientro dei profughi che lo vogliano, ha diritto di installarsi in tutta la Palestina mandataria in uno Stato unico, espressione dell’autodeterminazione, salva la convivenza con la popolazione ebraica ormai radicata e accettante questa sistemazione. Hamas e alleati rifiutano la rinuncia a tale diritto inalienabile, quindi invalida, effettuata dalla componente palestinese c.d. moderata, mediante gli accordi di Oslo (essenzialmente, l’OLP dominata da Al Fatah), e dunque la soluzione dei due Stati, che fra l’altro nella concreta situazione delle espansioni israeliane neppur appare realistica. Come movimento di liberazione nazionale, Hamas (inizialmente favorito da Israele per combattere Arafat e Al Fatah) esclude il riconoscimento dello Stato ebraico e quindi le rinunce palestinesi: con esse l’OLP ha posto in gioco il suo ruolo di titolare dell’autodeterminazione, mentre viene considerata provvisoria la situazione dell’ANP (emanazione dell’OLP, con potestà amministrativa consentita da Israele sui territori -residui- militarmente occupati nel 1967 e dunque come entità dipendente dall’occupante). Israele sarebbe potere di fatto non consolidato, perché contestato con continuità, sia pur in forme diverse, sin dall’inizio dal popolo palestinese e dai mussulmani in generale.

Quando nel gennaio 2005 Hamas vince di larga misura ed irreprensibilmente le elezioni in tutta la Palestina 1967, non può che persistere nella sua posizione. Con la maggioranza nel Parlamento ANP (ma molti deputati vengono arrestati da Israele) forma il governo “generale”: l’Occidente non lo riconosce, se non a condizione di accettare il processo “conciliatorio” del presidente Abu Mazen, dunque col riconoscimento di Israele. Di qui il ricatto dell’interruzione dei fondi occidentali. Fallito il tentativo di un governo di unità nazionale, Abu Mazen scioglie il governo Hamas e illegalmente lo sostituisce con uno proprio. A Gaza, Hamas, ivi particolarmente forte, sventa un complotto per la sua eliminazione ed esclude dalla Striscia il potere di Al Fatah, istallandovi il proprio governo, in continuità con quello “generale” illegalmente destituito. Ecco allora un boicottaggio complessivo da parte degli occidentali, per cui Hamas è “terrorista”, e il blocco totale, disumano e genocida, di Gaza da parte di Israele, che rende la vita impossibile per la popolazione, rinchiusa in una “prigione a cielo aperto”. I deprecati razzi Qassam, ben povera arma formalmente illegale, se però non consideriamo la reciprocità nel maltrattamento delle popolazioni civili, sono reazione a tutto ciò. Non ha senso la ricerca di chi in quest’ultima fase abbia sparato il primo colpo, dato che una vera tregua non vi è mai stata per l’inammissibile blocco totale che è in sé un atto di guerra e per non essere i raids israeliani contro Gaza mai cessati, sia pure con intensità diversa, anche in periodi di tregua, l’ultima inclusa.

Aldo Bernardini

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