CRESCENTE MINACCIA DI GUERRA NUCLEARE


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Inizia così un capitolo del libro Morte nucleare in Italia, del biologo e genetista Adriano Buzzati-Traverso. Fu scritto 26 anni fa e descrive l’agghiacciante scenario dell’annientamento del nostro Paese in caso di attacco nucleare, scenario costruito avvalendosi di un gruppo di biologi e matematici e con l’ausilio del computer. Ci sarebbe da aggiungere che a 26 anni dalla pubblicazione del libro è facilmente intuibile come la tecnologia atomica sia enormemente evoluta e la miniaturizzazione dei componenti elettronici abbia reso notevolmente più precisi i missili a testate nucleari, e come sia stato possibile diversificare e arricchire il “patrimonio” di questi strumenti di genocidio fino a farli diventare ordigni più leggeri come mine, proiettili per cannoni a lunga e media gittata, bombe atomiche “tattiche” facilmente trasportabili con una jeep e così via. Dunque un aggiornamento di quel quadro apocalittico aggiungerebbe solo orrori ad orrori.

           Se durante la Guerra fredda l’accumulo di bombe termonucleari aveva uno scopo di “deterrenza” -il famoso equilibrio del terrore- che allontanava o comunque congelava il pericolo di un loro uso, oggi la faccenda si pone in maniera diversa: il fatto stesso di rendere maneggevoli gli ordigni atomici, sta ad indicare che l’imperialismo Usa si è messo sulla strada di usarli. Gli sterminatori di Washington chiamano in vario modo queste nuove strategie, le chiamano “risposta flessibile”, oppure “guerra nucleare limitata”  perché sono convinti di poter controllare un conflitto atomico.

 

 

 

I think tank dei loro Centri Studi cercano in tutti i modi di inventare il rimedio magico che metta al riparo da queste armi il loro territorio e scaricare lutti, rovine e devastazioni lontano dal loro paese: in Europa sì, in altre parti del mondo sì, ma non negli Stati Uniti. Da Reagan in poi l’ossessione di questi strateghi stregoni si è chiaramente manifestata nell’ardente aspirazione all’invulnerabilità atomica del loro paese. Che cos’è lo scudo antimissile in Polonia se non un ulteriore passo per spingere il più lontano possibile dai loro confini la guerra atomica e piazzarla nel cuore dell’Europa?

 

           Gli assertori dell’imperialismo europeo si infuriano quando si parla di colonizzazione atomica di Italia, Germania ecc. da parte degli Usa, perché se si ammette questo rapporto di subordinazione  militare di tipo coloniale, è ovvio che la tesi dell’imperialismo europeo non sta più in piedi. Una simile tesi serve a nascondere, attutire, sottovalutare il ruolo degli Stati Uniti di principale nemico dei popoli del mondo, serve a distribuire equanimemente le colpe. L’Europa e il Giappone sono complici degli Usa, sono in una posizione di  servi che strisciano vigliaccamente ai piedi dei loro  padroni, sono retti da borghesie di fedeltà atlantica e di tradimento nazionale, che hanno rinunziato alla  sovranità militare a vantaggio della macchina da guerra Usa, sono borghesie che si sono coperte del crimine di aver trasformato questi paesi in obiettivi atomici sensibili. E come tali vanno considerate e trattate queste borghesie, classi putrefatte che non hanno, non possono avere altra opzione che non sia quella di inchinarsi, volenti o nolenti, al cospetto dei sovrani di Washington. Resta pur sempre, però, la distinzione fra servi e padroni, non per generiche motivazioni sociologistiche ma al fine di impostare una realistica politica rivoluzionaria. Tutto il fuoco della propaganda e agitazione rivoluzionaria deve essere concentrato sugli Usa, ma allo stesso tempo implacabile deve essere la denunzia delle borghesie controrivoluzionarie europee, decadute al rango di classi militarmente compradore, non per spingere queste classi moribonde ad armarsi contro gli Usa (che sarebbe una colossale scemenza antimarxista), ma per agitare l’obiettivo del loro rovesciamento, senza alimentare alcuna illusione che sia minimamente possibile, nel quadro attuale, un loro riscatto da Washington. Le due classi dominanti più delittuosamente colpevoli dell’Europa Occidentale sono la tedesca e l’italiana che hanno consentito agli Usa di stringere i loro paesi in una morsa atomica senza scampo, la Germania con 339 basi atomiche, l’Italia con 113 basi disseminate in 14 regioni, dal Veneto alla Sicilia alla Sardegna e con epicentro Napoli, la città italiana (e forse europea) con la più importante presenza militare Usa.

 

La macchina bellica Usa

          

           La macchina bellica statunitense ha imbrigliato il nostro Pianeta in una fitta rete di 842 basi atomiche e impianti militari di ogni genere che si trovano dislocate in 45 Paesi sparsi nei cinque Continenti. A queste istallazioni al suolo bisogna aggiungere anche la progressiva militarizzazione dello spazio in cui verranno dislocate (o non è già accaduto? chi lo può dire?) armi termonucleari che, orbitando attorno alla Terra, potranno essere sganciate su questo o quell’obiettivo azionando un pulsante da un qualche centro di comando in territorio Usa. Una tale situazione, che configura un fenomeno assolutamente nuovo nella storia del mondo, ci impone di attualizzare la categoria di imperialismo, soprattutto per quanto concerne il legame imperialismo-guerra, che non è più una “qualsiasi” guerra, ma una guerra termonucleare.

           Nella sua celebre opera sull’imperialismo, le cui caratteristiche economiche essenziali furono già descritte da Hilferding, Lenin, da questo fenomeno nuovo, trasse le conseguenze politiche rivoluzionarie (l’imperialismo come fase di completa putrefazione del capitalismo, le potenze imperialistiche che si spartiscono il mondo, l’inevitabilità delle guerre per nuove spartizioni di un mondo già spartito), ma poi, via via, successivamente, viene sempre  meglio e più analiticamente definito in maniera assolutamente consequenziale il rapporto imperialismo-potenza militare, imperialismo-rivoluzione.

           Dal punto di vista strettamente economico il capitalismo europeo è di natura imperialista, ovviamente, perché vi dominano le banche, cioè  il capitale finanziario che ha un ruolo di assoluto monopolio, controllo e predominanza su tutta l’economia. Ma l’imperialismo non è solo questo: tener distinto il capitale finanziario dalla forza militare e dalla potenzialità di scatenare da parte di uno o un gruppo di paesi imperialisti una guerra per sopravanzare un altro paese o gruppo di paesi imperialisti per la conquista di un ruolo egemonico di comando, fare un’analisi di questo tipo, significa guardare al passato e rifiutarsi di considerare le caratteristiche peculiari della nostra epoca. Il fatto che all’interno dell’Europa vi siano due paesi, Inghilterra e Francia, che possiedono armi atomiche, questo fatto acquista rilievo solo nella considerazione che i due paesi citati possono avere un ruolo militare complementare rispetto a quello degli Usa, e sicuramente il destino di almeno uno di essi, l’Inghilterra, è di seguire fino in fondo, militarmente, gli Stati Uniti.

           Anche la teoria dello sviluppo ineguale dei paesi capitalistici in epoca imperialista è da riconsiderare: questa legge scoperta da Lenin e  approfondita da Stalin  servì a prevedere, a spiegare, a mettere in guardia il proletariato sull’inevitabilità delle guerre interimperialiste, senza infingimenti, senza illusioni, ma guardando diritto in faccia alla realtà. Non fu, quella legge, la mera descrizione di un processo economico che portava uno stato capitalistico, attraverso una corsa spasmodica, a sopravanzarne un altro. Essa servì a formulare una questione di principio: le guerre interimperialistiche sono inevitabili.

 

La Cina e la Russia

 

            Ma oggi nel mondo non vi sarà più una guerra interimperialistica di vecchio tipo. Sfidiamo chiunque a ipotizzare una guerra atomica (atomica, ovviamente, perché un conflitto mondiale, oggi, non può che essere atomico) fra l’Europa e gli Usa, o fra il Giappone (magari alleato con l’Europa) e gli Usa. La legge dello sviluppo ineguale potrebbe aver valore e significato soltanto nell’ipotesi che considerassimo: a) la Cina un paese capitalistico (e quindi imperialista); e b) la Russia un paese imperialista concorrente con gli Stati Uniti. Non sono vere né l’una cosa né l’altra.

           La Cina  è un paese socialista retto da un grande partito comunista che non si vergogna  di definirsi  tale e non ha affatto rinnegato il maoismo. Essa si deve difendere dall’aggressività degli Usa che hanno fatto di Taiwan una base militare anticinese. I dirigenti del grande paese asiatico,  essendo comunisti, sanno guardare in faccia la realtà senza raccontare palle al loro popolo e ai popoli del mondo. “Abbiamo sempre detto che gli accordi sul disarmo non sono di nessuna utilità, ma siamo favorevoli a tentativi di negoziati” disse Den Xiaoping, poi aggiunse: “se qualche nazione dovesse imporci la guerra noi non abbiamo paura e i nostri piani (di  sviluppo) saranno semplicemente posticipati di alcuni anni. Ma riprenderemo la costruzione economica quando la guerra terminerà”. (Op. scelte, II vol., agosto 1982, edited by people’s daily on line). Notiamo di sfuggita che emerge da queste parole una posizione di principio: la guerra atomica è un pericolo incombente a cui bisogna essere preparati.

           La Russia non è, non può essere imperialista ma si deve difendere dagli Usa i quali ultimi stanno dando, con un’aperta, aggressiva politica di  provocazioni (come lo scudo antimissile  in Polonia -di cui si diceva prima- e un megaradar militare a settanta chilometri da Praga), uno spaventoso sviluppo al riarmo e alla proliferazione nucleare. All’epoca di Gorbaciov ed Eltsin sembrava che la Russia fosse fatalmente destinata a trasformarsi in una colonia americana. Ma ora non è così, quel paese sta ridiventando il temibile antagonista degli Stati Uniti.

 

           Usciti vincitori dalla Guerra fredda, gli Usa erano proiettati alla conquista di un dominio globale indiscutibile e incontrastabile, ciò che i loro ideologi chiamarono ‘il Secolo americano’ o ‘La missione senza tempo dell’America’ o in qualche altro ridicolo modo retorico. Ma il cosiddetto sogno americano si sta rivelando, alla fine, un’amara lusinga. Accanto alle sconfitte militari sul campo di battaglia in Iraq e Afghanistan, è sopraggiunta una crisi finanziaria di gravi proporzioni dalla quale non riuscirà a trarla fuori il nuovo numero 1 nero della Casa Bianca che sta suscitando tante ingenue speranze sia all’interno del suo paese che all’estero. L’espressione fine della Guerra fredda andava di pari passo con l’idea del trionfo globale degli Usa e quindi sembrava che fossimo arrivati al capolinea, che ci fossimo trovati di fronte ad una foresta pietrificata, di fronte  alla fine della storia  secondo l’espressione comica di un professore nippo-americano. Ma la guerra fredda non è cessata e la storia ha ripreso la sua marcia. Per questo l’imperialismo Usa diventa più pericoloso e aggressivo, per questo la sua politica di guerra è volta a fronteggiare quelli che esso considera i suoi potenziali nemici strategici e cioè gli unici due grandi Paesi in grado di ostacolarne il demenziale sogno hitleriano di egemonia mondiale: la Russia e la Cina. Altro che Iran, altro che “Stati canaglia”, nel mirino nucleare degli sterminatori di Washington vi sono la Russia e la Cina. C’è anche da considerare che, comparato ad un presidente che siede alla Casa Bianca e al suo potere di comando, Hitler appare come uno gnomo, perché la potenza distruttiva degli Usa è centomila volte superiore a quella nazista. Ora, se nel nostro schema interpretativo dell’odierna situazione mondiale includessimo  Cina e Russia fra i “paesi imperialistici”, allora la Terza guerra mondiale che gli Usa stanno mettendo in conto non provocherebbe la fine dell’imperialismo, non aprirebbe una nuova epoca progressiva della storia umana dove le guerre saranno definitivamente messe al bando, ma si ritornerebbe ancora e ancora alla storia di sempre, alla eterna condizione di dominio della borghesia, del capitalismo, dell’imperialismo. E questa è una tesi antimarxista, kruscioviana e togliattiana, è una tesi che si risolve, in ultima analisi in un’apologia della indistruttibile potenza dell’imperialismo. A meno che non pensiamo che a contrastare  la guerra Usa siano i ridicolissimi  pacifisti tardoghandiani che la degenerazione revisionista ha prodotto in Italia, o il cosiddetto movimento dei movimenti che di comunismo non vuole neanche sentirne parlare.

 

La questione monetaria

 

           C’è ancora un altro elemento, di carattere economico, che deve indurci ad attualizzare la categoria imperialismo: all’epoca di Lenin, il sistema monetario borghese-capitalistico era ancora fondato sull’ancoraggio della moneta cartacea alle riserve auree dei vari Stati, per cui risultava possibile, in caso di perdita di credibilità di questa o quella moneta, richiederne il corrispettivo in oro. Durante il periodo intercorso fra le due Guerre mondiali, allo scopo  di mantenere quanto più stabile fosse possibile il sistema monetario occidentale, si consolidò il regime di “corso forzoso” che scioglieva i governi dall’obbligo della convertibilità della cartamoneta in oro, ciò che dava una qualche maggiore stabilità alle varie monete e al loro reciproco rapporto di cambio sul mercato mondiale. Successivamente, quando la Seconda guerra mondiale non era ancora terminata, e un  anno prima che Truman desse l’ordine di compiere  la più grande azione terroristica di tutti i tempi (il bombardamento  atomico di Hiroshima e Nagasaki), gli Usa chiamarono a raccolta 45 paesi di area capitalistica e, proprio alla maniera del gangster che mette la pistola sul tavolo verde per spaventare gli altri giocatori inermi, imposero un nuovo sistema monetario che fu il primo esempio nella storia di un ordine monetario unico mondiale dominato da una sola nazione capitalistica. I paesi chiamati a Bretton Woods (dove si svolse l’incontro) avevano subìto gravi devastazioni e disastri di ogni genere, ed anche la loro economia era ridotta a un cumulo di macerie. Per gli Usa, invece, la guerra aveva significato solo perdita di carne da cannone (che per gli imperialisti è una merce di poco valore), le città americane non conobbero i bombardamenti, la vita vi prosperava,  e per le grandi corporations il secondo conflitto mondiale fu un affare d’oro, letteralmente d’oro, perché Washington in oro si fece pagare i suoi “aiuti” ai paesi devastati dalla guerra. Il Gangster impose questa legge: da oggi in poi solo la mia moneta sarà legata all’oro, un’oncia d’oro (un po’più di 28 grammi) varrà 35 dollari, il valore delle vostre monete sarà definito in base al rapporto di cambio con la mia moneta. Cosicché queste luride sanguinarie borghesie che avevano sprofondato il mondo in una guerra che costò oltre 50 milioni di morti, se ne tornarono via da Bretton Woods cornute e mazziate e, per ottenere i dollari necessari con cui acquistare dagli Usa materie prime, generi alimentari, impianti industriali eccetera, furono pure costrette a vendere le loro ultime scorte d’oro al Tesoro americano. Il dollaro, dunque, diventò esso stesso oro!

           Chi poteva controllare la politica monetaria del sovrano imperialista? Nessuno. Ha stampato soldi, ha trasformato la carta filigranata in dollari, ne ha stampati a tonnellate (è ciò che in termini asettici si chiama “politica inflazionistica”) senza dover dare conto a nessuno, senza che qualcuno gli ricordasse di dover rispettare i “parametri”, tanto, il rapporto di cambio oro-dollaro rimaneva inalterato, qualsiasi intrallazzo monetario facessero. Nessun paese si era mai trovato in una posizione così incredibilmente e irragiungibilmente privilegiata. E’ così che gli Usa hanno finanziato la loro  politica militare planetaria, e allo stesso tempo la politica militare planetaria ha dato man forte alla stabilità del dollaro perché nessun paese al mondo “di fedeltà atlantica” e ardente ammiratore della “Grande democrazia” avrebbe mai osato mettere in dubbio la solidità  economica dell’iperpotenza planetaria. Da questa suprema posizione di vantaggio l’imperialismo d’oltreoceano ha finanziato  le spese per imbrigliare la Terra  e lo Spazio -come si diceva- in una fitta maglia atomica, ha fatto una corsa senza tregua verso la proliferazione nucleare, si è armato fino ai denti, ha messo su una rete spionistica planetaria che ha fomentato disordini e colpi di stato in ogni angolo del mondo, ivi compresa l’Europa occidentale e l’Italia (ricordiamoci di Gladio). Ma col passare degli anni, i paesi di area capitalistica hanno ricostruito le loro economie e si sono avvalsi del diritto di chiedere oro invece che dollari in pagamento delle loro esportazioni. Cosicché l’oro cominciò a seguire un percorso inverso rispetto a quello degli anni della catastrofe bellica: dai forzieri di Fort Knox i lingotti d’oro cominciarono a rifluire verso le banche centrali degli altri paesi capitalistici. Le riserve auree Usa iniziarono ad assottigliarsi fino al punto che, nell’agosto 1971, ancora una volta, gli Usa, per ordine di uno dei più vigliacchi e criminali presidenti Usa, Nixon (che ordinò il bombardamento a tappeto dei campi terrazzati del nord Vietnam), decise unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro. Il Gangster di turno, questa volta, non li chiamò neanche più a rapporto i suoi alleati, comunicò loro, senza preavviso: da oggi in poi non vi diamo più oro in cambio di dollari, teneteveli così come sono! E quindi ancora una volta il gregge dei fedeli alla “Grande democrazia” ne uscirono cornuti e mazziati perché si trovarono in possesso di enormi quantità di dollari di carta non più convertibili in oro.

           Ma, nonostante tutti i privilegi di cui ha goduto,  le dure leggi del capitalismo stanno ora attanagliando anche il principale paese capitalistico del mondo, dove hanno fatto bancarotta, una dietro l’altra, come al gioco dei birilli, tutte le principali e più grandi banche e i primi a pagare, come sempre, saranno milioni di lavoratori ai quali è già stata tolta la casa e domani sarà tolto il lavoro, lavoratori ridotti sul lastrico che andranno ad ingrossare la già enorme cifra di 43 milioni di cittadini Usa che vivono sotto la soglia della povertà.

 

Il pericolo atomico

Si può parlare -come scrisse Buzzati-Traverso- di crescente minaccia di guerra nucleare? Per rispondere con una certa precisione a questa domanda difficile e complicata, bisogna abbandonare il terreno astratto della “concretezza” delle cose “possibili” e affrontare il discorso a partire dalla concretezza (senza virgolette) dell’ideologia comunista  cioè dei principi. Un autorevole assertore della Concretezza da contrapporre all’Ideologia è stato Togliatti. Se rileggiamo il suo Memoriale di Yalta (che pubblichiamo) scopriamo che egli, “sul modo migliore di combattere le posizioni cinesi” (diceva “i cinesi”, non “i comunisti cinesi”) suggeriva al “compagno” Krusciov di evitare “esasperazioni verbali” e di scendere su “temi concreti in modo oggettivo e persuasivo”. Un tema concreto -diceva lui- era il Patto di Mosca contro gli esperimenti nucleari che rappresentava “una vera e importante vittoria conseguita contro i cinesi. Ci rendiamo conto di che cosa diceva Togliatti? Diceva che  questo Patto (che si è rivelato -come tutti i successivi patti o trattati- un puro e semplice inganno dell’opinione pubblica mondiale) era una vittoria contro “i cinesi” (incredibile!), come se i “i cinesi” avessero voluto le atomiche, mentre l’imperialismo Usa, buono e ragionevole, si fosse convinto a smetterla di fabbricarne. Bisogna anche aggiungere che Togliatti, che suggeriva a Krusciov di evitare “esagerazioni verbali” riservava a sé stesso il diritto di praticarle queste esagerazioni, infatti accusava “i cinesi” di adottare linguaggi “volgari e violenti”. Su questo sito abbiamo già inserito un importantissimo documento del Pcc in polemica con Togliatti, quindi i compagni che lo leggessero si renderebbero conto che non vi era in questa polemica nulla di volgare e violento, ma che, alle illusioni che il rinnegato Togliatti (che i comunisti cinesi chiamavano “compagno Togliatti”) propagava sulla ragionevolezza dell’imperialismo Usa, il Pcc, con argomentazioni ideologiche cioè fondate su principi  marxisti, metteva in guardia contro le illusioni sulla ragionevolezza dell’imperialismo Usa. Da allora sono passati oltre 40 anni: l’impressione che se ne ricava, per chi ancora abbia mantenuto un legame con il marxismo rivoluzionario ( non accademico), è che la Concretezza di Togliatti si è rivelata astratta , l’Astrazione dei comunisti cinesi concreta.

           Oggi la lezione togliattiana della “concretezza” è stata fatta propria dagli epigoni (non parliamo di quelli che sono passati nel campo dell’anticomunismo – su quelli lì non c’è più nulla da dire) i quali, nonostante si richiamino ancora alla parola “comunismo” chi più (Diliberto) e chi meno (Bertinotti, prima di dissolversi) hanno fatto dell’a-ideologismo il fondamento del loro agire politico. E non potrebbe non e essere così, altrimenti le loro linee politiche non si concilierebbero in alcun modo con i principi del comunismo. Attribuiscono alla parola ideologia il significato spregiativo di falsa coscienza, e fanno, della “concretezza “ del quotidiano la loro unica ragion d’essere, senza rendersi conto di cadere nel ridicolo perché anche quella loro è un’ideologia, e precisamente l’ideologia dell’hic et nunc, della falsa concretezza. Almeno, Togliatti parlava di via italiana al socialismo, questi qui non sanno nemmeno da che parte andare. Il socialismo, nel loro orizzonte, è via via scomparso, come in una dissolvenza cinematografica.

           Ciò premesso, ritornando all’argomento guerra termonucleare, c’è da dire che  la cosa peggiore è di non parlarne. E Il Pdci e Rc, che per anni hanno avuto un discreto numero di deputati e senatori nel parlamento nazionale hanno colpevolmente taciuto, rinunciando a servirsi del parlamento come tribuna di denunzia su un problema di tale gravità. Sì,  vi sono state sporadiche interrogazioni parlamentari da parte di alcuni loro rappresentanti, ma di fatto, la questione atomica, che è una questione democratica di carattere primario, non è stata mai seriamente affrontata. Le origini di questa non volontà di parlar chiaro al Paese sono di carattere ideologico. Tacere alla gente il fatto che la nostra penisola è un deposito di bombe nucleari americane (ce ne sono almeno 90 sotto controllo militare Usa); non dire che la politica di asservimento della borghesia italiana agli Usa mette a repentaglio -senza esagerazioni!- la sopravvivenza stessa della nostra nazione; star zitti sulla circostanza che in caso di deflagrazione atomica l’Italia sarebbe uno dei primi obiettivi da colpire, tutto ciò significa che è fortemente radicata una cultura riformista delle compatibilità con il sistema di dominio borghese, e anche la sottovalutazione di una guerra atomica è essa stessa compatibile con tale sistema e con tale visione riformistica della politica.

           Questa situazione di assurda e malsana convenzione al silenzio su una questione di vita e di morte (nel senso letterale del termine), di sopravvivenza o di distruzione di un popolo e di una civiltà, pone con urgenza ai marxisti, cultori della concretezza ideologica, il compito di formare un partito comunista rivoluzionario che spazzi definitivamente dalla scena gli usurpatori di nomi e simboli di una grande storia (peraltro da essi misconosciuta), e delle loro insulse e fallimentari pratiche di quotidiano e inconcludente microriformismo.

 

Amedeo Curatoli

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