È SOCIALISTA O CAPITALISTA LA CINA?

 

            Chiariamo preliminarmente una cosa: attribuire oggi la qualifica di capitalista a un determinato paese non significa nulla. Un paese capitalista, nella nostra epoca, è necessariamente anche imperialista, cioè fomentatore di guerre in concorrenza con altri predoni e rapinatore delle risorse di paesi militarmente più deboli. Di che cosa sia stato capace il capitalismo imperialista da quando esso si è manifestato nel mondo ce lo ha mostrato un secolo e più di orrori, stragi e distruzioni e due guerre mondiali. Le sue imprese criminali continuano ancora oggi, stanno sotto gli occhi di tutti. L’imperialismo è guerra, disse Lenin, e aggiunse: l’imperialismo è la vigilia della rivoluzione proletaria. Dire che la Cina è imperialista deriva dall’ignoranza della rivoluzione cinese, come tenteremo di spiegare

Noi comunisti dobbiamo essere, in linea generale, gente di una certa cultura (questo è ovvio!), ma soprattutto essere colti  in materia di rivoluzione. È obbligatorio, per noi, conoscere necessariamente, e imparare a memoria, per così dire, almeno la storia delle 2 grandi rivoluzioni del ‘900, quella Russa e quella Cinese, rivoluzioni che ci hanno tramandato un inestimabile patrimonio teorico che sicuramente, sia detto senza retorica,  illuminerà, anch’esso, il proletariato nel cammino della rivoluzione nell’Occidente imperialista. E’ una storia che ci appartiene, perché è anche la nostra storia, e se, per un fatto puramente accidentale, ricevemmo in dono il privilegio di essere contemporanei se non addirittura testimoni oculari di quei due grandiosi avvenimenti, abbiamo il sacrosanto dovere, spremendo il nostro piccolo cervello, di reinterpretarli quegli avvenimenti alla luce della situazione odierna, farne un bilancio storico procedendo con umiltà e accortezza, senza quell’insopportabile spocchia tipica del trotskismo che sale sempre in cattedra e dice immancabilmente supreme idiozie immancabilmente gradite ai propagandisti anticomunisti del cosiddetto mondo libero. Tra le altre, si dà il caso che noi siamo Italiani, che a differenza dei Russi e dei Cinesi, non siamo stati ancora capaci di scrollarci di dosso il dominio della borghesia e del gigantesco, soffocante, persecutorio apparato burocratico e repressivo che grava sulle nostre spalle da che l’Italia è diventata un paese compiutamente borghese, cioè da oltre un secolo e mezzo. Nel primo dopoguerra ci ha tradito il partito di Turati, nel secondo dopoguerra quello di Togliatti. Avevamo un Partito comunista (si diceva con enfasi: il più grande partito comunista non al potere…che in effetti occupava quasi mezzo parlamento e lo votavano milioni di popolo) il quale ad un certo punto si è vergognato  di chiamarsi comunista e si è ignominiosamente autosciolto. E’ bene ricordare tutto ciò, prima di levare il ditino accusatore piccolo-borghese verso coloro che le autentiche rivoluzioni le hanno fatte e vinte, per davvero, e stanno ancora al potere. Le grandi rivoluzioni  producono grande teoria perché solo una grande teoria coglie il momento storico irripetibile ed indica alle centinaia di migliaia e ai milioni di insorti il percorso più concreto e realistico verso la conquista del potere. E’ morto da poco uno che passava per comunista “di sinistra”, si complimentò con Bertinotti, «bravo!» gli disse «avete fatto i conti non solo con Stalin, ma anche con Lenin!» poiché questo comunista di sinistra aveva declassato la vicenda sovietica a storia di  errori e orrori. Occorre davvero un bel coraggio, un coraggio alla Erostrato, per spazzare via Lenin e Stalin. Le vere rivoluzioni ispirano, evidentemente, paura e sgomento a chi ha vissuto la sua intera esistenza nei banchi ovattati del parlamento borghese.

 

Ma ritorniamo alla Cina. Nel celebre discorso “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo” (1957) Mao Zedong disse: «Nel nostro paese, le contraddizioni tra la classe operaia e la borghesia nazionale è una contraddizione in seno al popolo.(……)Nel periodo della rivoluzione socialista lo sfruttamento della classe operaia a scopo di profitto rappresenta un aspetto del carattere della borghesia nazionale, mentre il suo appoggio alla Costituzione e la sua inclinazione ad accettare la trasformazione socialista rappresentano l’altro aspetto. La borghesia nazionale differisce dagli imperialisti, dalla classe dei proprietari fondiari e dai capitalisti burocratici». Durante tutta la lunga rivoluzione cinese, ma soprattutto all’indomani dell’invasione della Cina da parte degli imperialisti giapponesi, una parte della borghesia ha solidarizzato con la linea e con la politica del Partito Comunista cinese. Questa borghesia  è la borghesia nazionale e quindi fa parte del popolo. È una cosa molto semplice da capire, a meno che non sia trotskisti.. «La contraddizione fra la borghesia nazionale e la classe operaia -prosegue Mao-  è una contraddizione fra gli sfruttatori e gli sfruttati, e per natura è antagonistica. Ma (ecco il MA che i deboli di cultura marxista non capiscono rischiando di procedere  mano nella mano con i trotskisti) nelle condizioni concrete della Cina, questa contraddizione di classe di natura antagonistica può essere trasformata, se trattata nel modo giusto, in contraddizione non antagonista ed essere risolta con metodi pacifici». Risolvere con metodi pacifici tale contraddizione non significa espropriare la borghesia nazionale, ma accontentarsi, come dice Mao, che essa rispetti la Costituzione, abbia un atteggiamento di non ostilità verso la trasformazione socialista della società e partecipi allo sviluppo e all’elevamento del benessere della nazione. Noi non abbiamo idea di che cosa possa essere la “borghesia nazionale”, non l’abbiamo mai vista, la nostra è tutta borghesia imperialista che i comunisti, nella rivoluzione socialista, hanno il compito distruggere in quanto classe. Ed è proprio l’aggressione militare e la rapina delle risorse ai danni dei paesi semicoloniali e semifeudali che  fa staccare dalla borghesia compradora una parte di essa che trova la forza, per gli orrori che l’imperialismo infligge al proprio paese, di partecipare, insieme alle classi diseredate, alla lotta antimperialista. Nel saggio «Sulla nuova democrazia» (1940, dieci anni prima di prendere il potere) Mao dice: «Nel mondo, i vari sistemi statali, in base al carattere di classe del potere politico, possono essere fondamentalmente classificati in tre categorie: a) repubbliche sotto la dittatura borghese; b)repubbliche sotto la dittatura del proletariato; c)repubbliche sotto la dittatura congiunta di diverse classi rivoluzionarie». In questa estrema sintesi maoista bisogna evidentemente  intendere per «dittatura borghese» anche quei paesi semi-coloniali e semi-feudali il cui potere è nelle mani della borghesia compradora, corrotta e venduta all’imperialismo. Quindi, le rivoluzioni in paesi del Terzo Mondo si configureranno, tutte, come dittatura congiunta di diverse classi rivoluzionarie in vista di superare, successivamente, questa  fase transitoria per giungere al socialismo. In Cina, la terza forma di Stato si è manifestata nel modo classico di una rivoluzione vittoriosa, di una rivoluzione armata diretta dal Partito comunista che ha abbattuto il vecchio potere e lo ha sostituito con uno nuovo Stato, che Mao, nel 1940, chiamava Stato di Nuova Democrazia.

 

Molti paesi del Terzo mondo: Egitto, Iran, Indonesia, Congo, Algeria, Sudan, Etiopia, e anche la stessa Libia si erano messi sulla strada di liberarsi definitivamente dall’imperialismo e questo anche per la fortissima influenza esercitata dall’Unione Sovietica, vista come potenza irriducibilmente antagonista agli Usa. Avevano espresso leader nazionalisti come Nasser, Mossadegh, Sukarno, Lumumba, Ben Bella, Nimeiri, Mengistu, Geddafi, e se la storia procedesse secondo un andamento rettilineo, e non a spirale, con spaventosi salti all’indietro, tutti questi paesi avrebbero seguito il destino della Cina. L’imperialismo, capeggiato dagli Usa, ha svolto un ruolo attivamente controrivoluzionario e li ha abbattuti tutti questi leader, non si è fermato neanche davanti ai più efferati crimini sanguinari, come accadde in Indonesia. Oggi, nei paesi dell’America Latina, e in modi diversi, stiamo assistendo ad un processo di liberazione antimperialista. L’esempio più chiaro e clamoroso è il Venezuela. Si può oggi dire che Brasile, Cile, Bolivia Equador ecc. non costituiscono più il cortile degli Stati Uniti d’America i quali ultimi, commettendo l’errore strategico di estendere a dismisura la linea del fronte della sua guerra globale contro il progresso, non sono riusciti più a tenere sotto controllo quest’area geopolitica di loro tradizionale indiscusso dominio. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi in America Latina conferma in linea di massima la previsione maoista del 1940 (che abbiamo citato) anche se -almeno finora- non nella forma classica di una rivoluzione armata antimperialista.

 

In Cina, dicevamo, esiste la borghesia nazionale che per suo mestiere è detentrice di capitale e sfrutta il lavoro salariato e si arricchisce. Non l’ha inventata e prodotta Deng Xiaoping ma le condizioni storiche di quel grande paese quando il Partito comunista è andato al potere. Era un paese poverissimo che ha tentato tutte le vie per risolvere il problema primario della fame e della morte di inedia (nel vero senso del temine) che incombeva su sterminate masse di contadini poveri e poverissimi. Se il socialismo è la fase primaria del comunismo, il socialismo cinese, date le condizioni proibitive degli inizi, è, secondo quanto affermano i compagni del PCC, la fase primaria della fase primaria, una condizione politica di eccezione mai sperimentata prima nella storia. Quindi per intendere che cosa sia il socialismo dalle caratteristiche cinesi bisognerebbe, tanto per cominciare, avere un atteggiamento di rispetto, attendendo gli sviluppi futuri, osservando con attenzione come si sta muovendo la Cina nello scacchiere mondiale, ma studiando soprattutto i Congressi del PCC che sono la fonte primaria eccezionale per capire come evolve in quel paese il socialismo. Il marxista dogmatico manca di questa attitudine, il suo cervello è ottenebrato dal pregiudizio, e i pregiudizi radicati superano di gran lunga la ragione. Ai marxisti che definiscono imperialista la Cina si attaglia perfettamente un noto brano di Lenin (vol.17° op. complete pag. 29):

 

«La nostra dottrina, diceva Engels parlando di se stesso e del suo celebre amico, non è un dogma, ma una guida per l’azione. Questa classica formula sottolinea con forza e concisione meravigliose quell’aspetto del marxismo che a ogni istante viene perso di vista. E perdendolo di vista, noi facciamo del marxismo una cosa unilaterale, deforme e morta; lo svuotiamo del suo vivo contenuto, scalziamo le sue basi teoriche fondamentali: la dialettica, la dottrina dell’evoluzione storica multiforme e piena di contraddizioni; indeboliamo il suo legame con i precisi compiti pratici dell’epoca, che possono cambiare a ogni nuova svolta della storia»

 

Una svolta della storia è stata la morte di Mao Zedong; una svolta nella storia è stata la morte di Stalin. I marxisti dogmatici non riescono a capire la differenza abissale fra questi due eventi; per costoro l’uno vale l’altro, non capiscono la dottrina dell’evoluzione storica multiforme e piena di contraddizioni che non ha nulla a che vedere con la visione evoluzionistica secondo la quale ogni nuova svolta della storia non è un salto dialettico ma deriva dalla situazione che l’ha preceduta, per pura «filiazione» evoluzionistica.

All’indomani della morte di Stalin si è aperta una lacerante contraddizione: si formò una congiura, capeggiata da Krusciov che ha dato vita ad una vera e propria «controrivoluzione nel campo della sovrastruttura», secondo l’espressione che usò il PCC. Al contrario, all’indomani della scomparsa di Mao il PCC mise all’ordine del giorno, sotto la guida di Deng Xiaoping, i precisi compiti pratici che si imponevano alla Cina: la contraddizione principale del nostro paese, disse il PCC, non è la lotta di classe ma lo sviluppo delle forze produttive. E al contrario dell’arcicriminale Krusciov che demonizzò Stalin sulla base di indicibili menzogne fino a chiamarlo “idiota” e “sanguinario”, il PCC riconobbe i meriti imperituri di Mao nettamente prevalenti, ma ne criticò anche gli errori che commise nell’ultima parte della sua vita. Al suo celebre discorso sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo  tenuto nel 1957, seguì, dieci anni dopo, la Rivoluzione culturale proletaria voluta e capeggiata da Mao personalmente. La teoria e la pratica della Rivoluzione culturale andava nel senso opposto a quella delineata nel discorso del 1957: la teoria della lotta fra le due linee all’interno del partito, una proletaria e una borghese, portava a violenti, insanabili, drammatici contrasti che spinsero la Cina sull’orlo della guerra civile, per ammissione dello stesso Mao! La rivoluzione culturale proletaria si è dimostrata, nei fatti, la teoria e la pratica dell’errata soluzione delle contraddizioni in seno al popolo, è stata la teoria e la pratica di rendere antagoniste le contraddizioni in seno al popolo. Per cui, si potrebbe affermare, fu Deng Xiaoping a ripristinare la tattica geniale che Mao delineò nel famoso discorso del 1957.

 

Il socialismo dalle caratteristiche cinesi è indubbiamente un rompicapo. Ma poiché il marxismo, come diceva Engels, non è un dogma ma una guida per l’azione, per superare lo stato di estrema miseria del paese più popolato del mondo, i dirigenti di quel paese, comunisti -mai dimenticarlo- ispirandosi a questo metodo, vale a dire  al marxismo leninismo e al pensiero di Mao Zedong, dopo una lunga e tormentosa ricerca e una serie di sperimentazioni (commettendo anche degli errori – da essi stessi riconosciuti tali), sono giunti alla conclusione (dopo un dibattito teorico che è durato molti anni e di cui i comunisti dogmatici non sanno nulla) che il mercato e la concorrenza, non essendo necessariamente appannaggio di un’economia capitalistica, poteva andare bene anche in un’economia socialista. I dirigenti del PCC, di cui bisognerebbe riconoscere audacia, spregiudicatezza e duttilità tattica, hanno alla fine portato la Cina in pochi anni, al livello mondiale di grande potenza economica e militare. Sbalorditivo, no? Non bisognerebbe esultare di gioia? Invece i dogmatici dicono: quella è borghesia, il mercato è incompatibile col socialismo, al socialismo si confà l’emulazione socialista, non la concorrenza di mercato. Va bene, è una borghesia. E’ una borghesia capace di elevare il tenore di vita di mille e trecento milioni di esseri umani; di sviluppare le forze produttive; di creare una condizione economica di spinta verso la piena occupazione nel paese più popoloso del mondo; di assicurare l’ordine, in un tale paese, senza ricorrere al terrore; di scalzare progressivamente la triade imperialista (Usa, Europa, Giappone) dai mercati di Asia Africa e America Latina stabilendo rapporti di scambio fondati, per la prima volta nel mondo, sul mutuo interesse e non sulla spoliazione di tipo coloniale. E’ una borghesia che attua piani quinquennali senza i quali non sarebbe possibile realizzare indici di sviluppo annuali che i paesi imperialisti si sognano! Ma scusate, se diciamo che anche la Cina è borghese, non facciamo, inconsapevolmente, apologia di borghesia, sempre e solo borghesia, evviva la borghesia? E poi… come è possibile che questa malsana idea di capacità egemonica della borghesia che conquista tutte le latitudini e le longitudini del mondo venga fuori proprio da noi comunisti occidentali (dogmatici) che oltre ad aver subito la sequenza di orrori di cui dicevamo prima, abbiamo sperimentato la scandalosa inettitudine a governare, per esempio in Italia, di gentaglia come Prodi, che ha criminalmente calcolato il valore del cambio euro-lira in modo da dimezzare letteralmente il potere d’acquisto dei nostri già miserabili salari e stipendi, l’orrendo molestatore di ragazzine minorenni di Arcore, “il professore” Monti agente dell’imperialista Banca Centrale Europea, e, dulcis in fundo, l’attuale cerebroleso che ci fa schifo anche nominare? Vi immaginate se alla testa del PCC (ritenuto borghese controrivoluzionario)  vi fossero individui di livello etico e politico pari a queste schifezze di semiuomini che abbiamo nominato?? Suvvia, ragazzi…..la Cina, in questa malaugurata ipotesi di fradicia direzione borghese già l’avrebbero smembrata e l’imperialismo Usa, rovesciando il potere del Partito comunista, avrebbe fatto Tombola!

 

Noi comunisti credevamo che una volta stabilito il socialismo, la via verso il comunismo sarebbe stata relativamente breve. Invece, purtroppo, la storia sta dimostrando che anche il socialismo, fase primaria del comunismo, ha bisogno di tempi molto più lunghi per affermarsi in quanto tale prima di preparare la fase successiva. Dicono oggi i compagni cinesi:

 

«Affinché il socialismo dei paesi a capitalismo maturo possa affermarsi, c’è bisogno che nasca una nuova generazione di teorici e rivoluzionari comunisti» (Liu Chanchun, in una Conferenza a Milano il 7 giugno 2014). Da questo punto di vista stiamo rovinati. Tutto ciò che si richiama al comunismo, oggi, tranne rare eccezioni, in Italia e anche in altri paesi europei, ha un orientamento decisamente anticinese, sostiene che la Cina è imperialista.

 

In Europa c’è un’Internazionale, per così dire, anticinese, guidata dal KKE, Partito Comunista greco, il quale, a differenza del nostro Pci, è stato sempre un partito rivoluzionario, fin dalla nascita, che gode di grande prestigio ed è orgoglioso delle sue tradizioni. Gli consiglieremmo- se mai un giorno avessimo l’opportunità di incontrare questi valorosi compagni che hanno sempre combattuto il revisionismo moderno- di essere più attenti, nei confronti della Cina, meno precipitosi, di non fare come Enver Hoxa. Il rivoluzionario albanese era un grandissimo dirigente comunista, colui che ha edificato l’Albania socialista guidando la lotta armata fino alla cacciata dei nazisti dal suolo albanese. Egli, inoltre, ebbe un atteggiamento eroico nel contrastare a fronte alta la linea controrivoluzionaria di Krusciov, ancor più del PCC. Eppure…egli attaccò il PCC e Mao perché non ne condivise la linea di politica interna, non capì la politica dei «cento fiori», accusò Mao di opportunismo. Ma che cosa hanno dimostrato i fatti? Che l’Albania è sprofondata nella barbarie del capitalismo asservito agli Usa, che il suo capo è stato dipinto come un dittatore sanguinario, che sua moglie ha subito l’onta dell’arresto e della prigione…..mentre la Cina è sempre lì, diretta dal Partito Comunista. E proprio l’atteggiamento di Enver Hoxa, rivelatosi storicamente errato e intempestivo, dovrebbe indurci ad una più profonda riflessione sulla Cina.

 

Uno schema di politica internazionale fondato sul presupposto che la Cina è una superpotenza imperialista è semplicemente catastrofico, significa buttare a mare l’analisi leninista dell’imperialismo-vigilia della rivoluzione mondiale. Sono decenni che stiamo a parlare del declino irreversibile dell’imperialismo con alla testa gli Usa, e proprio quando vediamo con i nostri occhi ora, nella politica dell’oggi, materializzarsi una coalizione mondiale che sta intelligentemente costruendo la Cina, con cui l’imperialismo dovrà amaramente fare i conti, ebbene, proprio in questo contesto di pericoli di guerra termonucleare che la bestia ferita a morte progetta di scatenare, riproporre lo schema: scontro fra superpotenze è una svista colossale e -non si offendano i marxisti leninisti anticinesi- una svista proprio di natura trotskista.

 

In un articolo apparso sull’ultimo numero di  resistenze.org un compagno ha scritto che non si può ridurre «questo esperimento asiatico» (parla della Cina) in «gabbie ideologiche», intendendo dire che è inutile una definizione “ideologica” della Cina. Parliamo dei misfatti della Cina, egli dice, e poi saranno questi fatti e misfatti a dirci finalmente che cos’è realmente quell’«esperimento asiatico». Una posizione del genere è completamente errata, è una posizione opportunista. Noi dobbiamo definire a chiare lettere, cioè ‘ideologicamente’ la Cina: è socialista o imperialista? Non c’è un’altra possibilità, tertium non datur, anzi, ci sarebbe una terza possibilità: la categoria della ‘società post-capitalista’ escogitata dal compagno Losurdo, che però anche i cinesi la rispedirebbero cortesemente al mittente. La società post-capitalista è una categoria antimarxista che farebbe rigirare nella tomba Marx ed Engels. Dopo il capitalismo c’è solo il socialismo.

 

Dunque:

1- Vi è una Cina socialista, che proprio in quanto ispirata ai principi del marxismo leninismo sta costruendo un fronte antimperialista mondiale, il Brics, che sono le iniziali di paesi mai stati imperialisti, ma che portano ancora sulle loro carni le ferite che l’imperialismo ha inferto loro, a cui presumibilmente si  aggregheranno altri paesi non imperialisti ma vittime dell’imperialismo. È una Cina socialista, che fa un uso anti-dogmatico del marxismo leninismo ed è stata capace di stringere forti legami con la Russia di Putin, ciò che fu impossibile in passato fra Cina e Urss  per la criminale politica controrivoluzionaria di Krusciov che ruppe l’unità del campo socialista. È una Cina socialista che si è ormai, finalmente, impadronita della tecnologia da cui l’Occidente borghese ha cercato con tutti i mezzi di tenerla esclusa. È una Cina costretta a spendere una notevole quota della ricchezza nazionale per armarsi di tutto punto allo scopo di difendersi da un attacco termonucleare di Washington. Ebbene, tutto ciò ci riempie il cuore di gioia, perché una Cina militarmente forte, stretta alleata della Russia (temutissima potenza nucleare) allontana in pericolo di una catastrofe atomica perché i guerrafondai del Quarto Reich ci penseranno mille volte prima di azzardarsi a scatenare l’attacco. E il tempo che passa è a tutto vantaggio della Cina e del Brics.;

 

2- Vi è una Cina imperialista che ha formato un campo imperialista che compete con la triade Usa- Europa-Giappone. Dunque, una non improbabile guerra termonucleare sarà, come la Prima e la Seconda guerra mondiale una guerra interimperialista, dalla quale risulterà vincente uno dei due schieramenti, dopodiché bisognerà aspettare decenni o forse secoli prima di abbattere le rimanenti potenze imperialiste uscite vincitrici dallo scontro. Poi, finalmente, sorgerà l’alba del socialismo.

 

Come si può vedere, qui ci sono due schemi interpretativi opposti. L’attuale polemica Cina socialista, Cina imperialista è della stessa natura teorica e di principio di quella scatenata da Trotski all’indomani stesso della morte di Lenin: e cioè se era possibile costruire il socialismo in un singolo paese, oppure bisognava scatenare una guerra avventurista contro i paesi capitalisti, ciò che avrebbe significato la distruzione della giovane Repubblica Sovietica.

Se la divergenza sul socialismo in 1 solo paese riguardava la Russia Sovietica (che era pur sempre un sesto delle terre emerse), l’attuale polemica sulla Cina ha a che vedere con il destino dell’intera umanità.

 

Amedeo Curatoli

 

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