Comunismo e filosofia di Amedeo Curatoli

Parla uno (il sottoscritto) che di filosofia ha una superficiale conoscenza di quando, studente, imparò che questa disciplina ebbe il suo effettivo inizio con Talete, Anassimandro e Anassimene i quali si occuparono dell’origine fisica del mondo e che poi questa ricerca fu via via approfondita da Pitagora, Parmenide, Eraclito, Democrito ecc. e poi ancora a un certo punto irruppero sulla scena i sofisti che compirono una grande rivoluzione ideologico-culturale ponendo finalmente al centro della loro speculazione l’uomo, l’uomo in quanto tale, l’uomo «misura di tutte le cose». E infine, a chiudere trionfalmente il ciclo della filosofia classica greca, le tre figura gigantesche di Socrate, Platone e Aristotele.
La filosofia, per essere davvero la regina delle discipline, la chiave di volta per scoprire in che direzione va il mondo, al di là di tutte le menzogne e i luoghi comuni (che ripetuti all’infinito si presentano come verità consolidate), deve saper procedere, intrepidamente, contro-corrente, deve mettere in bilancio, eroicamente, anche i roghi, le scomuniche e le persecuzioni.
Dopo l’apparizione di una vittoriosa rivoluzione comunista, quando per la prima volta nella storia le classi oppresse e diseredate riuscirono finalmente ad andare al potere e a costituire il loro Stato, una filosofia che non colga l’importanza di questa svolta mondiale, ma che anzi la neghi e faccia passi indietro al di qua del marxismo, appare, a un comune mortale comunista, una cosa imperdonabile, incredibile, inimmaginabile. Ma i filosofi, notoriamente, non sono comuni mortali, essi sono abituati, nel solco di una tradizione millenaria a problematizzare tutto, a non dare nulla per scontato, a sfidare il buon senso comune. La qual cosa può essere, a seconda dell’epoca storica in cui il filosofo esercita il suo magistero, un fatto rivoluzionario e sublime (per esempio Socrate, Bruno, Galileo, Spinoza) ma anche schifosamente regressivo e controrivoluzionario (per esempio i «Nouveaux philosophes» e i teorici del cosiddetto pensiero debole della nostra epoca) perché il filosofo, dopo tutto, è anche un uomo come gli altri, figlio della sua epoca. Esso non può essere scisso in due entità distinte e discordanti, il filosofo da una parte e il cittadino partecipe delle vicende politiche dei suoi tempi dall’altra. Domenico Losurdo ha avuto l’innegabile merito di smascherare gli ignobili comportamenti da “cittadini” di due importanti filosofi, Nietzesche e Heidegger. Per quanto riguarda il primo, egli ha denunziato, in un ponderoso studio di oltre 1200 pagine, l’operazione mistificatrice ,da parte di storici e filosofi (non solo di destra) volta a immergere Nietzeshe in un bagno di purificazione tale da renderlo innocente. E una simile «ripulitura» implicava un artificio furbesco: attribuire un carattere «metaforico» alle più incredibili, reazionarie se non addirittura ripugnanti affermazioni che attraversano la sua opera. I difensori di questo filosofo (che manifestava un sommo disprezzo per tutta l’umanità, ad eccezione che per una elite di «uomini olimpici» di cui egli si sentiva evidentemente l’esponente di punta) hanno mutato «superuomo» in «oltreuomo», «apolide» in «apolitico», «stampa ebraica» in stampa «odierna» ecc.). Anche su Heidegger ha a gito quella che Losurdo chiama «l’ermeneutica dell’innocenza», ma non c’è artificio che possa nascondere o declassare a semplice «incidente di percorso» il fatto che questo filosofo abbia aderito al nazismo da quando esso ascese al potere fino alla sua distruzione; e dopo, invece di andarsi a nascondere nella Foresta nera e far scomparire le sue tracce, ha avuto l’improntitudine di salire ancora una volta in cattedra e confezionare, insieme ad Hannah Arendt, la «categoria» del doppio totalitarismo nazismo-comunismo. Il che ci fa rimpiangere, a noi comunisti, che costui non abbia fatto la fine che i nostri Partigiani inflissero a Gentile.
Ritornando alla vittoria della rivoluzione comunista si può immaginare quanti filosofi siano stati influenzati da questo evento, e quanti di costoro abbiano addirittura preso la tessera del partito comunista…ma poi, progressivamente, l’infatuazione per l’idea di rivoluzione deve aver ceduto il posto ad una filosofia rassegnata dei piccoli passi concreti in vista di un progresso possibile, sostenibile e compatibile con “lo stato di cose presente” e tutto il resto è utopia. Tali filosofi ex-di sinistra hanno un denominatore comune: sono tutti antistalinisti assatanati. Dalle interviste concesse e dalle loro prolusioni in video, al di là delle differenziazioni, delle polemiche e degli attacchi vicendevoli che si scambiano, viene fuori, immancabilmente, una rappresentazione di Stalin come l’artefice di un mattatoio umano funzionante a ritmi industriali 24 ore su 24 per la macellazione di milioni di innocenti. Ma che razza di philosophes sono costoro!… Come è mai possibile abboccare all’amo del rapporto “segreto” dell’arcicriminale Krusciov, o, peggio ancora, essere sulla stessa linea di un noto storico che ha lavorato per i servizi segreti angloamericani, specialista in falsificazioni anti-Stalin da poco defunto e di cui ci ripugna finanche fare il nome? Andate sul sito:(http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtfi22-016835.htm) per capire chi era quest’uomo. I nouveaux philosophes, accesi maoisti durante il Maggio rosso francese del ’68 hanno avuto l’onore della copertina del settimanale statunitense Time che esultava per l’anticomunismo di chi veniva dal comunismo e quindi un anticomunismo molto più efficace e credibile di quello propagandato dai vecchi tromboni reazionari di destra che avevano perso mordente e credibilità. Uno di costoro, Bernard-Henri Lévy, è divenuto consigliere particolare di Sarkozy durante l’aggressione alla Libia.
Abbiamo visto il video di una «lectio magistralis» del filosofo Cacciari in cui si è particolarmente diffuso sul nòmos, cioè sulla legge. Perché vi sia comunità politica (??), ha detto, bisogna rispettare la legge; non si può essere ànomos (senza legge); naturalmente le leggi sono emendabili, discutibili quanto si vuole, ma una volta messici d’accordo sulle leggi da condividere abbiamo raggiunto l’isonomìa, vale a dire l’uguaglianza dei diritti politici; e l’isonomìa è alla base della eudaimonìa cioè uno stato d’animo di benessere… Man mano che procedeva in questa lezione siamo rimasti sbalorditi dal microminimalismo riformistico di cui era intessuto il suo ragionamento, un ragionamento che poteva incantare la gente un paio di secoli fa, quando non aveva visto l’alba la grande rivoluzione filosofica di Marx ed Engels e l’umanità brancolava ancora nel buio su che cosa era lo Stato e le sue leggi. L’isonomìa, l’eudaimonìa e tutte queste belle paroline “filosofiche” sono realizzabili, secondo Cacciari, solo nella civitas terrena, e chi vuole creare in terra una civitas Dei (vale a dire: chi intende fare la rivoluzione comunista) è affetto da ideologismo. Ma non ci voleva Cacciari per fare questa mirabile scoperta: già due millenni orsono Cristo disse: beati gli ultimi che saranno i primi nel Regno dei cieli. In quel tempo però, in una società schiavista, questa grande profezia aveva un valore rivoluzionario; oggi, la “concretezza” cacciariana della cosiddetta comunità politica operosa e ossequiosa delle leggi che opera nella civitas terrena è un residuo oppiaceo di tutte le mistificazioni escogitate, nei secoli, ai danni della povera gente da parte della Chiesa, delle classi dominanti e dei filosofi che si sono messi al loro servizio.
C’è un importante intellettuale italiano, anche lui ex-comunista, storico della letteratura italiana, Asor Rosa, che pubblicò anni fa un saggio filosofico, Fuori dell’Occidente, che ha il pregio di parlare più chiaro rispetto ad un filosofo di mestiere. Scrisse: «Quando tutto il resto del mondo (sta parlando sotto lo schok dell’attacco militare all’Iraq del primo Bush- ndr) tende a ricongiungersi e a unificarsi con il suo centro (gli Usa, ndr), all’opposizione può restare il compito della difesa degli interessi marginali, delle situazioni arretrate, delle minoranze in declino, delle cause nobili ma perse». E poi, volgendo tristemente lo sguardo indietro verso «l’esperimento umano tentato con la Rivoluzione d’Ottobre» conclude, con tono elegiaco:«Nella Storia, anche il Bene, manifestato in grandi dimensioni, preso a grosse dosi, diventa Male… Trasformare i convincimenti di una retta coscienza nell’identità di un popolo, di una nazione, di una massa, è l’impresa più difficile che ci sia: quelle rare volte che si realizza, essa non è che il punto di partenza di un processo di irredenzione, perversione e caduta verso il basso, fino ad un punto in cui quella retta coscienza, se ancora sopravvive, non oserà neanche domandarsi, inorridita, come mai abbia potuto cedere alla tentazione di avviare quel processo in nome dei propri sacrosanti ‘principi’». Quindi passato il momento eroico della presa del Palazzo d’inverno, era inevitabile, come è sempre accaduto nella storia -dice il Nostro- che sopraggiungessero perversioni e cadute verso il basso prodotte indovinate da chi?…ma da Stalin, e che dubbio c’è! «Non ci sarà mai più- sintetizza filosoficamente Asor Rosa- un governo degli sconfitti» dato che «qualsiasi forma di potere» è «Magna Meretrix», è la Grande Puttana della storia, perché «l’utero sozzo della Storia produce solo mostri».
Quella che esprimono in parole diverse (ma uguali nella sostanza teorica e politica) tutti questi intellettuali della nostra epoca è un’ideologia, una filosofia, una cultura marcia fin nelle midolla, è la cultura della resa all’imperialismo, della resa alla reazione mondiale, è la cultura dell’abiura del marxismo che predica alle classi oppresse la rassegnazione e l’inutilità della rivoluzione. Tutti questi intellettuali, potrebbero, come ne “La dolce vita” di Fellini, indossare cappellini di carta, prendersi per mano e fare un grande, gioioso girotondo e lanciarsi coriandoli. Dopo tutto, tali filosofi e letterati transfughi del comunismo non se la passano tanto male rispetto, per esempio, agli operai dell’Italsider di Taranto, a quelli di Pomigliano a cui Marchionne ha ridotto il già misero salario, agli esodati, ai giovani senza futuro impegnati in grandi e rischiose lotte No Tav e No Muos…
Amedeo Curatoli

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