IN RICORDO DI SALVATORE MARSEGLIA

Nacque nel 1943 ad Afragola (Napoli), che era un centro prevalentemente agricolo, ma dove, via via  che passavano gli anni si costruì un forte Partito Comunista. Comunisti non si nasce, si diventa. Tutt’al più, in un Paese come l’Italia si nasce cattolici, si viene al mondo già immers inel fonte battesimale della chiesa, e poi quando da neonati si passa a bambini si frequenta la parrocchia per imparare le formule del catechismo in vista della Prima comunione, e alla scuola elementare se viene assegnato l’immancabile tema in classe: “qual è stato il giorno più bello –o più importante- della vostra vita” i piccoli studenti finiscono sempre (o quasi certamente in maggioranza assoluta) con il confezionare una storia romanzata della Prima comunione come momento topico della loro giovane esistenza. Aggiungete a questo l’ora obbligatoria di religione (che per fortuna non è più obbligatoria) ma poco è cambiato al riguardo. Né le cose sono un granché mutate da quando nacque Salvatore Marseglia. Anzi, si potrebbe dire, che tutto è andato, se possibile, di male in peggio a causa dello strapotere di penetrazione propagandistica e culturale dei mass media, come mai prima nella storia, che celebrano all’unisono, senza discostarsi l’uno dall’altro, le delizie della nostra società cristiano-capitalistica emendabile quanto si vuole, ma certamente (per amor del Cielo!) non ribaltabile.

Comunisti si diventava,  dicevamo, e Salvatore lo divenne presto. In gioventù egli si si guadagnò sicuramente, negli ambienti di partito, una considerazione per la sua vasta cultura (non solo scientifica – era docente di Chimica) ma anche per una brillante intelligenza. Si potrà dire che l’inferno è lastricato di gente colta e intelligente, ma nel caso di Salvatore queste doti intellettuali si accompagnavano ad una naturale propensione alla semplicità,  se non addirittura all’umiltà perché egli, lontano le mille miglia dall’assumere pose professorali, sapeva ascoltare la gente e trovare il modo discorsivo semplice e chiaro per dimostrare con la concretezza dei fatti, l’ineluttabilità del rovesciamento della società borghese. E c’era, nel suo discorrere, anche un’aria di ironia sana e vivificatrice. Acquisì un’enorme stima da parte dei suoi studenti molti dei quali divennero comunisti e che ancora oggi lo ricordano con affetto e rimpianto.

 

Il 1968,anno d’inizio della rivolta studentesca e poi dell’autunno caldo nelle fabbriche fu un grande scossone politico non solo per le classi dominanti, ma anche per il Pci. Gli studenti che cominciarono ad attaccare con forza e radicalità l’autoritarismo accademico giunsero ben presto a contestare“globalmente” l’intera società borghese. Il Pci si contrappose a questo vasto movimento e reagì in modo violento, quasi che sentisse di aver perso il“monopolio” dell’opposizione politica (che era un’opposizione legale,parlamentare e indolore) ai mali della società. Giorgio Amendola definì gli studenti contestatori “fascisti in camicia rossa” e Pier Paolo Pasolini, negli scontri avvenuti all’università di Roma, si schierò con la polizia “proletari in divisa” e contro gli studenti “figli di papà”.

 

Salvatore Marseglia non aspettò il ’68 per capire l’imbroglio della via italiana al socialismo: già qualche anno prima dell’esplosione sessantottina, prese contatti con i marxisti leninisti del Partito comunista d’Italia(il cui organo era Nuova Unità) che fu il primo ad attaccare frontalmente il partito di Togliatti che aveva imboccato la via del tradimento della rivoluzione ed aveva pienamente condivisola linea di Krusciov della demonizzazione e criminalizzazione di Stalin. Il PCI era un partito di Stato pienamente inserito nelle regole del gioco della democrazia borghese. Nessuno, neanche i democristiani, hanno mai esaltato e magnificato la Repubblica-nata-dalla-Resistenza  tanto quanto lo ha fatto il Pci, e in quel Partito, per i giovani di belle speranze che avessero un qualche talento, possibilmente (ma non necessariamente) accompagnato anche da una laurea, si aprivano le porte ad una sicura carriera di politico di professione. Bastava che in questi giovani prevalesse la facile filosofia che mette insieme  cinismo e prospettive “concrete” di vita per dare il benservito all’”Utopia” del comunismo. Salvatore invece abbandonò il Pci perché respinse, come fatto naturalmente ovvio, calcoli di futuri avanzamenti. Egli fu tra quelli che anteposero le questioni politiche e di principio alle prospettive di carriera.Non che egli non riconoscesse la necessità (ovvia per un marxista) di assumersi responsabilità di incarichi dirigenti all’interno di un’organizzazione comunista, ma la “poltrona”, secondo Salvatore, non avrebbe mai dovuto condizionare o “ispirare” la linea di condotta della vita politica di un militante. Prima la lotta per affermare una “verità rivoluzionaria” poi il resto, come epilogo e “sottoprodotto” di quella lotta. E tutta la sua condotta di comunista  si è sempre mantenuta nell’alveo di questa morale.

 

Dopo complicate vicissitudini che portarono ad una serie di scissioni e di successive aggregazioni nacque l’Organizzazione Comunista Marxista Leninista (OCML) che mise insieme svariati gruppi rivoluzionari delle principali città italiane dal Nord al Sud alle Isole (Sicilia e Sardegna), ed uno dei più attivi promotori di questa politica aggregativa fu Salvatore Marseglia che entrò a far parte, fin dal  sorgere dell’OCML, del Direttivo Nazionale. Fu tra gli estensori  del documento fondativo dell’OCML, collaborò alla stesura delle successive tesi divari Congressi che si succedettero, ma fra tutti i suoi scritti ce n’è uno notevole, davvero fuori dell’ordinario, peraltro non firmato, che si intitolò Resistenza, Democrazie Popolari, Revisionismo di ben 90 cartelle ciclostilate. Esso sintetizzò ed arricchì una discussione che si tenne nella sede napoletana dell’OCML, e nel quale si smonta -attraverso citazioni di fonti storiche originarie- la stupida vulgata che a Yalta sarebbe avvenuta la spartizione del globo in “sfere d’influenza” ad opera di Stalin, Roosvelt e Churchill (questo tocca a te, questo tocca a me…..). Si indaga a fondo -in questo documento- sulle origini  del revisionismo togliattiano  prima ancora che tale revisionismo avesse la sua sanzione “solenne” ed ufficiale all’ VIII congresso del PCI del 1956 che seguì a ruota il XX Congresso moscovita di Krusciov. Si studiano comparativamente la situazione pre-rivoluzionaria in Italia e le esperienze coeve dei paesi dell’Est europeo (che sfoceranno -a differenza che in Italia- in Repubbliche popolari socialiste). Non vi era nulla, in quell’importante documento teorico-politico, di astrattezze ideologiche o, peggio ancora, di proclamazioni indimostrate. Attraverso una ricerca di grande acume marxista, mirata alla dimostrazione di uno scontro di linee all’interno del Pci, si ripercorre, citando fior di documenti che esistevano ed esistono, la lotta intrapresa da Eugenio Curiel e Pietro Secchia  perché la nuova Repubblica nata dalla Resistenza percorresse le vie di unademocrazia progressiva fondata sui  Comitati di Liberazione Nazionale, e non esclusivamente sul suffragio universale per eleggere vecchie istituzioni pre-fasciste. Una democrazia progressiva, quella intesa da Curiel e Secchia che progredisse verso una fase di dualismo di potere, in vista di scalzare definitivamente dallo Stato e dal governo i partiti borghesi. Era un documento che per la prima volta, sbriciolava il dogma che in Italia la rivoluzione sarebbe stata impossibile perché “c’erano gli americani”. La situazione invece era aperta, ed una visione deterministica della storia (per cui tutto ciò che accade nelle umane vicende non può non accadere nei termini in cui è accaduto) finiva con l’assolvere Togliatti (che parlava un linguaggio totalmente opposto a quello di Curiel e Secchia) dalle gravi responsabilità, le quali restano tutte lì, ancora irrisolte, per usare un’immagine retorica, di fronte al “tribunale” della lotta di classe nel nostro Paese.

 

A partire dagli anni ’80 si estingue definitivamente l’onda lunga del ’68 e tutti i gruppi politici di minoranza che da quel movimento trassero una certa linfa, si vanno spegnendo. La fase di riflusso culmina inaspettatamente con la catastrofe geopolitica dello smantellamento dell’Unione Sovietica e delle Democrazie popolari  est-europee. Il dato storico, amaro, è che la borghesia imperialista ha dimostrato di possedere un sussulto di vitalità inatteso. In Italia essa non ha avuto bisogno di ricorrere alla dura repressione o di mandare  al confino politico  i contestatori, gli extraparlamentar ie i marxisti leninisti, anche perché si sentiva sicura di avere alle spalle il Pci. Quando è crollato il fatidico Muro di Berlino gli ideologi dell’imperialismo hanno avuto l’improntitudine di pensare che addirittura si fosse giunti alla fine della storia, cioè borghesia in eterno, nessun’altra possibile alternativa che il dominio del capitalismo. Ma, naturalmente le cose sono andate in maniera diversa perché all’indomani stesso di quell’inno di vittoria l’Occidente si è visto attanagliato ancora una volta da una grave crisi di sovrapproduzione. Il crollo del Muro ha significato anche l’azzeramento delle cosiddette ideologie (ritenute puramente e semplicemente“false coscienze”) e in omaggio a questa sarabanda anti-ideologica gli epigoni togliattiani giunti ad aver vergogna di chiamarsi ancora “comunisti” ne hanno affondato nome e simboli.

 

Ci sarà una ripresa del movimento rivoluzionario marxista leninista? Sì, è inevitabile,perché la crisi in cui si dimena l’imperialismo è senza via d’uscita, e la storia ha dimostrato che l’alternativa reale e concreta alla barbarie è stato il comunismo. Chi non ha sofferto, nel campo degli oppositori rivoluzionari al sistema, lo spaventoso ritorno indietro della ruota della storia? A differenza di molti ex-compagni che si sono “acconciati” al sistema borghese declassandosi  a volgari politicanti borghesi corrotti, Salvatore, che se ne andò in esilio volontario nella tranquilla Parma ad insegnare e a scrivere libri di chimica che La Nuova Italia gli pubblicò, mantenne intatta la sua fede nel comunismo. Fu stroncato da un cancro, morì nell’agosto del 2003.

 

Amedeo Curatoli

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