Stalin – Discorsi di guerra

copertina.jpgColoro che non avessero pregiudizi (diffusi con metodo e a piene mani dagli epigono togliattiani) sulla figura di Stalin come teorico marxista e come statista e stratega militare, leggendo i suoi “Discorsi di guerra” che qui riproponiamo, imparerebbero diverse cose interessanti. Prima di tutto che le “critiche” kruscioviane sull’impreparazione dell’Esercito Rosso a fronteggiare l’attacco nazista erano delle volgari calunnie che hanno poi assunto lo spessore di criminali delegittimazioni della più importante impresa dell’Urss sull’arena mondiale: la distruzione dell’esercito nazista costato ai popoli dell’Urss un tributo di sangue di 27 milioni di morti. Già quattro mesi dopo l’aggressione a sorpresa dei nazisti al paese dei Soviet si delineò nettamente il fallimento della “guerra lampo”, perché nell’attacco a Mosca e a Leningrado i tedeschi cominciarono a subire, per la prima volta, colossali perdite in uomini e in mezzi, perdite a cui non erano abituati, perché fino allora, per loro, si era trattato di una marcia trionfale. Questa “guerra lampo” che, ovviamente,non funzionò nel paese del socialismo, poté aver successo solo nell’Europa borghese dal momento che le classi dominanti di quei paesi, come disse Stalin, lasciatisi impaurire dallo spettro della rivoluzione, misero, per lo spavento, la loro patria ai piedi di Hitler rinunciando alla resistenza (pag17). Un’altra cosa molto interessante che vien fuori dai “Discorsi di guerra”, è il richiamo continuo che Stalin fa all’importantissima questione della mancata apertura del secondo fronte in Europa. Ne parla fin dal novembre del 1941. Ricordiamo che lo sbarco in Normandia in effetti avvenne il 6 giugno 1944, cioè a conclusione della guerra, o per meglio dire, quando ormai il destino militare del nazismo era definitivamente segnato. Dal Carteggio di guerra Stalin-Roosvelt emerge una continua sollecitazione da parte di Stalin a rispettare i patti stipulati e sottoscritti dagli Alleati sull’apertura, in Europa occidentale, di un secondo fronte. Evidentemente i due capi imperialisti Churchill e Roosvelt adottarono l’”astuta” tattica di tirare le cose per le lunghe in attesa che comunisti e nazisti si dissanguassero a vicenda prima di intervenire. Ma l’”astuzia” dei due compari rischiò di ritorcersi contro i loro stessi interessi imperialistici. Infatti il primo maggio 1944 (oltre 1 mese prima dello sbarco in Normandia), in uno dei suoi discorsi (“La bestia tedesca deve essere finita nella sua tana!”) Stalin dichiarò: “Possiamo liberare dalla schiavitù germanica i nostri fratelli polacchi, cechi e gli altri popoli dell’Europa occidentale che giacciono sotto il tallone della Germania hitleriana (sott. nostra)” (pag.125). Ormai l’Esercito rosso, nel corso stesso della guerra, era divenuto davvero una forza invincibile per disciplina, spirito combattivo, eroismo dei suoi soldati, per gli armamenti di prim’ordine che l’industria socialista fornì alle necessità belliche della patria sovietica raddoppiando, quadruplicando decuplicandone la produzione. E per converso la macchina da guerra hitleriana aveva subito -in seguito alle sconfitte- un simmetrico processo di decadenza sia nelle spirito combattivo dei suoi soldati sia in armamento, ancorché i nazisti avessero messo l’intera industria europea al sevizio della Germania. Ed effettivamente, di slancio, l’Esercito rosso sarebbe potuto giungere fino all’Atlantico. E’ forse azzardato ritenere che fu questa e non altre la causa dello sbarco in Normandia? Non c’è dubbio che quando l’imperialismo sarà distrutto, bisognerà rendere giustizia alla verità storica del Secondo conflitto mondiale.

Conserviamo l’indelebile ricordo di un operaio calzaturiere napoletano (di una generazione precedente la nostra), Mario Marano, che ci raccontava della passione con cui i pochi compagni comunisti seguivano le sorti del paese socialista aggredito, e di come, nei bar e nelle osterie sfottevano i fascisti sussurrando allusivamente (con evidente riferimento alla capitale dell’Urss) “la mosca non l’acchiappano… eh no!… non riusciranno ad acchiapparla la mosca!”. Bene, leggendo i Discorsi di guerra, ad onta di tutte le miserabili ingiurie di Togliatti e dei suoi epigoni sull’Urss di Stalin si può ancora rivivere, retrospettivamente quella passione di cui ci raccontava quell’anziano compagno calzaturiere per l’impresa di portata storica che compì l’Unione Sovietica.

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