STATO E RIVOLUZIONE DI LENIN STATO E TRASFORMAZIONE DI LOSURDO

Nel confutare la teoria marxista leninista dello Stato, confutazione  presente in diversi suoi scritti, Losurdo  è solito citare, in modo strumentale (e arbitrario) Marx e Engels. Nel saggio di cui ci occupiamo ora con molti anni di ritardo -ma….meglio tardi che mai- «Antonio Gramsci, dal liberismo al comunismo ‘critico’ »  egli usa Gramsci per portare acqua al mulino delle sue argomentazioni intese a rigettare -ripetiamo- la teoria comunista dello Stato. Eleva Gramsci alle stelle e arriva a dire che il rivoluzionario sardo, nella polemica contro l’anarchismo «va ben al di là  di Marx e Engels» (pag.198). Con questa operazione strumentale Losurdo si lega alla tradizione di Togliatti e degli intellettuali togliattiani che acconciarono gli scritti del carcere di Gramsci alla via “italiana” al socialismo. Ma c’è una differenza: il Pci togliattiano ha sempre fatto riferimento palesemente, costantemente, dichiaratamente, ossessivamente si potrebbe dire, a Lenin (manipolandolo  e falsificandolo in ogni modo, ovviamente) ma questo riferimento a Lenin comunque obbligava la linea revisionista ad una maggiore e più astuta cautela. Losurdo, invece, dall’alto della sua cathedra  procede a testa d’ariete.

Prima di soffermarci su tali critiche-accuse, è utile richiamare alla mente, in sintesi, il clima storico nel quale sono vissuti Marx e Engels  e nel quale hanno formulato la teoria dello Stato. Essi vissero in un’epoca di grandi rivoluzioni, di vere rivoluzioni, di battaglie combattute armi alla mano, fra il popolo insorto e le truppe regie in diversi Stati europei. Per citare solo le più importanti: nel 1830, la rivoluzione repubblicana che eresse le barricate a Parigi, causò la morte di almeno 800 insorti e 200 fra i soldati dell’esercito regio. L’ondata rivoluzionaria contro le monarchie assolute che scosse tutta l’Europa nel 1848,  iniziò in Sicilia ai primi di gennaio contro i Borboni, si propagò immediatamente a Napoli dove vi fu una vera e propria battaglia campale nel largo antistante il Palazzo reale e nelle vie adiacenti che causò  almeno 2.000 morti fra gli insorti (che combatterono con strenuo coraggio) e qualche centinaio fra i soldati che erano agli ordini di un colonnello fiammingo, mercenario dei Borboni. A febbraio insorse Parigi facendo cadere la monarchia. Il Governo rivoluzionario provvisorio che ne venne fuori proclamerà la Repubblica tre mesi dopo. Il successivo governo non più “provvisorio” ma ormai ufficializzato dalle elezioni (ovviamente non a suffragio universale) mostrò alla luce del sole il suo carattere borghese controrivoluzionario e anti-operaio: esso non intese soddisfare nessuna delle rivendicazioni  della classe operaia parigina. Contro quel governo insorse nuovamente il popolo, e furono 4 giorni di accaniti combattimenti in cui vennero uccisi 1.600 soldati governativi e 5.500  tra caduti nelle barricate e fucilati sul posto dal boia Cavaignac (a cui è intestata una strada nell’attuale Parigi borghese). Dovunque, a Vienna (capitale dell’ultrareazionario impero Austro-Ungarico), in Boemia, in Croazia, in Germania, nel Lombardo-Veneto (dove gli insorti diedero vita alle famose Cinque giornate di Milano e a Venezia si costituì la Repubblica di San Marco) queste rivoluzioni furono soffocate nel sangue. «Per i borhghesi che si trovavano ancora al governo dello Stato -disse Engels di quelle rivoluzioni- il disarmo degli operai era il primo comandamento”.

In Stato e Rivoluzione, per sgombrare il campo da tutti gli accumuli di opportunismo che nascondevano la sostanza rivoluzionaria della teoria marx-engelsiana dello Stato,  Lenin ci conduce passo dopo passo, attraverso lunghe citazioni da Marx e Engels, alle successive loro approssimazioni teoriche che derivavano dall’analisi meticolosa (compiuta “con la precisione propria delle scienze naturali”) delle rivoluzioni del loro tempo. Non si inventarono niente, “non vi è in essi”, come disse Lenin,  “un briciolo di utopismo” ma semplicemente (per così dire!) fecero un bilancio storico delle rivoluzioni di cui furono diretti testimoni (e in Germania attori) e ne trassero insegnamenti che si riveleranno poi preziosi per i bolscevichi e  per le rivoluzioni proletarie che via via faranno seguito a quella bolscevica.

Primo passo (1848): nel Manifesto del Partito comunista che fu scritto nel periodo che precede immediatamente la rivoluzione del 1848,126 si definisce lo Stato socialista che nascerà dalla rivoluzione  come “l’organizzazione del proletariato come classe dominante”, come “la conquista della democrazia”;

          Secondo passo (1852): “Il problema dello Stato -dice Lenin- nel Manifesto del Partito comunista era posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei più generici. Qui (cioè in una lunga citazione del “18 brumaio di Luigi Bonaparte” in cui Marx fa un bilancio della controrivoluzione bonapartista), il problema è posto concretamente e la conclusione è ancora più precisa, ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti non fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, demolirla. Questa è la cosa essenziale della dottrina marxista dello Stato” (Stato e rivoluzione). Quindi l’apparato statale borghese deve necessariamente essere distrutto, non deve più rimanerne pietra su pietra.

Terzo passo (1871): con che cosa bisognava sostituire lo stato borghese distrutto? La risposta a tale quesito la diede la Comune di Parigi che era stata la prima rivoluzione proletaria vittoriosa. Della Comune di Parigi Marx sostenne che “fu la forma positiva che non avrebbe dovuto solo eliminare la forma monarchica del dominio di classe ma lo stesso dominio di classe” . Quali furono i  principali  insegnamenti della Comune?

1) La soppressione dell’esercito permanente e la sostituzione di  esso con il popolo armato;

2) eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari pubblici a cui andava come retribuzione  il salario corrente di un da operaio (rendendo concreto  il leit-motiv demagogico della borghesia, sempre sbandierato e mai realizzato, sullo “Stato a buon mercato” – quello che vorrebbe fare oggi Grillo da noi);

3) la soppressione del parlamentarismo e la sostituzione di esso con un organismo di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo….”

Sono occorsi millenni prima che i due grandi filosofi rivoluzionari tedeschi  strappassero i veli di inganni e mistificazioni che hanno sempre avvolto lo Stato durante tutta la storia del genere umano e ne svelassero finalmente la natura e l’essenza.  lo Stato -essi hanno affermato- è ed è sempre stato l’organizzazione della violenza della minoranza sulla maggioranza della popolazione. Questo è davvero il grande capolavoro di Marx e Engels, il loro principale merito storico, è la pietra miliare che ha indicato per il passato e indica nel prossimo futuro alla classe operaia e ai popoli oppressi, fino a quando esisteranno gli Stati classisti, la strada da intraprendere, cioè la  distruzione dello Stato classista come elemento preliminare della rivoluzione, per poi sostituirlo con un altro apparato. “Per quarant’anni -disse Lenin- dal 1852 al 1891, Marx e Engels insegnarono al proletariato che esso deve spezzare la macchina dello Stato” (Stato e rivoluzione). Ed è proprio questo insegnamento che  distingue i rivoluzionari dagli opportunisti. Non ci sarà mai possibilità di mediazioni e di imbrogli, o si sta con la teoria di Marx e Engels sullo Stato o la si tradisce, non esistono terze vie. Essi hanno anche detto che quando il proletariato, per via rivoluzionaria, distruggerà completamente lo Stato borghese e sostituirà l’esercito permanente e la polizia con il popolo in armi, il nuovo Stato proletario, essendo divenuto, a differenza di quanto era sempre accaduto nei secoli precedenti, lo strumento di oppressione della maggioranza sulla minoranza espropriata, per questo specifico motivo non era da considerarsi più uno Stato concepito nei termini tradizionali, ma uno Stato di tipo diverso, uno Stato che nel momento stesso in cui nasceva cominciava ad estinguersi. Ed è contro quest’idea di estinzione dello Stato che insorge Losurdo. Marx e Engels godevano di una tale autorità presso la socialdemocrazia tedesca, che quest’ultima non osò contrastare, anzi fece sua, l’idea dell’estinzione dello Stato. Ma con un piccolo particolare: i capi socialdemocratici opportunisti non dicevano di quale Stato si trattasse, di modo che la frase migliaia di volte ripetuta dell’estinzione dello Stato (senza aggettivi) equivaleva, come disse Lenin “alla scomparsa se non la negazione, della rivoluzione”. Sulla stessa linea degli opportunisti della socialdemocrazia tedesca all’epoca di Marx si colloca Losurdo, con un’aggravante, però: che mentre quelli ammettevano l’estinzione dello Stato (sia pure senza aggettivi), Losurdo la respinge. La sua formula è “lo Stato (anche qui è uno Stato senza aggettivi) non si estingue”. Se mettiamo insieme i losurdiani tempi lunghi della rivoluzione  e “lo Stato non si estingue” non abbiamo forse il diritto di sospettare che l’attuale Stato borghese (criminale, corrotto, schifoso, da abbattere quanto prima possibile) ce lo dovremmo sorbire in una prospettiva straziante che si protrarrebbe nel corso dei futuri saecula saeculorum? Se tagliassimo via la teoria dello Stato che cosa resterebbe in vita del marxismo se non una scuola superiore di retorica (che, del resto, già opera a pieno ritmo nelle università del mondo imperialista)?  In questo attacco al marxismo su una questione di così eccezionale rilievo Losurdo, come dicevamo, tira in ballo Gramsci, il quale, dal liberalismo sarebbe approdato al “comunismo critico” (sarà mai passato per il marxismo leninismo, per la rivoluzione?):

«Conviene non perdere di vista un dato di fatto biografico -dice Losurdo- che è al tempo stesso di grande rilievo sul piano teorico. Si tratta di un autore e dirigente politico che ha vissuto la tragedia della sconfitta del movimento operaio e della vittoria del fascismo e proprio per questo è stato costretto a rompere con le speranze di rapida e definitiva palingenesi rivoluzionaria per approfondire l’analisi del carattere complesso e contraddittorio dei tempi lunghi del processo di trasformazione  politica e sociale» (pag. 137). Qui Losurdo rilascia a Gramsci, per così dire, un certificato di pusillanimità, dice che di fronte alla sconfitta della rivoluzione, il rivoluzionario sardo abbandona l’idea di rapida e definitiva “palingenesi” rivoluzionaria (solo un professore piccolo borghese può sarcasticamente definire la rivoluzione “rapida e definitiva palingenesi” nessun rivoluzionario serio ne parlerebbe in questi termini caricaturali) per votarsi ai “tempi lunghi” non della rivoluzione, badate, ma della trasformazione. Non risulta a Losurdo che in Italia si sia svolta sotto i nostri occhi una rivoluzione armata antifascista che sarebbe potuta sfociare, se ci fosse stata una direzione marxista leninista, in socialismo, come avvenne in mezza Europa? Non gli risulta che la Guerra di Resistenza confuta, comunque sia andata a finire, i suoi ‘tempi lunghi’? Ma ammettiamo per un attimo che Gramsci abbia fatto la fine ignominiosa che gli attribuisce Losurdo, cioè la fine del rivoluzionario che si converte al riformismo dei cosiddetti tempi lunghi. Che dire allora del “dato di fatto biografico” di Lenin che, insieme al partito bolscevico e alla classe operaia subì la cocente sconfitta della rivoluzione del 1905? Dopo quella sconfitta lo zarismo celebrò i fasti sanguinari della vendetta: il gruppo socialdemocratico alla Duma (il Parlamento zarista) composto di 65 deputati (di cui facevano parte bolscevichi e menscevichi ancora uniti nel medesimo partito), fu arrestato in blocco e deportato in Siberia e molti di essi morirono di stenti e di torture; gli sbirri zaristi si sguinzagliarono in una persecuzione sistematica contro  operai e contadini ammazzandone a migliaia e diedero la caccia a Lenin per assassinarlo. Lenin che viveva illegalmente in Finlandia fu costretto, fra mille pericoli a riguadagnare l’emigrazione per sfuggire alla morte. Ebbene ci fu allora chi, come Plekhanov, disse che i bolscevichi non avrebbero dovuto impugnare le armi. Come reagì Lenin? Che bisognava impugnarle con maggiore decisione audacia e determinazione. Il “dato biografico” di ogni grande rivoluzionario, e Gramsci era uno di questi, diversamente da quanto afferma Losurdo, è che le sconfitte temprano, insegnano a ripiegare in buon ordine e a non cedere alla disperazione, a non smarrire la via della rivoluzione e imboccare quella della “trasformazione”.

Afferma Losurdo che «secondo Gramsci, il passaggio dal capitalismo alla ‘società regolata’, cioè al comunismo, ‘durerà probabilmente dei secoli’» (pag.137). Questo è davvero troppo. E’ toccato a Gramsci un destino particolarmente amaro e crudele: dopo aver subito dieci anni di torture fasciste che lo hanno portato alla morte, i revisionisti vecchi e nuovi, senza un minimo di pudore e di pietà, si sono scorciate le maniche e hanno affondato le grinfie nei suoi scritti in carcere per ricavarne qualche buona citazione al fine di dare maggior credito e nobiltà alle loro tesi anti-marxiste. Ecco un caso di citazione strumentale e arbitraria, come dicevamo all’inizio. Riportiamo per intero ciò che scrisse Gramsci:

Graziadei….pone Marx come unità di una serie di grandi scienziati. Errore fondamentale: nessuno degli altri ha prodotto una originale e integrale concezione del mondo. Marx inizia intellettualmente un’età storica che durerà probabilmente dei secoli, cioè fino alla sparizione della società politica e all’avvento della Società regolata. Solo allora la sua concezione del mondo sarà superata (concezione della necessità), (superata) da concezione della libertà)”.(Q. dal carcere pag.882)

Gramsci, in questo passo, si pone sul terreno della più strenua e intransigente difesa di Marx (tale è l’aspetto principale di questa sua nota), dice che non è comparabile ad altri scienziati, che è unico al mondo perché dà inizio ad un’età che durerà forse secoli, e che il marxismo -lo dice evidentemente con accentuazione polemica- non perderà di attualità (per secoli, appunto) fino a quando l’umanità non trapasserà dal mondo della necessità a quello della libertà. Losurdo ha ridotto questa esaltazione di Marx da parte di Gramsci alla frase: “per il comunismo occorreranno dei secoli” il che conferma il nostro sospetto sugli angosciosi tempi secolari (o millenari) della losurdiana “trasformazione”.

Sentiamo ora che cosa dice di Marx: «Conviene prendere le mosse da Marx, presso il quale è possibile sorprendere almeno due (sott. nostra) diverse e contrastanti (sott. nostra) versioni della teoria della rivoluzione» (pag. 138). Quali sarebbero queste diverse e contrastanti teorie che Losurdo ha “sorpreso” in Marx?

Prima versione della “teoria della rivoluzione”

Cita (pag. 138) un celeberrimo, meraviglioso brano del Capitale che anche noi riportiamo per la sua bellezza:

«La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiunge un livello in cui essa diventa inconciliabile col suo involucro capitalista. Questo involucro vien fatto saltare via. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati»

         Ebbene? Losurdo afferma che che questa analisi è «grevemente meccanicistica»  perché «vede la rivoluzione socialista come conseguenza immediata e automatica (???) del compiersi del processo di accumulazione capitalistica». Un po’ dopo  rincara la dose: «oltre che meccanicistica, questa versione marxiana della teoria della rivoluzione è tendenzialmente eurocentrica».  «E’ chiaro -conclude altezzosamente- che tale teoria è inservibile per spiegare una qualunque rivoluzione storicamente determinata».

Seconda versione della “teoria della rivoluzione”

«Altrove Marx fa discendere invece (sott. nostra) dall’acutizzarsi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione non una singola rivoluzione, bensì ‘un’epoca di rivoluzione sociale’» (ibid.).

Ora, dire che Marx ha fornito due o più versioni della teoria della rivoluzione è una falsità. No, Marx era non solamente uno scienziato ma anche un rivoluzionario, egli diede una definizione della società borghese che certamente Losurdo non condividerebbe: disse che la società borghese  grondava sangue e fango da tutti i pori, dalla testa ai piedi. Ha scritto migliaia di pagine in saggi storici e filosofici, articoli, lettere, per non parlare del Capitale e ha costruito, insieme a Engels, la  teoria della rivoluzione socialista a cui si sono ispirati Russi,Cinesi, Europei dell’Est, Nord-Coreani, Vietnamiti, Cubani nella loro marcia vittoriosa per la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo. E alla teoria marxista della rivoluzione si ispireranno inevitabilmente tutti i popoli del mondo ancora non liberati, fino a quando l’imperialismo non sarà definitivamente distrutto. Mettersi con la matita rossa e blu a sottolineare le differenze (che non sono differenze ma approssimazioni successive) nelle varie formulazioni di Marx e Engels nel loro percorso sulla via della definizione di una teoria rivoluzionaria è davvero indice di smisurata presunzione.

Ancora, Losurdo per dare forza alla confutazione dell’estinzione dello Stato cerca di cogliere in contraddizione Marx e Engels i quali, proprio su questo punto cardine della loro teoria avrebbero subito una «tormentata evoluzione» (pag. 182). Nella sua opera La situazione della classe operaia in Inghilterra Engels -ci ricorda Losurdo- ha scritto che «la libera concorrenza non vuole limitazioni, non vuole controlli statali, tutto lo stato le è di peso, essa si troverebbe al massimo grado di perfezione in un assetto totalmente privo si Stato, dove potesse a suo piacimento sfruttare gli altri» (ibid.). Qual è il senso di questa citazione? Che lo Stato (borghese) può anche avere il compito di ridurre i guasti prodotti da una libera concorrenza senza alcun freno: quindi che senso ha, intende dire Losurdo,  parlare dell’estinzione dello Stato se esso può assolvere anche funzioni positive? Innanzitutto, Engels sta parlando dello Stato borghese che deve pure, non certo per amore della classe operaia ma per necessità di sopravvivenza, cercare di smussare i contrasti di classe per non renderli irriducibilmente antagonistici e fare così avanzare i processi rivoluzionari. Questa è una cosa talmente ovvia che non occorre padroneggiare la filosofia della storia per capirlo. Lo Stato che “si estingue”, invece, è lo Stato che nasce dalla distruzione di quello borghese, che Marx e Engels hanno chiamato dittatura del proletariato la quale, essendo l’organo della violenza della maggioranza sulla minoranza  (per la prima volta nella storia umana – ripetiamolo), comincia a non essere più Stato inteso in senso tradizionale. Ma ecco un altro argomento di Losurdo per rigettare la teoria dell’estinzione dello Stato: «Mentre liberisti e borghesi   denunciano come “statalista” il movimento operaio e socialista, quest’ultimo, soprattutto quello di ispirazione marxista, viene a trovarsi in una situazione per certi versi (?) imbarazzante (?). Per un futuro più o meno remoto agita la parola d’ordine dell’ “estinzione dello Stato”, in sintonia su questo punto con l’anarchia (sottolineature nostre), per quanto riguarda invece l’agitazione concreta quotidiana il movimento operaio è costretto(??) a rivendicare l’intervento del potere politico nella sfera economica…» (pag. 183). E’ chiaro che in regime capitalistico il movimento operaio rivendica dal governo (borghese) una tutela contro la libera concorrenza che  affama e  licenzia gli operai (come accadeva all’epoca di Engels e come accade anche oggi). Ma dove sta la contraddizione fra una concreta rivendicazione di tipo sindacale rivolta al governo borghese e l’estinzione dello Stato? Come si fa a dire simili enormità? Non è questo un modo ‘artato’ per creare confusione? E poi….associare ancora (come insistentemente fa Losurdo) l’anarchismo alla teoria marxista dello Stato è davvero una plateale forzatura, un imbroglio, una falsificazione. E’ noto che da prima ancora del Manifesto del Partito comunista Marx e Engels hanno ingaggiato un’ aspra lotta, una lotta senza quartiere contro l’anarchismo, contro Proudhon, contro gli “antiautoritari”, contro Bakunin. Se il socialismo marx-engelsiano  divenne egemone nella Prima Internazionale è proprio perché l’idea di socialismo fu  liberata da ogni incrostazione utopistica piccolo-borghese la cui variante principale era costituita proprio dall’anarchismo. “Enunciando la sua celebre tesi “lo Stato si estingue” -  dice Lenin- Engels si affretta a precisare che essa è diretta contro gli opportunisti e contro gli anarchici” (Stato e rivoluzione).

Losurdo attacca anche Lenin: «Oltre al fine dell’estinzione dello Stato, marxismo leniniano e anarchismo sembrano avere in comune anche la visione meccanicistica dell’ordinamento giuridico e politico moderno come semplice (!!!) sovrastruttura dell’economia capitalistica e del dominio borghese»  (pag. 199). Ora, il “marxismo leniniano” esattamente come il “marxismo marxiano” è -secondo Losurdo- altrettanto “meccanicistico” e cede anch’esso all’anarchismo. Affermare che l’ordinamento giuridico e politico “moderno” sia una sovrastruttura dello Stato borghese (come afferma il marxismo), è troppo “semplice”  dice Losurdo, è un’idea meccanicistica! Egli, che come Kautsky e Plekhanov, ha un superstizioso rispetto per lo Stato, non ha capito la grandissima lezione sullo Stato che viene dalle rivoluzioni proletarie e dal marxismo leninismo che ne ha fatto il bilancio storico. La sintesi di questo bilancio storico è: “la repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo”. Perché è il migliore “involucro”? Perché ha portato ad un elevatissimo grado di sofisticazione (mai prima raggiunto dalle classi dominanti) la propria dittatura di classe attraverso un complesso “ordinamento giuridico e politico”. Tale ordinamento “moderno”, complesso quanto si vuole, è, in ultima analisi, uno specchietto per le allodole, è l’inganno dello “Stato di diritto”, della libertà di manifestare contro il governo, della libertà di esprimere la propria opinione (parlate, parlate, ma se andate oltre ci pensiamo noi – dicono i prefetti e i questori); è lo Stato della “legalità democratica”, del Parlamento eletto a “suffragio universale”, della Costituzione scritta dai “padri costituenti” che va messa in una teca di cristallo e adorata come un totem (partiamo dalla Costituzione! difendiamo la Costituzione! ripetono i fessi senza crederci più nemmeno loro!); è l’esca a cui abbocca il benpensante, il piccolo-borghese rispettoso delle ‘regole del gioco’ della democrazia, rispettoso e timoroso dello Stato ritenuto lo “Stato di tutti”. Ora, questo “involucro politico” che è la repubblica democratica ha subito un’evoluzione nell’epoca dell’imperialismo. «L’imperialismo -dice Lenin- mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento della “macchina statale”, l’inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e militare  per accentuare la repressione contro il proletariato» (Stato e rivoluzione). E a distanza di un secolo il fatto che la macchina statale borghese sia ancora, ieri come oggi, completamente infognata nel pantano del militarismo e della burocrazia famelica e persecutoria è sotto gli occhi di tutti. Quanto all’estinzione dello Stato proletario, Lenin dice che bisogna lasciare «assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione avverrà poiché non abbiamo dati che ci permettano di risolvere simili questioni» (Stato e rivoluzione).  Noi, “qualche dato in più” lo abbiamo: da quando Lenin scriveva queste cose, l’imperialismo si è ulteriormente sviluppato, si è armato di bombe termonucleari, la sua macchina repressiva poliziesca, attraverso l’elettronica, riesce a seguire e a spiare ogni cittadino dello Stato. Al crollo dell’Unione Sovietica ha fatto riscontro una superfetazione dell’imperialismo che pone gli Stati Uniti al numero uno irraggiungibile nella gerarchia militare imperialista. Di questo bisogna tener conto quando definiamo ancora oggi realistica e concreta la prospettiva che lo Stato socialista comincia ad estinguersi. Quanto durerà il processo di estinzione?  Quello che si può dire con sufficiente approssimazione è che  l’estinzione dello Stato proletario è strettamente connessa ai destini dell’imperialismo che incessantemente minaccia di distruzione i paesi socialisti e li sabota in ogni modo. E’ intuitivo che, all’indomani della scomparsa dell’imperialismo, in tutti gli Stati socialisti esistenti e in quelli che nasceranno dalla distruzione dell’imperialismo medesimo il processo di estinzione dello Stato  subirà un’accelerazione notevole, dal momento che non sarà più necessario tenere in vita costosissimi sistemi di armamenti per difendersi da attacchi militari termonucleari, sistemi gestiti da uno Stato che è obbligato, dall’imperialismo appunto, a porsi sulla via di una forte centralizzazione.  Quando lo Stato entrerà nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo, come disse Engels, allora le masse umane, non le minoranze, padroneggeranno il loro destino. Per Losurdo l’estinzione dello stato è inconcepibile, è del tutto irrealistica: nella sua visione ristretta, pessimistica, la scomparsa dello Stato equivale al disordine, al caos, all’anarchia. La  grande frase di Engels (che -si potrebbe dire- ha il rilievo di una sentenza scolpita sul marmo): AL POSTO DEL GOVERNO SULLE PERSONE APPARE L’AMMINISTRAZIONE DELLE COSE non è capita da Losurdo, è vista con scetticismo, è giudicata escatologismo, millenarismo, palingenesi, utopia, è una frase da cui “bisogna prendere le distanze” perché lo Stato è sempre esistito e sempre esisterà (ricordiamo a tal proposito che il celebre passo in cui è contenuta la suddetta frase di Engels, Lenin lo considerò “straordinariamente ricco di idee”).

La questione dello Stato che si estingue la si comprende solo se viene percepita da un punto di vista storico, cioè dal punto di vista del profondo, sconvolgente cambiamento  che subirà il mondo all’indomani della definitiva scomparsa dell’imperialismo. Senza questa rivoluzionaria fiducia nel futuro e nelle capacità creative degli operai e delle classi oppresse si cade nella negazione della teoria marx-engelsiana dell’estinzione dello Stato che è il cuore e l’anima del marxismo leninismo . Il governo “sulle persone” è il potere politico che esercita lo Stato (anche se c’è un’abissale differenza tra potere borghese e potere proletario, fra Stato borghese e Stato proletario), ma è pur sempre un potere politico cioè un “governo sulle persone”. L’estinzione dello stato, vale e dire il momento dell’ “amministrazione delle cose” non significa che ogni ordine cesserà, che non vi sarà più, per esempio, una sanità pubblica organizzata, un’istruzione pubblica organizzata, un sistema pensionistico ecc. Il marxismo non è anarchismo, non è utopismo.: «Noi non siamo degli utopisti -dice lenin- Non “sogniamo” di fare a meno.. di ogni amministrazione, di ogni subordinazione » (Stato e rivoluzione), ma se restiamo ancorati alla definizione che lo Stato è, in estrema sintesi, l’organizzazione della violenza e non altro, ebbene, quando verranno meno i presupposti che rendono indispensabile la violenza, allora lo Stato cesserà di esistere.

OLTRE LOSURDO…

È sistematicamente accaduto che le formule rivoluzionarie di Marx e Engels siano state apparentemente fatte proprie dagli opportunisti ma da questi edulcorate e depotenziate, rivoltate come un calzino fino a diventare qualcosa di diverso e opposto.

lo Stato, dicono Marx e Engels, è il prodotto degli antagonismi inconciliabili tra le classi. La versione opportunista di questa formulazione è diametralmente diversa: lo Stato è l’organo della conciliazione fra le classi, lo Stato è al di sopra delle classi, lo Stato è di tutti. Noi italiani ne abbiamo un grande esempio: la meravigliosissima “repubblicanatadallaresistenza” al cui ossequio e superstizioso rispetto sono stati educati (diseducati) milioni di operai.

Marx e Engels dicono che la frase altisonante “La legge è uguale per tutti” è un inganno, una falsità. Significa che una norma di questa presunta ‘legge uguale per tutti’ viene applicata a persone non identiche, non uguali, perché appartenenti a classi fra loro antagoniste, l’una detentrice del potere economico e politico, l’altra esclusa dal potere economico e politico, emarginata, sfruttata, assoggettata alle leggi darwiniane del capitalismo e su cui sono puntate le armi dell’apparato repressivo dello Stato borghese: esercito permanente, polizia e magistratura. L’eguale diritto, dice Lenin, equivale ad una violazione dell’uguaglianza e della giustizia. Gli opportunisti, i revisionisti educano invece le masse (cioè le diseducano) all’idea che bisogna rendere “effettiva” l’eguaglianza del diritto (cosa impossibile in uno stato borghese). Sono trascorsi 65 anni dalla promulgazione della Costituzione borghese italiana e ancora oggi, a distanza di 65 anni queste  figure imbelli di “costituzionalisti”  e sindacalisti di “sinistra” legalitari, rinunciatari, complici delle maggioranze sindacali capitolazioniste, che nel corso dei decenni trascorsi hanno svenduto tutto agli interessi padronali e non sono stati capaci di difendere i diritti primari economici e normativi conquistati dalle lotte operaie, riescono a persuadere migliaia di povera gente a seguirli in inutili cortei diffondendo illusioni (ancora e ancora!) sul “rispetto della Costituzione” borghese che, in quanto tale, si è sempre fatta beffe dell’eguaglianza e del diritto. Ed è e sarà sempre così. Finché esisterà lo Stato borghese non può essere diversamente da così.

Amedeo Curatoli

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