IL PAGLIACCIO

dramma.jpgE’ Bertinotti, naturalmente. Ma prima di commentare la sua ultima, ridicola esternazione, facciamo un passo indietro. Quando un numero di rivoluzionari sufficientemente congruo si metterà seriamente sulla strada di fondare un partito comunista (e sarebbe ora che facessimo come i compagni portoghesi o greci), dovremmo volgere lo sguardo indietro alla nostra storia ed esaminare a fondo la svolta ideologica controrivoluzionaria di Togliatti e della sua “via italiana al socialismo”. Egli mise a lavorare la migliore intellighenzia di sinistra per tradurre in un linguaggio più sofisticato e quindi meglio adulterato, il voltafaccia rozzo e brutale di Krusciov che, con il suo rapporto “segreto” -passato alla Cia prima ancora di farlo conoscere ai partiti comunisti degli altri paesi- diede il primo micidiale colpo all’Unione sovietica. Il settimanale Rinascita dell’epoca fu la palestra teorica in cui si cimentarono questi intellettuali per capovolgere tutti i principi basilari della rivoluzione sociale, e misero in questo lavoro di revisione una tracotanza ed alterigia tali, che riletti oggi, quegli articoli appaiono semplicemente ridicoli.

La via parlamentare al socialismo fu la stupefacente favola raccontata alla classe operaia, e non solo italiana, perché tale percorso pacifico Togliatti (che si compiaceva di farsi chiamare il Migliore) lo prospettò come “il principio di una strategia mondiale del movimento operaio e comunista nella situazione attuale”. Quindi non via italiana ma via mondiale al mirifico socialismo mansueto, remissivo, incruento. A quella fiaba rassicurante si opposero alcuni compagni, troppo pochi, e molti di quei pochi furono diffamati ed espulsi perché nel dire NO al Migliore, è come se si fossero macchiati di un delitto di lesa maestà. La stragrande maggioranza degli operai, invece, credé alla leggenda togliattiana che si manifestò sotto le sembianze di un’effettiva e concreta realtà, proprio per le particolari condizioni storiche del dopoguerra dove primeggiava un partito comunista di indubbio prestigio all’interno del paese e anche a livello internazionale. Era difficile, allora, non dar credito ai dirigenti della Cgil, i quali dissero, ad a un Congresso del 1956: “Il Paese, il nostro popolo, hanno bisogno di una svolta radicale, di una profonda trasformazione di tutto l’indirizzo economico e sociale finora imposto dalle classi dirigenti”. E chiamarono questa svolta “Un’economia del lavoro contro l’economia del monopolio”. Carino, no?

Se valutiamo oggi, a distanza di mezzo secolo, gli esiti della “via italiana” (quando tutte le nebbie si sono diradate), non si giunge forse a concludere che fu quello il primo passo della sconfitta e dispersione del movimento operaio che generò gli Occhetto, i D’Alema, i Veltroni? Ma anche la nascita di Rifondazione comunista, che valutiamo a distanza di molti anni (quando si sono dissipati gli entusiasmi e le aspettative della prima ora e sono rimaste solo le chiacchiere), non è stata forse anch’essa una degenerazione nella degenerazione, nel senso che se Togliatti è stato il dramma, Diliberto – Bertinotti si presentano sulla scena come in una farsa? Il primo dei due non ha votato i crediti di guerra (come fece la socialdemocrazia tedesca) ma stava al governo e ha fatto la guerra, l’ha fatta nel cuore dell’Europa, e a capo del nostro governo c’era D’Alema, di origine togliattiana, e il viceministro della guerra era uno del partito di Diliberto. Come osa costui definirsi ancora comunista?

Il secondo dei due, Bertinotti, ha accumulato un campionario di fandonie antimarxiste tali da farlo apparire come un giullare alla corte dell’imperialismo, non tanto per il fatto che ha scoperto di essere (fuori tempo massimo) discepolo di Ghandi e della cosiddetta nonviolenza, di non lottare per il potere ecc.(che agli imperialisti non gliene frega niente), ma perché, in sintonia con i criminali di Washington (i quali sicuramente guardano con simpatia a questo mite ed istituzionale signore), chiama “terroristi” gli eroi delle guerre di liberazione nazionale della nostra epoca.

Ma veniamo all’ultima esternazione del pagliaccio. Ha detto che “è concreta la possibilità di cogliere l’occasione della nazionalizzazione della finanza per rivendicare un piano del lavoro che faccia dello stato il garante di una programmazione per il pieno impiego”.

Che cos’è questa: una battuta da cabaret oppure la minchionata di uno che sta subendo un processo di deperimento mentale? Chi “ha nazionalizzato la finanza”? Qualcuno ne ha sentito parlare? Oppure il pagliaccio allude alla “nazionalizzazione delle banche” Usa da parte di Bush? Forse che da essa ne trarranno beneficio i 43 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, o non piuttosto le banche e i mestatori della finanza che hanno provocato la crisi?

Il Nostro ha anche detto che “comunismo è una parola molto impegnativa, da maneggiare con cura e misura”, che è “troppo” e “troppo poco” allo stesso tempo. Che cosa intendeva dire il pagliaccio con questa frase sibillina?, una cosa molto semplice e molto vile: che la parola “comunismo è troppo importante per i nostri concreti obiettivi del qui ed ora” (non spaventiamo inutilmente le classi dominanti, smettiamola di parlare di comunismo), ma è anche troppo poco (cioè inutile da pronunziare) “perché non potrebbe dirci granché delle ragioni concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve costituirsi la sinistra oggi”. Non più rifondazione ma “autonoma fondazione”. Bene, dopo aver enunciato la filosofia e l’ideologia del qui ed ora, compiaciuto di aver operato una nuova poderosa sintesi, si mette a sognare la sua “sinistra di società” (l’ha chiamata proprio così, sinistra di società), la quale (citiamo per esteso perché è una tirata spassosissima)“deve avere l’ambizione di essere anche una comunità scelta, un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della persona. In essa devi poterci star bene. Devi poter aver voglia di partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue relazioni sia esterne che interne (…) c’è da conquistare una sorta di precondizione, la rottura dell’individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre relazioni individuali e collettive per sostituirle se non con un comportamento altruistico (udite!) almeno con uno improntato all’egoismo maturo (…) si potrebbe cominciare a sostituire il troppo abusato ‘non sono d’accordo’ con il ‘sono d’accordo, ma’” eccetera. E in questa sorta di sauna collettiva e promiscua immaginiamo di vederli tutti, questi della sinistra di società, calata la notte, davanti ad un maxischermo tv per seguire estasiati le prodezze di Vladimir Luxuria dall’Isola dei Famosi.

Ci sono molti compagni bravi, che hanno un passato di onestà e integrità politica e morale che ancora si attardano in questi due partiti usurpatori di aggettivi. Ci rivolgiamo a questi compagni: perché non fuggite da questi luoghi cui date lustro con la vostra presenza e da cui ricevete in cambio solo discredito? La filosofia  della “concretezza” e dell’hic et nunc non è marxista, non è rivoluzionaria. Produce solo pagliacci. Perché continuate a dargli credito, perché non scappate via?

E.F.

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