ANCORA E SEMPRE PER KARL HEINRICH MARX (14 marzo 2013, 130° anniversario della morte). Di Maurizio Nocera

In questi ultimi decenni di neofascismo berlusconista, sono stati molti i teorici del fallimento capitalista che hanno decretato morto e sepolto il marxismo e il comunismo, scambiandosi tra di loro, ovviamente per convenienza opportunistica, l’accusa di essere “comunista”. Così che, quando qualcuno osava allontanarsi appena un poco dalle affermazioni stupide e rincitrullite del capo, veniva subito bollato come “comunista”. Per cui, così com’è accaduto per più di un secolo e mezzo fa, ancora oggi, vale la pena di affermare che «uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo».

Marx ed Engels hanno scritto nel Manifesto del Partito Comunista: «Qual è il partito d’opposizione che non sia stato tacciato di comunista dai suoi avversari che si trovano al potere? E qual è il partito d’opposizione che, a sua volta, non abbia ritorto l’infamante accusa di comunista contro gli elementi più avanzati dell’opposizione o contro i suoi avversari?».

Non c’è bisogno di alcun commento a questa affermazione scritta nel 1848, perché tutt’intero il suo reale significato vale ancora ai nostri giorni. Per di più in un momento come questo che viviamo nell’occidente capital imperialista, dove la borghesia ha scatenato una lotta spietata contro il proletariato, una vera e propria guerra al proletariato, e quindi una guerra al marxismo. Ha sostenuto e sostiene con lauti stipendi e privilegi e prebende quanti lavorano alla falsificazione, all’adulterazione del marxismo al fine di rendere inservibile questa teoria al proletariato.

Siamo in un’epoca di basso impero (s’intende ovviamente quello statunitense), decrepito e putrescente, in cui sembra che tutta la storia dell’intera umanità sia divenuta marginale, parlare di Karl Marx (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883) significa avere il coraggio di riproporre il marxismo-leninismo, cioè l’ideologia della classe operaia, che checché ne pensino la borghesia e tutti i suoi stupidi corifei, rimane sempre la più giovane e affascinante ideologia tra tutte quelle finora conosciute, quali l’ideologia ebraica, la cristiana, la musulmana, a tutte le altre ideologie appartenenti ad altre confessioni religiose, per non parlare ovviamente delle ideologie antiumane e disumane della cosiddetta nobilaristocrazia e di quella tuttora imperante e corrotta qual è l’ideologia borghese. Inevitabilmente, lo vogliano o no tutti i detrattori della storia, l’ideologia proletaria sarà (per molti versi già lo è) la direttrice sulla quale si dovrà orientare l’umanità se si vorrà salvare dall’immane catastrofe capitalimperialista in cui è precipitato il suo attuale modello di organizzazione economico-sociale.

Non occorre avere nessuna particolare intelligenza per capire che l’ideologia del proletario, oggi configurata come marxismo-leninismo, è la scienza che sta alla base e che guida il fare politico dell’organizzazione sociale, cioè il fare politico del partito rivoluzionario, strumento indispensabile nella lotta di classe per la conquista del potere da parte della classe operaia, il cui ruolo, all’interno della società, passa da subalterno ad egemone e dirigente. Il marxismo-leninismo, dunque, è la concezione teorico-scientifica organica del proletariato e, in quanto tale, sulla base di quanto hanno elaborato e scoperto Marx ed Engels per primi, è scienza che ha le sue categorie, fondamentalmente tratte e ridefinite dall’ambito delle scienze naturali e sociali.

Marx, nei suoi studi e nella sua stessa pratica politica comunista militante, in contrapposizione con gli economisti borghesi, non ha mai usato le categorie Pil (Prodotto Interno Lordo), spread, tassi d’interesse, e quanto altro, in quanto categorie fumose e fuorvianti, usate dalla borghesia per confondere la classe operaia; al contrario egli ha usato sempre le categorie salario, prezzo, profitto, saggio di profitto, “capitale costante”, “capitale fisso”, “capitale circolante”, tutti termini e concetti spiegati e interpretati in modo totalmente differente dalla concezione economica e politica borghese.

Nella sua fondamentale opera di economia politica – Il Capitale – Marx studiò a fondo la struttura del mercato del lavoro capitalista e, contrariamente a quanto sostenevano gli economisti borghesi, a cominciare da Adam Smith, ritenne che proprio quel luogo fosse l’origine dei conflitti sociali. Gli economisti borghesi l’avevano occultato ritenendolo evento naturale, quindi immutabile, come immutabile ritenevano essere la proprietà privata dei mezzi di produzione, confondendola con la proprietà personale, il cui diritto umano non è stato mai inficiato né da Marx, né dai marxisti-leninisti che a lui si sono succeduti. Marx aveva bene in mente quali fossero le differenti forme della proprietà che, nel corso della storia umana, si sono evolute. Le aveva così suddivise: la proprietà tribale (pastori e agricoltori); la proprietà della comunità antica (schiavitù e aristocrazia); la proprietà feudale (servi della gleba e aristocrazia e borghesia primitiva); la proprietà privata dei mezzi di produzione (proletari e capitalisti). Per ognuna di queste forme proprietarie corrispondeva una particolare struttura sociale, dove il potere di una classe dominava su tutte le altre. Fata questa analisi delle società, Marx individua nel proletariato, in quanto classe priva di interessi che non siano strettamente collegati al lavoro e alla produzione di beni equamente distribuiti per tutti, l’unica classe attraverso la quale è possibile raggiungere l’emancipazione di se stessa e, nello stesso tempo, l’emancipazione dell’intera umanità, condizione questa che si può raggiungere solo attraverso il comunismo, che comporta l’estinzione della schiavitù dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e con esso l’alienazione dell’essere umano dalla realtà concreta. Egli teorizzò così che solo attraverso la soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione è possibile eliminare il suo aspetto più deleterio, cioè l’alienazione, liberando così un bene umano indispensabile alla vita, la creatività.

Oggi l’umanità, e in essa in primo luogo la classe operaia, è sfruttata e schiacciata come se si trovasse pressata sotto un tritacarne. Ed una pressa tritacarne appare essere l’ultima orrenda moda della borghesia finanziaria contemporanea: il raggiungimento della ricchezza col denaro. Marx ha scritto che è proprio il desiderio smodato di denaro che porta l’umanità all’alienazione totale. L’unico vero dio del presente è divenuto appunto il denaro. Questa assurda e distruttiva moda borghese può solo soddisfare desideri voluttuari effimeri, a causa della quale vengono commessi i più atroci crimini: guerre, diritti, distruzione della natura, dell’ambiente, fino a all’autodistruzione dell’intera specie. Oggi, in questa decrepita e putrescente società borghese è divenuto moda perfino il rovesciamento di ogni aspetto della vita, per cui si esalta il contrario di ogni cosa: l’odio al posto dell’amore, l’infedeltà alla fedeltà, la crudeltà alla bontà, ogni virtù e valore vengono rovesciati nel vizio più osceno. L’ideologia borghese è giunta al punto di negare perfino i ruoli che ogni individuo occupa nella società, facendo di ogni uomo una merce, utile solo allo scambio in un mercato del lavoro bieco e iniquo. All’interno di questa moda capitalistico-imperialista, si fa spesso riferimento in modo distorto al concetto di cittadino, categoria di cui si serve la borghesia per negare i più semplici diritti umani.

Marx ha precisato che il ”cittadino” – importante conquista della rivoluzione borghese nella Francia del 1789, che lo sostituì al concetto di “suddito” –, non è mai un indefinito sociale, al contrario, il cittadino è l’Uomo, inteso come “produttore”, “consumatore”, “sociale”, “comunitario”, quest’ultimo termine inteso nel senso della Comune di Parigi, nata il 18 marzo 1871 in seguito all’insurrezione del proletariato parigino. Conosciamo il giudizio di Marx su questo importante evento rivoluzionario: egli, nonostante non credesse in un immediato successo di quella rivoluzione, si schierò comunque al suo fianco. Infatti, la Comune di Parigi, dopo appena 40 giorni di vita, venne soffocata dall’esercito francese che, riorganizzato e armato dall’allora Germania reazionaria, la represse massacrando e fucilando oltre quarantamila comunardi. Nel suo libro La guerra civile in Francia, Marx ricorderà la Comune come il «governo della classe operaia, risultato della lotta delle classi produttrici contro le classi possidenti, la forma politica finalmente scoperta con la quale si sarebbe potuto lavorare all’emancipazione economica del lavoro [...] Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti».

Nella concezione proletaria della storia umana, l’uomo non è più il singolo, l’individuo, l’uno; ma è l’uomo sociale, l’uomo inserito in un contesto sociale, è l’uomo nella e della comunità. Per Marx, nella società borghese l’uomo, in quanto essere sociale pensante, è perduto e solo, al contrario che nella società comunista, dove l’uomo è un tutt’uno con i suoi simili. Quindi non un uomo solo, massificato e reso merce, ma un uomo diverso (nel senso di uno diverso dall’altro), inserito in un insieme socialmente omogeneo alla continua ricerca del giusto  “equilibrio”. È su questi principi ideologicamente proletari che si fonda la teoria di Marx, il marxismo, la cui struttura fondante è la logica dialettica razionale.

Con la sua opera, Marx va oltre la concezione idealistica della storia (Hegel), per approdare ad un nuovo sistema categoriale di pensiero, fondato non più sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma sullo sfruttamento delle possibili risorse naturali, senza ovviamente arrivare all’assurdo della loro totale distruzione, cosa che invece ha fatto la borghesia, giunta al punto di annientare buona parte del sistema eco-ambientale, col rischio di affossare l’intera specie.

È su questi concetti e categorie, prettamente marxisti, leninisti e, quindi, proletari, che è possibile costruire il nuovo edificio statuale e le sue stesse istituzioni, fondate su un’effettiva democrazia concreta, quella appunto teorizzata da Karl Marx in un’altra delle sue opere fondamentali, Il Manifesto del Partito Comunista (1848). In esso Marx afferma l’impossibilità ad avere uno Stato giusto ed egualitario finché al potere della cosa pubblica ci sarà la borghesia. Per lui, e questo vale anche per noi marxisti della nostra epoca, solo la classe operaia può determinare le condizioni reali per la costruzione di un nuovo stato giusto ed egualitario, raggiungibile con la rivoluzione proletaria, il solo rivolgimento sociale che può abbattere lo stato borghese e instaurare la dittatura del proletariato, che è la più alta forma di democrazia diretta, partecipata e concreta.

Il concetto di dittatura del proletariato, Marx lo teorizzò una prima volta nel 1852, in una lettera inviata al suo corrispondente Joseph Arnold Weydemeyer, successivamente nel 1875, nel libro Critica al programma di Gotha, nel quale afferma che il potere unico del proletariato in una società rappresenta una fase di transizione in cui il potere politico è detenuto dai lavoratori, rappresentati dal Partito comunista. È questo l’inizio della costruzione della società comunista, che per Marx non significa tutto e subito immediatamente, ma un processo che può durare anche molto tempo.

Da quando la borghesia ha fatto capolino nella storia dell’umanità, accanto ad essa, e contemporaneamente, è apparso il proletariato come classe antagonista, la cui lotta non è finalizzata all’alternarsi alla direzione della società, al contrario, il proletariato, attraverso il suo partito, lotta per sconfiggere definitivamente la borghesia e solo così, da queste basi, ricominciare a costruire una società sulla base del principio marxista «da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»

In Italia un politico che ha interpretato adeguatamente il pensiero e l’azione politica di Karl Marx è stato Antonio Gramsci, fondatore nel 1921 del Partito comunista d’Italia. Egli, nel 1918, quando ancora era corrispondente del giornale «Il Grido del Popolo», e in polemica con gli antileninisti, ha scritto: «Carlo Marx non è per noi il fantolino che vagisce in culla o l’uomo barbuto che spaventa i sacrestani… È un vasto e sereno cervello pensante, è un momento individuale della ricerca affannosa secolare che l’umanità compie per acquistare coscienza del suo essere e del suo divenire, per cogliere il ritmo misterioso della storia e far dileguare il mistero, per essere più forte nel pensare e operare…/ Glorificando Carlo Marx nel centenario della sua nascita, il proletariato internazionale glorifica se stesso, la sua forza cosciente, il dinamismo della sua aggressività conquistatrice che va scalzando il dominio del privilegio, e si prepara alla lotta finale che coronerà tutti gli sforzi e tutti i sacrifizi».

Questo di Antonio Gramsci è anche il nostro Karl Marx, in particolare in questo 14 marzo 2013, 130° della morte, avvenuta a Londra nel 1883. Lo scienziato comunista venne tumulato  a Highgate in una tomba, sulla cui targa marmorea c’è scritto l’epitaffio seguente: «I filosofi hanno soltanto interpretato in modi diversi il mondo; ma ora la questione è di cambiarlo» (Undicesima tesi su Feuerbach).

Friederic Engels, suo stretto compagno di lotta e di un’intera vita, lesse l’orazione funebre. Questa: «Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra [...] Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana [...] Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti [...] Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria [...]Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario […] Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero; i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. È morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale. Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!».

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