Ciò che bisogna ricordare di Eugenio Curiel. Di Amedeo Curatoli

Abbiamo letto con un senso di estremo disagio l’articolo del compagno Gianni Fresu “Eugenio Curiel e la generazione che rottamò il fascismo pubblicato sul numero 433 di Nuove Resistenti”. Vi si dice che Curiel, giovane brillante, scienziato e marxista, lottò “per abbattere il regime (fascista) e ricostruire da zero la democrazia”. Non è vero. Curiel combatté fino al sacrificio della propria vita ad opera dei fascisti per instaurare in Italia il socialismo, non una non meglio identificata democrazia. Il compagno Fresu tace incredibilmente sul principale merito storico di Curiel, quello di aver teorizzato ed enunciato con chiarezza la tattica rivoluzionaria da adottare per giungere in Italia, all’indomani della distruzione del nazifascismo, all’esclusivo possesso dello Stato da parte della classe operaia. Denominò questa tattica “Democrazia Progressiva” che fu fatta propria dal Pci al suo V Congresso. Su questo momento assolutamente cruciale della storia della lotta di classe nel nostro paese e sul ruolo svolto da Curiel ho scritto un articolo pubblicato su  lanostralotta.org dal titolo “Il ’Migliore’ ha affossato il comunismo in Italia”a cui rimando il lettore. Da quell’articolo traggo due citazioni, una di Curiel e una di Secchia.

 

1- Scrive Curiel:

“Ogni programma sarebbe una limitazione dell’importanza e della

 fecondità della democrazia progressiva la cui funzione è quella di garantire le condizioni politiche e sociali migliori all’opera della ricostruzione senza assegnare per questo un confine precostituito tra problemi della ricostruzione e problemi dell’ edificazione della società socialista…dobbiamo lottare perché la democrazia progressiva si realizzi superando i limiti e gli ostacoli che le vorranno frapporre forze reazionarie, dobbiamo lottare perché la rottura si operi nelle condizioni a noi più favorevoli, quindi in condizioni tali che la rottura venga ad essere la meno costosa possibile per la classe operaia e per tutta la nazione”

La “rottura” di cui parla Curiel è la svolta radicale, cioè il socialismo, cioè la cacciata dallo Stato delle forze borghesi  che avevano, obtorto collo, partecipato alla lotta armata antifascista e che ancora obtorto collo,  erano state costrette a formare governi di coalizione con comunisti e socialisti con l’intenzione però di riprendersi tutto ciò che avevano dovuto concedere per non farsi spazzar via definitivamente dalla scena insieme al fascismo. Si trattava di un dualismo di potere, cioè di una fase che necessariamente, obbligatoriamente, inevitabilmente doveva essere di breve durata, una fase di  transizione, aut socialismo (Repubblica popolare), aut capitalismo (repubblica borghese). Nel momento di convivenza al potere di forze rivoluzionarie accanto a forze reazionarie, suggeriva Curiel, bisognava avere una tattica tale, che “la rottura”  (quando fossero stati cacciati via dal  potere i reazionari) “venga ad essere la meno costosa possibile per la classe operaia e per tutta la nazione” e ciò sarebbe stato possibile perché i comunisti condividevano il potere dello Stato e avevano nelle loro mani  importanti leve di comando. Curiel previde, con grandissimo acume marxista, ciò che cominciava ad accadere ed in effetti accadde in tutta l’Europa Orientale!

 

2- In un rapporto alla Direzione del PCI (marzo 1945), Secchia affermò: “Prima, durante e dopo l’insurrezione, dovremo riuscire a coprire le nostre città e le nostre campagne di una rete di migliaia e migliaia di Comitati di liberazione, di fabbricato, di villaggio, di officina. Saranno questi gli organismi popolari su cui poggia il movimento insurrezionale, sui quali poggerà il governo democratico in Italia. Senza questi organismi, base del potere popolare, è vano parlare di democrazia progressiva”.

 

Dunque il nuovo Stato, cioè la Repubblica nata dalla Resistenza, doveva avere, come organi periferici del potere a tutti i livelli, i Comitati di Liberazione, organi dell’insurrezione armata antifascista. Soltanto questa condizione e nessun altra poteva garantire la via verso il socialismo, altrimenti sarebbe stato “vano parlare di democrazia progressiva”. Quindi un bilancio in termini di “lotta di classe”, cioè un bilancio storico marxista e non superficialmente sociologico che si camuffa dietro l’idea borghese di oggettività dei cosiddetti “dati di fatto”, può illuminare la storia della lotta partigiana cioè di una rivoluzione armata da cui bisogna trarre insegnamenti per non ripeterne gli errori, una rivoluzione armata che mentre ha trionfato sul nazifascismo, ha dovuto poi registrare un’amarissima sconfitta sulla via dell’edificazione di una Repubblica Popolare. Le migliaia di martiri della guerra antifascista non misero a repentaglio la loro esistenza per il ritorno ad uno Stato borghese ripulito dalla monarchia e dal fascismo. NO, se ne fregavano del suffragio universale e del parlamento “repubblicano”, essi diedero la vita per un radicale cambiamento rivoluzionario, per un definitivo regolamento di conti con la borghesia come volevano già fare durante il biennio Rosso degli anni 1919-1920. Combatterono e morirono per edificare un loro Stato, per fare finalmente il socialismo anche in Italia. Quella sì sarebbe stata un’autentica Repubblica nata dalla Resistenza. La responsabilità del tradimento di una rivoluzione armata  ha sempre a che vedere con profonde motivazioni teoriche e ideologiche: un capo carismatico che dirige un partito comunista e che rinnega i principi del leninismo lo fa sempre con un elevatissimo tasso di astuta ed abile mistificazione che addormenta le coscienze e porta inevitabilmente alla catastrofe per risollevarsi dalla quale occorre un processo lungo e complicato. Ciò che accadde in Germania con Kautsky, bollato a sangue da Lenin, è accaduto con Togliatti. I conti con questo dirigente rinnegato li fecero i Comunisti Cinesi in due celebri scritti, dai quali non si può prescindere se si vuol riprendere la via di edificare un partito comunista su basi leniniste. Ma noi siamo italiani, le giovani generazioni di rivoluzionari marxisti dovranno studiare a fondo  la nostra storia e dimostrare e smascherare, su basi scientifiche, tutta la portata del tradimento di Togliatti..

 

Il compagno Gianni Fresu, che ha il merito di aver ricordato nel centenario della nascita la grande figura di Eugenio Curiel, non gli ha fatto però un buon servigio assimilandolo troppo semplicisticamente ad un giovane che si oppose al conflitto generazionale della sua epoca.. Eugenio Curiel, come si è visto, fece molto di più. E poi… il Partito Comunista è il luogo in cui si frantumano i contrasti fra generazioni, è il luogo in cui, pur riconoscendo le specificità del mondo giovanile, si procede tutti insieme sulla via della rivoluzione e dell’edificazione socialista.

Amedeo Curatoli

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