I GUASTI DEL TOGLIATTISMO

Le manifestazioni a cui partecipano le masse dalla caduta del fascismo ad oggi  -tranne quelle antifasciste dell’immediato dopoguerra, quelle contro le repressioni sanguinose della Celere scelbina, contro la Legge Truffa elettorale che era meno truffaldina dell’attuale (che hanno avuto un carattere quasi insurrezionale e sono quindi valse a bloccare le spinte apertamente fasciste e golpiste – i porci borghesi capiscono solo il linguaggio della violenza), per il resto sono servite, e servono tuttora, a ben poco.

Il Pci, quando ancora esisteva, e prima di fare la fine ingloriosa che ha fatto (e la stessa cosa vale anche per gli attuali estimatori del togliattismo),  non ha mai propagandato (il Pci) e mai propaganderanno (Rc e Pdci), l’odio per lo Stato, la denunzia del carattere classista dello Stato borghese, il fatto cioè che lo Stato è l’organo della violenza poliziesca, militare, giudiziaria delle minoranze miliardarie sulla maggioranza del popolo, non hanno mai svelato il fatto che la sofisticata sovrastruttura politica che ammanta lo Stato serve a coprire una menzogna,  un imbroglio, una falsità.

La colpa imperdonabile da imputare soprattutto al rinnegato Togliatti, è stata quella di aver instillato nei cervelli della classe operaia e delle masse popolari un rispetto sacrale e superstizioso per lo Stato, mistificatoriamente definito: ”Repubblica Nata Dalla Resistenza”. Per una Repubblica di sì nobili ascendenze, quindi, non si poteva non avere un riverente ossequio, non si poteva non condividere l’incensamento quotidiano delle “regole del gioco democratico” e della sacra Costituzione Repubblicana (su cui la borghesia ha abbondantemente urinato fin dal giorno della solenne proclamazione). Un rispettosissimo ossequio andava soprattutto al  Parlamento (e per forza!), perché addirittura attraverso la via parlamentare si sarebbe giunti “italianamente”, comodamente, come in una carrozza di prima classe, al socialismo, senza guerra civile, senza sovvertire l’ordine borghese attraverso la rivoluzione. Come si poteva non avere, infine, sentimenti di referenza, stima, soggezione, genuflessione per le cosiddette Alte Cariche dello Stato (la Prima, la Seconda, la Terza cui sono stati associati celebri esponenti revisionisti fino all’ultimo di costoro, Napolitano, il peggiore di tutti) e per la Corte Costituzionale posta solennissimamente a guardia della “costituzionalità” delle leggi.

Diceva Engels che tutte le rivoluzioni (e le controrivoluzioni) della storia dell’umanità sono servite: A) alle classi dominanti a perfezionare la forma politica del dominio sui dominati; B) sono servite alle maggioranze diseredate a capire progressivamente (e ce n’è voluto di tempo!!!) l’inganno “politico” costituito dallo Stato al di sopra delle classi, vale a dire: che cos’era effettivamente lo Stato e come liberarsi da esso e sostituirlo con qualcosa d’altro. La forma più raffinata e sofisticata di Stato l’ha istituita (dopo secoli di esperienze di dominio) la borghesia: la Repubblica Parlamentare fondata sulla Costituzione (Legge Fondamentale dello Stato) e sul Suffragio Universale (senza più discriminazioni di censo e di genere).

Il teorico della “via italiana al socialismo” ha largamente diffuso la tradizionale menzogna riformista che lo Stato può essere “di tutti” rendendo un impagabile servizio alle classi dominanti la cui dittatura è fondata proprio sulla menzogna che lo Stato è al di sopra dei conflitti di classe, è, appunto, di tutti. La borghesia monopolistica italiana se non fosse ottusa stupida e reazionaria, dovrebbe innalzare un monumento a Togliatti.

Qual è la differenza tra il vecchio revisionismo della II Internazionale e il “moderno” revisionismo della nostra epoca? Mentre Kautsky revisionava la dottrina  marxista sullo Stato e affossava l’idea di rivoluzione attraverso il richiamo dottrinario a Marx, Togliatti faceva le stesse identiche cose riferendosi, però, costantemente, ossessivamente (e mistificatoriamente) alla Rivoluzione d’Ottobre e a Lenin. (Ritorneremo dettagliatamente su questo argomento in un prossimo articolo).

La via italiana al socialismo implicava necessariamente, obbligatoriamente, la predicazione di uno Stato super partes il quale, una volta maturati i rapporti di forza a favore del Pci, si sarebbe fatto garante, proprio perché super partes, della “transizione” al socialismo. Lo Stato sarebbe stato lì, a garantire che vincesse il migliore, e una volta che ciò fosse accaduto avrebbe detto: prego, tocca a lei ora prendere il potere nelle sue mani, si accomodi!

Era, questa, la riproposizione del credo evoluzionistico del vecchio revisionismo socialdemocratico europeo presentato però  sotto la forma di un’assoluta, “moderna” novità: la teoria della “via pacifica  al socialismo” che ebbe la solenne sanzione  da un Congresso del primo, grande  paese socialista al mondo, il (catastrofico) 20° Congresso kruscioviano, a cui Togliatti aderì integralmente e delle cui novità “teoriche” rivendicò addirittura la primogenitura. La via italiana di Togliatti implicava, inoltre, l’esaltazione di ogni piccola conquista, in campo politico generale e in campo sindacale, piccola conquista vissuta e propagandata come un passo ulteriore verso la mirifica meta del socialismo senza rivoluzione.

Ma oggi i tempi stanno cambiando, tutta l’impalcatura su cui ancora regge  la legittimità dello Stato sta andando in pezzi, le larghe masse stanno perdendo progressivamente la fiducia nei tradizionali rituali della politica e  mostrano disprezzo e avversione verso “la casta” famelica e corrotta degli “eletti dal popolo” (neanche più eletti dal popolo ma designati dalle segreterie dei partiti), inamovibili, incollati alle poltrone delle cosiddette istituzioni rappresentative. A tutto ciò la borghesia, in tutte le sue varianti  (dall’impresentabile partito dello Squalo di Arcore a quello altrettanto impresentabile dei Dalema-Veltroni-Bersani e le loro ruote di scorta), i suoi organi di stampa, dal Corriere della Sera all’Unità, dànno il nome di “antipolitica”. Come se la “politica” fosse una categoria filosofica metafisica ai cui rappresentanti, gioco forza, tutto bisogna perdonare, dalla corruzione ai reati di prostituzione minorile. Il 57 % dei non votanti in Sicilia non è antipolitica, è gente che ne ha le tasche piene della schifosa, repellente politica dell’estabilishment borghese che è la degna espressione dell’imperialismo marcio, parassitario, putrescente. E non è antipolitica nemmeno quella di Grillo, tutt’altro!, perché inveendo a male parole contro le ormai insopportabili facce di bronzo istituzionali (per non dire facce di una materia meno nobile del bronzo), intende ridare dignità proprio alla politica (borghese) sognando di creare una nuova leva di politici dal volto pulito senza mettere minimamente in discussione i rapporti capitalistici di produzione. E la marcia rappresentanza politica della marcia borghesia italiana e tutta la marcia stampa italiana ad essa asservita, ripetiamo, dal Corriere della Sera all’Unità passando per La Repubblica,  che temono come la peste i movimenti di piazza, hanno inventato i “Black Block”, i “Cortei Selvaggi” (come al recente No Monti day), gli “Uomini in Nero” (e chi sa quanti altri nomignoli diffamatori attribuiranno ai giovani che fronteggiano e fronteggeranno coraggiosamente la violenza della polizia). In questa demonizzazione di chi si rivolta contro l’apparato repressivo, abboccano all’amo anche molti compagni non ancora del tutto disintossicati dal togliattismo (per i togliattiani ogni stormir di foglia contro lo Stato era “provocazione”).

A proposito della fede superstiziosa instillata da Togliatti nella “democrazia” senza aggettivi, il retaggio di questa mistificazione lo riscontriamo ancora oggi nella politica nella ideologia e nella teoria di alcuni compagni (i Comunisti Uniti per esempio) che pur auspicando una non meglio specificata “alternativa di sistema” alimentano ancora certi miti residui del passato. Dicono nel loro documento di fondazione:

Le classi dominanti stanno imponendo le regole ferree della dittatura del capitalismo finanziario spogliando i popoli e le classi lavoratrici della propria sovranità popolare residua”.

Prima osservazione: le classi dominanti stanno imponendo “le regole ferree della dittatura del capitalismo finanziario”, non da oggi, ma da quando il capitalismo, da libero concorrenziale,  è evoluto in imperialismo, epoca in cui il capitale industriale e quello parassitario si sono fusi nel capitale finanziario, quindi la scoperta che oggi e non già anche ieri le classi dominanti impongano le regole ferree della dittatura del capitale finanziario è una scemenza antileninista. Posta la questione in questi termini, sembrerebbe che ieri le cose andassero togliattianamente per il meglio nel senso che le classi dominanti tenevano al guinzaglio, per così dire, il capitale finanziario, ma che oggi, ne imponessero la dittatura.

Seconda osservazione: i popoli e le classi lavoratrici “sono stati spogliati della propria sovranità popolare residua”? C’è stato un tempo, forse, in cui “i popoli e le classi lavoratrici” erano titolari di “sovranità popolare”? Non è, questo, un residuo di revisione del marxismo,  un aver creduto che, in passato, la Repubblica Nata dalla Resistenza (cioè lo Stato borghese post-fascista) e la sua meravigliosa Costituzione (meravigliosamente borghese) fossero garanti, attraverso il borghese suffragio universale, della “sovranità popolare”? Non è un ricadere vittime (inconsapevolmente) di tutte le mistificazioni revisioniste di cui si è fatto corifèo Togliatti?

Nel suddetto documento più avanti si dice:

Le tradizionali forze rappresentative del mondo del lavoro, essendosi misurate su un terreno riformista…non rappresentano più quel mondo ormai lasciato solo…”

Usando il plurale, dicendo “le forze rappresentative del mondo del lavoro” i compagni non parlano solo della CGIL, che era diretta dal Partito comunista, ma includono, togliattianamente, tra queste “forze rappresentative” anche  i sindacati gialli Cisl e Uil (ricordiamoci che Togliatti era solito definire la Dc “grande partito popolare”). Ma tralasciamo Cisl e Uil e parliamo della Cgil. Quando mai la Cgil si è misurata su un terreno non riformista? Da quando il Pci ha abbandonato la via rivoluzionaria e ha imboccato quella parlamentare e pacifica al socialismo era inevitabile che la Cgil (che era la cinghia di trasmissione del Pci) ne seguisse il destino. Ed è stato un destino amaro, uno stillicidio di  continui cedimenti, che ha avuto in Lama il più determinato e infame sostenitore. Parlava come un capitalista, anteponeva le compatibilità capitalistiche agli interessi dei lavoratori, è stato il più esplicito e “coraggioso” propugnatore dei “sacrifici necessari”, è stato l’artefice della famigerata svolta dell’Eur (febbraio 1978) preparata, un mese prima, da una vergognosa intervista a Scalari intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”. Arrivò a dire “Siamo convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica (incredibile, no?. Sì, Lama parlava come un capitalista, fu un infame, un vero agente del capitalismo nel movimento sindacale, ma egli fu (lui, i suoi predecessori e i suoi successori) il risultato inevitabile (e “fatale” potremmo dire) del tradimento della via rivoluzionaria da parte del Pci. Preghiamo i compagni di andare sul sito:

 

http://contromaelstrom.com/2011/07/01/la-politica-dei-sacrifici-e-la-svolta-delleur-1977-78/

 

per vedere se, a proposito di Lama, noi esageriamo o diciamo il vero..

In una recente intervista il compagno Domenico Losurdo ha detto che per fare rinascere  oggi, nel nostro paese,  un partito comunista (e su questa prospettiva dimostra un ottimismo rivoluzionario che condividiamo) bisogna riappropriarsi delle proprie radici. Anche su questo non si può che essere d’accordo. Ma riappropriarsi delle radici può voler dire molte cose. Per chi scrive dovrebbe significare soprattutto questo: denunciare la completa revisione dei principi leninisti operata da Togliatti e i danni che da questa revisione sono scaturiti e che hanno portato alla distruzione del Pci.

 

Amedeo Curatoli

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