L’IMPERIALISMO E LA GRANDE CINA di Amedeo Curatoli

Mao Zedong e Deng Xiaoping

 

            Lenin terminò L’imperialismo, fase suprema del capitalismo quando l’autocrazia zarista non era stata ancora abbattuta dalla Rivoluzione russa. In quel celebre saggio  fece un’analisi dell’imperialismo eminentemente economica, e per evitare la censura, omise di trattare chiaramente e apertamente ciò che più gli stava a cuore, cioè le conseguenze politiche rivoluzionarie del fenomeno “imperialismo”. Così leggiamo nella prefazione:

 

L’opuscolo è stato scritto tenendo conto della censura zarista. Per tale motivo sono stato costretto ad attenermi ad un’analisi teorica, soprattutto economica, ma anche a formulare le poche osservazioni politiche indispensabili con la più grande prudenza, mediante allusioni e metafore, quelle metafore maledette, cui lo zarismo condannava tutti i rivoluzionari che prendessero la penna per scrivere qualche cosa di ‘legale’.

            “Come è penoso rileggere ora, in questi giorni di libertà (lo zar era caduto da 46 giorni) quei passi dell’opuscolo che per riguardo alla censura zarista sono contorti, compressi, serrati in una morsa! Solo con la lingua dello ‘schiavo’ potevo scrivere che l’imperialismo è la vigilia della rivoluzione socialista”.

 

            Molti compagni, nel nostro e in altri paesi del mondo, spaventati o forse anche inorriditi dalla prodigiosa espansione economica della Cina (per effetto dell’apertura dei suoi confini a imprese multinazionali), sfogliando presumibilmente l’opuscolo di Lenin e confrontando i dati dello sviluppo dell’Occidente all’inizio del secolo con quelli attuali (e ancor più notevoli) del grande paese asiatico, giungono alla conclusione che la Cina è capitalista, e siccome, ieri come oggi, un paese capitalista non può non essere legato con mille fili (politici ed economici) all’intero sistema imperialista mondiale, ne consegue che la Cina  sarebbe diventata “imperialista”. Nel documento votato dall’Assemblea del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) tenuta a Katmandu il 20-23 luglio 2012 si legge:

 

L’imperialismo sta diventando sempre più aggressivo, minacciando la pace e la sovranità, operando per rispartirsi i mercati e ridisegnare i confini per saccheggiare le risorse naturali. Gli Stati Uniti, la NATO, la UE e le altre forze imperialiste sono alla ricerca di nuovi strumenti e pretesti di aggressione”.  

 

Quali sono quelle “altre forze imperialiste”? Non è dato saperlo. Si potrebbe pensare Israele, ma quest’ultima è stata esplicitamente nominata qualche rigo dopo: Israele rimane la punta di diamante dell’imperialismo in Medio Oriente. Benissimo, però si lascia all’immaginazione della gente l’identificazione delle “altre forze imperialiste” che potrebbero essere la Cina  (forse il Giappone che non viene neanche menzionato come facente parte del mondo imperialista)? la Russia? o addirittura anche l’India  e il Brasile o tutti questi paesi messi insieme o chi sa quale altro paese? Non c’è risposta a queste domande. Provate ad immaginarla voi la risposta, sembrano dire i compagni del WPC. Vi sono poi Partiti comunisti, come quello Peruviano,  Nepalese (di Prachanda), Indiano (i Naxaliti) (che pure stanno conducendo o hanno condotto, in armi, eroiche lotte rivoluzionarie contro i loro governi), i quali seguono una linea di totale, esplicita, dichiarata contrapposizione alla Cina attuale. Quindi la definizione corretta in termini politici, di classe (e non solo economici) della Repubblica Popolare Cinese resta ancora un problema aperto nel movimento comunista mondiale.  Su questa questione, anche nel frastagliato arcipelago di gruppi o partiti che si richiamano al comunismo, in Italia e in Europa, c’è incertezza, reticenza, sospensione di giudizio o addirittura condanna aperta e inappellabile, come, per esempio, nel  partito di Rizzo che dice:

 

”Assistiamo ad una lotta accanita per l’egemonia mondiale, la rapina delle risorse e il saccheggio dei paesi più deboli, tra gli USA e l’Unione Europea e tra questi e i cosiddetti BRICS, Brasile, Russia, India, Cina”.

 

E’un problema grave, ancora irrisolto, perché nel quadro della prospettiva della distruzione finale dell’imperialismo, l’esatta “collocazione” soprattutto della Cina (ma anche della Russia, India Brasile)  riveste un’importanza cruciale. Uno schema interpretativo dei futuri scenari di guerra non può prescindere dall’analisi di che cos’è oggi l’imperialismo, quali sono i paesi che lo compongono, e quali, in linea di tendenza, quelli che ad esso si contrapporranno. Intanto, ricordiamoci che  l’imperialismo è lo stadio supremo del capitalismo, lo stadio in cui, da capitalismo “progressivo” che era, si è trasformato in capitalismo parassita, in capitalismo finanziario criminale, in capitalismo putrefatto; l’imperialismo è il capitalismo morente, l’imperialismo è rapina, è guerra, è competizione armata per la spoliazione dei popoli del mondo, l’imperialismo è (ecco il succo dell’analisi di Lenin) la vigilia della rivoluzione socialista. La Cina presenta tutte queste caratteristiche? Innanzitutto la Cina non ha mai conosciuto il capitalismo se non nella forma più barbarica e di tradimento nazionale che era il capitalismo comprador. Poi  i comunisti lo hanno abbattuto quando hanno preso il potere. Si potrebbe obiettare: sì, ma dalla svolta di Deng in poi la Cina ha introdotto il classico capitalismo (che nella nostra epoca non può che essere putrescente, parassitario, finanziario, criminale, affamatore -se ci atteniamo ai “sacri” principi leninisti- altrimenti che senso ha parlare di imperialismo?). E ancora: se l’imperialismo è la vigilia della rivoluzione proletaria (sempre facendo riferimento a quei “sacri” principi) la Cina sarebbe dunque alla vigilia della rivoluzione proletaria? Ma non hanno già fatto una rivoluzione proletaria? Non hanno già combattuto per trenta anni per spazzare via i fascisti di Ciang Kai-shek e i nazisti giapponesi del Mikado? Forse che nel popolo cinese (la classe operaia, i contadini, gli studenti ecc.) sta maturando la volontà di estromettere dal potere, per via rivoluzionaria, il Partito Comunista?

 

Si dice -come abbiamo letto nella citazione più su riportata- che la Cina compete con gli Usa, l’Europa e il Giappone per la conquista dei mercati in Africa e America Latina. Si, è vero, ed è una “competizione” che la Cina sta già vincendo, sconvolgendo i tradizionali rapporti economici del mondo. Sta vincendo perché non ha mai usato e mai userà la pistola puntata alla tempia dei paesi sottosviluppati come ha fatto il civilissimo Occidente  colonialista e imperialista. I rapporti economici instaurati dalla Cina, che ha ancora impresse nella sua carne e nella sua memoria i segni delle ferite che la ha inferto il capitalismo europeo, giapponese e nord-americano, sono fondati sul reciproco interesse, io ti do questo e tu in cambio mi dai quest’altro, di uguale valore economico. La Cina costruisce dighe, centrali idroelettriche, strade e autostrade, reti ferroviarie e materiale rotabile in cambio di petrolio e materie prime L’intervento colonialista in Asia, Africa e America Latina  portava morte miseria e distruzione, gli accordi con la Repubblica Popolare Cinese, viceversa, si risolvono, per la prima volta, dopo secoli di inaudite sofferenze, in sviluppo economico ed anche in un principio di benessere. Nel 1990 il commercio tra Africa e Cina ammontava a 1,67 miliardi di dollari; nel 2008 è balzato a 106,8 miliardi, cioè è centuplicato. Se si fosse trattato di scambi ineguali come mai sarebbe stato possibile alla Cina soppiantare, nel continente africano, i predoni imperialisti? Come sarebbe stato possibile aumentare di cento volte in meno di 20 anni, il volume degli scambi?

 

Si calcola che nei forzieri dello Stato cinese ci siano 2000 miliardi di dollari di riserve disponibili, la vasta rete di banche cinesi specializzate in ogni tipo di credito è tutta nelle mani dello Stato. Questa straordinaria liquidità rende possibili, agevoli e tempestivi gli scambi commerciali con i paesi d’Asia Africa e America Latina. Il Sole 24 ore ha scritto recentemente che la Cina ha deciso di pagare in yuan (la moneta cinese) le forniture di petrolio provenienti dalla Russia che ha accettato di buon grado, rispondendo che le risorse di oro nero a favore del partner asiatico saranno illimitate. Il giornale della Confindustria ha commentato la notizia in questi termini:”La decisione della Cina… potrebbe essere l’alba di un nuovo ordine valutario mondiale dove il dollaro potrebbe progressivamente perdere il proprio ruolo centrale”. Non è questa una notizia che dovrebbe far gioire gli antimperialisti di tutto il mondo?

 

Nessun altra nazione al mondo può spostare con facilità , come la Cina,  migliaia di lavoratori e farli adattare alle esigenze del paese ospitante. Loretta Napoleoni, nel libro dallo strano titolo Maonomics, ci racconta che quando una società cinese vinse l’appalto per la costruzione della ferrovia da Mecca a Medina, 800 operai si convertirono alla religione mussulmana per poter ottenere il permesso di lavoro! Questo non è cinismo o opportunismo, è semplicemente duttilità, pragmatismo. Che dire allora  della chiesa cattolica all’epoca del Concilio di Trento, quando, trattandosi di limitare i danni dello scisma di Lutero (che originò dallo scandalo di chierici e prelati simoniaci e concubinari) decise di non usare verso costoro l’arma della scomunica ma di adottare la linea più soft di un appello alla morigerazione che si compendiò nella formula “nisi caste, tamen caute che significava: se proprio non volete vivere secondo castità, fatelo almeno con cautela?

 

 

La Cina ha tentato tutte le possibili vie per superare la disperata arretratezza di partenza. I dirigenti comunisti hanno sempre dichiarato (e ancora lo dicono) che il loro è un paese povero del Terzo mondo che comincia ad assaporare un principio di prosperità. Dicono che se il socialismo è la fase primaria del comunismo, la fase che attraversa il loro paese, data la povertà lasciata in eredità dal precedente regime semifeudale, è la “fase primaria della fase primaria”, cioè è l’albore del socialismo in un paese poverissimo di centinaia di milioni di abitanti, che ha cominciato il suo cammino praticamente senza industrie e senza infrastrutture, una situazione storicamente inedita, mai prima sperimentata in nessun altro paese del mondo. Alla fine, è prevalsa la linea di Deng Xiaoping, che non è affatto il Krusciov cinese. Egli disse che non riconoscere i meriti storici di Mao Zedong non sarebbe stato da marxisti, e non sarebbe stato da marxisti neanche misconoscere gli errori che  Mao compì alla fine della sua vita. Per avere un’idea della grandiosità del bilancio che Deng fece di Mao occorrerebbe andarsi a leggere o rileggere, per fare un raffronto in negativo, il rapporto segreto che quel criminale trotskista di Krusciov pronunziò contro Stalin, fondato su ignominiose, incredibili menzogne. Oggi il ritratto di Mao Zedong campeggia sorridente sull’immensa piazza Tiananmen. Mao è la nazione cinese, è amato dal suo popolo, è  oggetto di culto da parte di tutte le nazionalità, compresa quella tibetana.

 

Deng ha aperto le porte al capitalismo: questa scelta audacissima e coraggiosa (perché insita anche di grandi pericoli), si è rivelata una formula vincente: sfruttare il capitalismo, strumentalizzare il capitalismo al fine di sviluppare il socialismo! Anche questa è dialettica marxista. Ma siccome la Cina non è una repubblica delle banane, i capitalisti che impiantano fabbriche in quel grande paese non fanno quello che dicono loro, come deve essere più o meno accaduto nel periodo di euforia iniziale, ma sono assoggettati alle regole, in materia salariale e di tutela del lavoro, che impone il partito che sta al governo, cioè il Partito Comunista.Un parlamentare europeo di Rifondazione, che visitò il grande paese orientale, Vinci, di indiscussa fede trotskista, dichiarò: “Si parla molto in Occidente della espansione in Cina della presenza di joint-ventures tra stato e imprese multinazionali, e vi si usa un tale dato come argomento a supporto della tesi di una restaurazione capitalistica. E però ho pure ben visto, in Cina, l’anno scorso (2000), joint-ventures importanti che, una volta scaduto il contratto tra lo stato e l’impresa multinazionale che le aveva costituite, erano passate in toto alla proprietà dello stato”.

 

Negli anni 50, essendoci un’economia di sussistenza, il partito comunista, per evitare fenomeni massicci e destabilizzanti di migrazioni interne per la ricerca di un lavoro come che fosse, divise i cittadini tra residenti nelle città e nelle campagne “fissandoli”, per così dire nei loro originari luoghi di appartenenza. L’apertura alle multinazionali straniere e il sempre crescente fabbisogno di manodopera ha via via fatto rimuovere tutte le misure restrittive agli spostamenti territoriali interni. Nel 1990 i migranti cinesi erano 6 milioni, con aumenti progressivi di anno in anno fino a giungere al 2008, dove si è giunti alla cifra di 200 milioni di braccia, che costituisce la più grande migrazione della storia dell’umanità. Ma questa migrazione, che certamente non è stata, nel suo svolgersi, una passeggiata in un giardino fiorito allietata dal canto degli usignoli, non ha nulla a che vedere, tuttavia, con l’espulsione (nel XVIII secolo) dalle campagne e il trasferimento forzato, e dunque caotico, doloroso  e drammatico, delle masse contadine inglesi verso le città in seguito alle enclosures (cioè la recinzione delle terre) imposte dai grandi proprietari terrieri.

 

Fanno ridere quelli che paragonano “i costi umani” della rivoluzione industriale inglese a quella cinese di oggi. A centinaia di milioni di contadini che vivevano sotto la soglia di povertà è stata data, in Cina, (e non certo alle condizioni terribili descritte da Engels per il proletariato inglese!) l’opportunità di un lavoro in fabbrica, che è pur sempre un grandissimo passo avanti rispetto alla disoccupazione e alla miseria. Stanno producendo beni di consumo per tutto il globo terrestre a prezzi più accessibili, hanno finalmente un futuro garantito in cui la miseria diventa un ricordo del passato e il potere d’acquisto del loro salario, a differenza di quanto accade in regime capitalista -come vedremo- è in continua crescita. C’è sfruttamento capitalistico? Certamente, ma solo per quanto attiene alla parte di plusvalore estorto dalle multinazionali che hanno “delocalizzato” in Cina. Ma non è sfruttamento la parte di plusvalore che spetta al governo cinese che dà in concessione alle multinazionali il suolo e la manodopera. Questa parte ritornerà agli operai e a tutto il popolo cinese in termini di sviluppo e quindi di elevamento generale del tenore di vita. Non verrà poi il giorno in cui, terminata la necessità degli investimenti stranieri, e divenuta la Cina, finalmente, una grandissima, autonoma, potenza industriale socialista, tutto o quasi tutto  ritornerà nelle mani del governo cinese? Vi è ora in Cina una spinta alla piena occupazione, e perseguire un tale obiettivo in un paese di 1 miliardo do e 300 milioni di esseri umani, e in netta controtendenza rispetto a ciò che accade nel mondo borghese imperialista, può farlo solo un paese socialista.

 

Una rivista reazionaria statunitense, che titola in copertina (di cui mettiamo la foto) L’ascesa della Cina, la caduta dell’America, capisce ciò che sta accadendo, più degli anticinesi di sinistra:

 

     “Nei trent’anni che hanno preceduto il 2010, la Cina ha forse raggiunto il più rapido tasso di sviluppo economico di tutta la storia del genere umano, con la sua economia reale che è cresciuta di almeno 40 volte fra il 1978 e il 2010. Nel 1978 l’economia degli Usa sopravanzava quella cinese di 15 volte, ma ora, secondo la maggior parte delle stime internazionali, la Cina si prepara a sorpassare il totale della produzione di beni degli Usa solo in pochi anni”

 

            Marx diceva che il profitto del capitalista deriva dal lavoro umano, “vivo”, e lo divise, questo lavoro vivo, genialmente, in due parti distinte: forza-lavoro e lavoro effettivamente speso. La forza lavoro è la capacità potenziale di erogare lavoro e per ricostituirla costa poco: delle 8 (o 10 o 12) ore di lavoro vivo che l’operaio dà al padrone solo 2 o 3 servono a ricostituire la sua capacità potenziale di lavorare: il salario che il padrone dà all’operaio è di sussistenza proprio perché paga solo la forza-lavoro e non tutto il lavoro effettivamente erogato. Il resto del lavoro non pagato costituisce lo sfruttamento, cioè il profitto, cioè il plusvalore. Se dunque il profitto deriva solo e soltanto dal lavoro umano vivo e non dai macchinari altamente tecnologizzati (che incorporano gran parte del lavoro che prima erogavano gli operai) ciò significa che il profitto diminuisce nella misura in cui i macchinari tendono a sostituirsi al lavoro degli operai. Marx definì questa perdita: caduta tendenziale del saggio di profitto. Bene, questa legge, di diretta derivazione dalla teoria dello sfruttamento, sta trovando conferma nell’attuale assetto del capitalismo mondiale. Dal dopoguerra il saggio di crescita del PIL (che può essere un indice discutibile quanto si vuole ma è pur sempre un indicatore economico di massima) inizia a calare. Dice la Napoleoni (op cit. pag.130): “Dal 1950 al 1973 il Pil è il doppio di quello registrato dal 1973 al 2003, e se da questo valore escludiamo la Cina, il divario aumenta ulteriormente. Né la caduta del Muro di Berlino né la delocalizzazione alterano questo trend. Tra il 1960 e il 1970 il tasso di crescita del Pil mondiale non è mai sceso sotto il 4% mentre negli anni Novanta è sempre rimasto al di sotto di tale valore. E questo crollo è particolarmente sentito proprio in Europa…dove il saggio di profitto conosce solo una direzione, quella verso il basso…”  Bene, mentre il tasso di crescita nel mondo imperialista si dirige verso il basso, quello cinese, comparato all’Occidente, è diretto esponenzialmente verso l’alto (è cresciuto di 40 volte dal 1978 al 2010!). La legge economica fondamentale del capitalismo è: il massimo profitto, la legge economica del socialismo è: elevare il livello di vita delle masse. Che  cosa potrebbe dimostrare il fatto che in soli 30 anni la Cina ha raggiunto il più alto tasso di sviluppo del genere umano, mentre in Occidente c’è la stagnazione? Questa mirabile ascesa ci dice forse che la Cina è un paese capitalista giovane e aggressivo che compete con gli altri “vecchi” capitalismi secondo la teoria di Lenin dello sviluppo ineguale del capitalismo in epoca dell’imperialismo? E non è più realistico, convincente e credibile, cioè non è più “marxista” pensare invece che la Cina è semplicemente “socialista”?

 

Vediamo ora se i salari cinesi sono di “sussistenza” (come fatalmente, eternamente, diabolicamente accade nel capitalismo) o riflettono e beneficiano anch’essi dell’ascesa esponenziale. Sentiamo che dice la rivista Usa:

 

Mentre i salari Usa sono rimasti stagnanti, mediamente, per almeno 40 anni, quelli cinesi sono quasi raddoppiati ogni dieci anni e in particolare il potere d’acquisto effettivo dei lavoratori extra settore agricolo è salito di almeno il 150% nei soli ultimi 10 anni….I lavoratori cinesi hanno mediamente aumentato il loro salario di ben oltre il 1000% (mille, non cento, attenzione) negli ultimi decenni mentre i corrispondenti valori, per gran parte degli operai Usa, si sono mantenuti vicini allo zero”

 

            Sarebbero possibili questi “miracoli” se non vi  fosse un’economia centralizzata dallo Stato?  In Cina, per chi fingesse di non saperlo o lo avesse dimenticato, ancora vi sono i Piani Quinquennali e ancora vi saranno.

.           I Chicago Boys hanno strombazzato le delizie  della “deregulation” e gli inetti politici borghesi, al di là e al di qua dell’Atlantico, hanno raccolto questi strombazzamenti ultrareazionari  e perseguito la fallimentare, delittuosa (e sotto certi aspetti anche autolesionista) politica di spoliazione dello Stato di qualsiasi funzione regolatrice in materia di economia. Mai come ora appare chiaro, essendo caduta anche l’ultima foglia di fico, che  lo Stato borghese altro non è che una pura escrescenza parassitaria che succhia il sangue dalla gente, una macchia puramente repressiva, pronta a fare strage di popolo al primo segno di rivolta; una macchina retta da una burocrazia multimilionaria, famelica, insaziabile, corrottissima e persecutoria; una macchina dove predominano potenti élites finanziarie che tengono in pugno quegli schifosi attori del teatrino della politica borghese fondata sull’inganno della “Sovranità popolare”.

E poi….come si fa a paragonare la grande Cina, che non ha un solo soldato al di fuori dei suoi propri confini, al mostruoso Polifemo termonucleare (parliamo degli Usa) che si nutre di genocidi e ingurgita  territori di mezzo mondo per piazzare le sue bombe, e, ancora famelico, eternamente famelico, vorrebbe inghiottirsi anche il Tibet (che è mezza Cina) servendosi di quel criminale in sottana al soldo della Cia che è il cosiddetto Dalai Lama?

 

Amedeo Curatoli

 

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