LA TRANSIZIONE AL SOCIALISMO IN ITALIA Di: Amedeo Curatoli

Pochi mesi prima dell’arresto (1926) in un intervento al Comitato Centrale del Pcd’I
Gramsci disse:

“Se è pur vero che politicamente il fascismo può avere come successore la
dittatura del proletariato, poiché nessun partito o coalizione intermedia è in grado
di dare sia pure una minima soddisfazione alle esigenze economiche delle classi
lavoratrici che irromperebbero violentemente nella scena politica al momento della
rottura dei rapporti esistenti, non è però certo e neanche probabile che il passaggio
dal fascismo alla dittatura del proletariato sia immediato”

Questo passo è citato da Giuseppe Fiori (“Vita di Antonio Gramsci”, Laterza,
pag. 288). Ed è lo stesso Fiori che ha evidenziato le ultime righe della citazione
mettendole in corsivo. Evidentemente perché scrivendo il libro in un’epoca (1966) in cui
la trasfigurazione togliattiana di Gramsci in padre spirituale della “via italiana al
socialismo” era un fatto definitivamente compiuto, egli intese, sia per motivi ideologici
che per conformismo, allinearsi al numero degli intellettuali revisionisti che si misero al
servizio del “Migliore” per fare di Gramsci un teorico dei “tempi lunghi”, cioè un
riformista. Sull’idea della “non immediatezza” del socialismo a seguito della caduta del
fascismo (che Gramsci avrebbe espresso anche durante la carcerazione fascista) Fiori vi
ritornerà più volte. Usiamo il condizionale (“avrebbe espresso”) perché non si tratta di
citazioni testuali di Gramsci ma di suoi compagni di prigionia che in tempi successivi ne
riferiranno il pensiero.

Testimonianza di Ceresa:

(secondo Gramsci) “…La pressione delle masse potrà giungere fino a influenzare
una parte di quegli stessi dirigenti fascisti che vivono più a contatto coi lavoratori.
Nello stesso tempo si avrà un’attivazione delle correnti di opposizione antifascista-
borghese e il passaggio alla opposizione delle correnti “fiancheggiatrici” che
cercheranno di trarre dei vantaggi dalla ripresa del movimento delle masse
contenendo però questo movimento entro i limiti dello Stato borghese. Si può
dunque parlare di un passaggio diretto dalla dittatura fascista alla dittatura del
proletariato? No, non se ne può parlare senza cadere nello schematismo” (ibid. pag.
294).

Testimonianza di Lisa:

(secondo Gramsci) “Al Partito è possibile svolgere un’azione comune con i partiti
che in Italia lottano contro il fascismo…Le prospettive rivoluzionarie in Italia
devono essere fissate in numero di due, cioè la prospettiva più probabile e quella
meno probabile. Ora secondo me (avrebbe detto Gramsci ndr), la più probabile è
quella del periodo di transizione, perciò a questo obiettivo deve improntarsi la
tattica del partito senza tema di apparire poco rivoluzionario” (ibid. pag. 295).

Bene, ammesso che le citazioni dei compagni di Partito Ceresa e Lisa
rispecchino fedelmente il pensiero di Gramsci, c’è da dire che il grande rivoluzionario
sardo vide giusto. Le cose si svolsero esattamente secondo le sue previsioni: la caduta del
fascismo fu opera di una rivoluzione armata (le masse ”irruppero violentemente sulla
scena politica”) e a questa rivoluzione presero parte anche forze “borghesi-antifasciste”
con l’intento di contenere “il movimento entro i limiti dello Stato borghese”. Poi,
spazzato via il fascismo, si sarebbe aperto il “periodo di transizione” caratterizzato dalla
lotta fra le componenti antifasciste borghesi e quelle proletarie popolari per il possesso
esclusivo dello Stato (ciò che accade in Europa orientale). Il problema è: secondo
Gramsci, quanto sarebbe durato il periodo di transizione nell’immaginare gli sviluppi
possibili del dopo-fascismo?
Prima di rispondere con sufficiente approssimazione a questa domanda, è
opportuno richiamare alla memoria i meriti teorici e politici di Gramsci negli anni
cruciali che vanno dalla vigilia della Prima Guerra Mondiale alla scissione di Livorno
(da cui nacque il Pcd’I). A tal riguardo consiglieremmo ai compagni di leggere un bel
libro di Ruggero Giacomini: “Antonio Gramsci e la formazione del Partito
comunista d’Italia“ (Edizioni di cultura operaia 1975). In questo volume l’Autore, nel
ripercorrere passo dopo passo l’attività del rivoluzionario sardo, ne mette in luce lo
straordinario acume politico, oltre che la coerenza e la determi- nazione rivoluzionaria.
Giacomini denunzia anche tutti i tentativi della storiografia revisionista di minimizzare le
scelte opportuniste di Togliatti di quel periodo, a partire dalla sua partecipazione -come
volontario!- alla guerra imperialista. (Oggi, in dissonanza con l’analisi che emerge dal
suddetto libro, il gruppo dei comunisti del ritorno a Marx rivaluta pienamente la via
italiana al socialismo di Togliatti, e di questo gruppo fa parte Giacomini,)

Gramsci capì immediatamente, fin dal febbraio del 1917, che la rivoluzione russa
non si sarebbe arrestata alla caduta dello zar, che l’esito più probabile sarebbe stato non
una repubblica parlamentare ma la conquista del potere da parte del proletariato. “Dopo
la rivoluzione di febbraio -dice Giacomini- mentre l’Avanti! valorizza le posizioni
intermedie dei socialisti rivoluzionari russi come Cernov, egli (Gramsci, ndr) è già
decisamente dalla parte di Lenin e dei bolscevichi, scrive che essi “ sono nutriti di
pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti” (op. cit. pag. 49). E
all’indomani della vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, Gramsci pubblicò un celebre
articolo dall’audacissimo titolo provocatorio: “La rivoluzione contro il Capitale” non
certo per attaccare Marx (che aveva previsto la rivoluzione proletaria nei punti alti dello
sviluppo capitalistico e non in un paese arretrato), ma per criticare gli strumentali “ritorni
a Marx” da parte della socialdemocrazia, la quale si serviva proprio di Marx per svalutare
e gettar fango sulla Rivoluzione d’Ottobre (bisogna sempre diffidare, anche oggi -a
distanza di un secolo!- dei “ritorni” a Marx in funzione anti-Lenin e dei “ritorni” a Lenin
in funzione anti-Stalin, o dei “ritorni” a Mao in funzione anti-Deng). In quell’articolo
Gramsci difese l’autentico marxismo creativo di Lenin.

L’Ordine Nuovo di Gramsci era il cuore e il cervello del fermento rivoluzionario
che portò la classe operaia di Torino ad occupare a tempo indeterminato le fabbriche.
Dalle colonne di quel giornale partivano gli attacchi leninisti al comportamento vile,

inconseguente, se non addirittura di aperto collaborazionismo verso gli industriali e il
Governo da parte del Psi e della CGL. Il partito di Turati e il sindacato erano terrorizzati
dalla piega rivoluzionaria che prendevano gli eventi. Gli operai nelle fabbriche occupate
erano armati ed anche in grado di produrre armi, avevano mitragliatrici pesanti, carri
armati e disponevano perfino di aerei con cui lanciavano sulla città di Torino manifestini
rivoluzionari. Erano pronti allo scontro. Erano determinati a dare l’assalto al potere
borghese e ad instaurare il socialismo. Quando a Milano, nel settembre del 1920, si
riunirono i vertici del partito e del sindacato (gli “Stati generali”) per decidere il da farsi,
cioè per decidere come gettare acqua sul fuoco dell’incendio e tradire la rivoluzione, gli
operai della Fiat Centro inviarono il seguente telegramma:
“Operai Fiat Centro intendono solo trattare al patto che si abolisca la classe
dominante e sfruttatrice, altrimenti immediata guerra fino a completa vittoria” (Cit. da
Giacomini, pag.167)

A quella riunione degli “Stati generali” andò anche una delegazione della sezione
torinese del Psi la cui presa di posizione era molto attesa (e temuta). A nome della
sezione torinese parlò Togliatti che inaspettatamente, facendo un brusco cambiamento di
180 gradi, delineò un quadro fosco e disfattista della situazione torinese e si mostrò
quindi disponibile ad un’intesa con i vertici del partito e del sindacato. Arrivò anche a
dire che lo schiacciamento del proletariato, in caso di insurrezione, era da ritenersi sicuro.
Fu un discorso di vero e proprio tradimento rispetto alle posizioni di Gramsci e della
linea politica dell’Ordine Nuovo che egli apparentemente aveva condiviso fino ad allora.
Da quel suo voltafaccia i vertici del Psi e del sindacato trassero un grande, insperato
sospiro di sollievo e poterono così ancor più agevolmente imporre definitivamente il
ritorno alla “normaliz- zazione”. La capitolazione di Togliatti ebbe come conseguenza
l’abbandono della lotta per far nascere un partito comunista anche in Italia. Per
raggiungere quest’obiettivo, al contrario, Gramsci si impegnò con coerenza e senza
risparmio di energia, consapevole che la scissione del Psi s’imponeva di giorno in giorno
come obiettivo ormai inevitabile. Il Psi, da parte sua, reagiva attaccando calunniosamente
il gruppo dell’Ordine Nuovo per cercare di isolarlo e fargli perdere il ruolo di punto di
riferimento nazionale per gli elementi della sinistra, ruolo che la rivista si era
progressivamente guadagnato fin dalla nascita (l’Ordine Nuovo nacque il primo
maggio1919). Quest’altro voltafaccia di Togliatti creò una grave crisi all’interno della
sezione torinese del Psi dove Gramsci fu messo in minoranza. Ma quest’ultimo, senza
perdersi d’animo, e con rinnovata energia, riuscì, nei due anni successivi, (insieme a
molti altri compagni, ovviamente, ma di cui egli fu indiscutibilmente l’elemento
trainante, il più cosciente e determinato) a raggiungere l’obiettivo storico della
separazione dei rivoluzionari marxisti leninisti dai riformisti per dare anche alla classe
operaia italiana un partito comunista.

Gramsci fu dunque un grande leninista: ma la storiografia revisionista, l’Istituto
Gramsci (che meglio sarebbe chiamare Istituto per la Falsificazione di Gramsci) hanno
cercato di cancellare in modo subdolo e astuto i meriti rivoluzionari del grande sardo.
Bisognava far sparire le tracce, occorreva “ripulirlo” del suo leninismo rivoluzionario e
dire di lui “il riformatore”, “il grande intellettuale”, “il filosofo”, “il teorico
dell’egemonia” ecc. insomma tutto, tranne che “il rivoluzionario”. Occorreva anche

lasciar trasparire (più che dichiararlo a chiare lettere) che la scissione di Livorno era stata
un errore! Dopo di che l’icona inoffensiva del Gramsci “epurato” dal leninismo sarebbe
stata pronta a benedire la strategia revisionista e completamente antileninista e
antigramsciana della togliattiana via italiana (cioè pacifica e parlamentare) al socialismo.
Non si sono fermati, i revisionisti, neanche di fronte alle più stomachevoli e vergognose
falsificazioni, come quella che adombra la tesi di un Gramsci interventista e ciò allo
scopo di lenire in qualche modo l’onta dell’interventismo (quello sì, vero e volontario!)
di Togliatti nella prima guerra mondiale imperialista. Addirittura il professor Vacca
specialista in fraudolente menzogne dice di Gramsci che fu il primo e più
penetrante “critico dello stalinismo” in ciò sbugiardato dal compagno Aldo Bernardini in
un bel saggio pubblicato da Aginform e ripreso dal sito lanostralotta.org. L’imbroglione
Ernesto Ragionieri, curatore dei “Quaderni del carcere” è arrivato finanche a omettere di
citare, nella prefazione, il bellissimo elogio funebre che la Terza internazionale tributò ad
Antonio Gramsci! Per non parlare, infine, dell’utilizzo strumentale che il “Migliore” ha
fatto dei Quaderni del carcere.

Quindi, ritornando alla domanda che ci ponevamo all’inizio, cioè: la “fase di
transizione”, nell’immaginario di Gramsci quanto sarebbe durata? Se vogliamo
rispondere con realismo a questa domanda dobbiamo innanzitutto liberare –ripetiamolo
ancora una volta- il grande rivoluzionario sardo dal cumulo di mistificazioni e di falsi
con cui i revisionisti ne hanno riscritto la storia, e poi “derivare” dal suo comportamento
(sempre coerente) di rivoluzionario leninista la posizione che avrebbe assunto
all’indomani della caduta del fascismo, alla quale caduta egli non poté assistere perché
morì pochi anni prima, a soli 46 anni, stroncato dal regime carcerario di torture fisiche e
morali che Mussolini e i giudici del Tribunale speciale consapevolmente e
programmaticamente vollero imporgli per annientarlo. Il grande comunista riuscì a
sopravvivere un decennio. Durante la prigionia, staccato dal mondo, staccato dal centro
dirigente internazionale del comunismo, impegnato eroicamente, giorno dopo giorno, a
sopravvivere al degrado fisico e morale, (e chi non tiene conto di questi elementi non è
un marxista, se poi strumentalizza alcune frasi tratte dalle migliaia di pagine che egli
scrisse per tenersi in vita e presentarlo sotto la luce di un rivoluzionario pentito come fa
Spriano, allora è un infame), in quelle condizioni, dicevamo, può egli aver
sopravvalutato la forza del fascismo e adombrato tempi più lunghi per la caduta di quel
regime e per la conquista del socialismo? Perché no? Vorremmo vedere se al posto di
Antonio Gramsci ci fosse stato Spriano o Togliatti o qualche altro suo discepolo
intellettuale revisionista! Di fronte allo spettacolo grandioso della guerra partigiana
antifascista combattuta dal popolo lavoratore in armi per la conquista del socialismo il
creatore del Pcd’I non si sarebbe distaccato neanche di un millimetro dalla posizione che
sempre assunse di fronte al movimento insurrezionale della classe operaia torinese e dei
contadini del sud durante il Biennio rosso. Perché mai avrebbe dovuto avere esitazioni?
Viceversa Togliatti, confermò in quest’altra occasione storica perduta di ripercorrere la
stessa linea timorosa e titubante che lo caratterizzò negli anni del primo dopoguerra.
Gramsci, una volta resosi conto che si stava svolgendo una guerra di movimento cioè una
rivoluzione armata, avrebbe mandato a quel paese le casematte e le guerre di posizione,
argomento sul quale egli ritorna solo occasionalmente di tanto in tanto nelle pagine
scritte in prigione, e sul quale argomento non ha mai costruito una “teoria”. Insomma,

egli non ci ha lasciato un saggio che avesse come titolo, poniamo: “L’inevitabilità dei
tempi lunghi della rivoluzione in Occidente” e chi gliela vuole attribuire questa “teoria” è
un imbroglione, eticamente paragonabile a un magliaro! La sua biografia a differenza di
quella di Togliatti, parla contro i tentennamenti in presenza di crisi rivoluzionarie.

La “fase di transizione” post-fascista sarebbe stata, per necessità storica e politica,
di breve durata. Il dilemma era: si andava verso un’ordinaria repubblica borghese ripulita
dal fascismo e dalla monarchia, oppure verso la presa del potere socialista? Più
concretamente: lo Stato uscito dalla Resistenza si sarebbe configurato come una
Repubblica parlamentare, fondata su istituzioni elettive a suffragio universale; oppure
come una Repubblica di tipo nuovo, mai vista prima, cioè una “Democrazia progressiva”
fondata sui comitati di liberazione nazionale in armi, democrazia che
sarebbe “progredita” fino al socialismo (come avvenne in mezza Europa)?
Ma che cos’è esattamente una fase di transizione, qual è la sua caratteristica
essenziale? Prendiamo degli esempi concreti da due grandi e concrete rivoluzioni, quella
russa e quella cinese. Nel 1905 Lenin lanciò la parola d’ordine della “Dittatura
democratica degli operai e dei contadini” come fase di transizione al socialismo.
Perché dittatura? Perché il potere di questa forma transitoria di Stato doveva poggiare
sull’armamento della classe operaia e del popolo in sostituzione dell’esercito permanente
e dell’apparato poliziesco zarista. Perché democratica? Perché doveva risolvere tutti i
problemi di democrazia, soprattutto la questione agraria, problemi che non erano stati
portati a termine a causa della barbara e semifeudale autocrazia zarista. Ma Lenin diceva
che anche la borghesia, in epoca imperialista (e in Russia c’era un imperialismo feudale-
militare) è una classe abbietta, che teme la rivoluzione, che è pronta alla transazione con
lo zar e con la nobiltà alle spalle dei contadini e della classe operaia, non è più, non può
essere più una classe rivoluzionaria, quindi se si allontana dalla rivoluzione è un bene, la
rivoluzione si amplia e si approfondisce, gli obiettivi democratici borghesi li porterà a
compimento il popolo in armi (la dittatura) sotto la guida della classe operaia. E cosi è
stato, storicamente. Lenin vide giusto.
Prendiamo la rivoluzione cinese: nel giugno del 1949, alla vigilia della presa del
potere, Mao Zedong definì con nettezza la fase di transizione verso cui andava la Cina.
La chiamò Dittatura Democratica Popolare, somigliantissima alla formula enunciata
da Lenin nel 1905 per la Russia. Questa fase di transizione presupponeva anch’essa
l’armamento degli operai e contadini sotto la direzione dei comunisti, anzi, quando
questa prospettiva strategica fu enunciata, il Pcc, a differenza del Partito bolscevico, già
possedeva un potente esercito rivoluzionario, politicamente motivato, disciplinato, sotto
la sua direzione. La Cina era un paese ancora più arretrato della Russia zarista, quindi al
Partito comunista cinese incombeva addirittura il compito di far uscire il Paese dal
Medioevo e avviarlo in tempi lunghi al socialismo. E tutt’oggi, dicono i comunisti cinesi,
la Cina sta percorrendo la prima fase del socialismo che è a sua volta la prima fase del
comunismo. Quindi la prima fase della prima fase, terreno finora inesplorato, essi dicono,
e si suppone che il percorso verso il comunismo sarà più complicato, lungo e irto di
pericoli di ritorni indietro. Ma quello che a noi ora interessa mettere in luce è: sia in
Russia che in Cina ambedue le fasi di transizione presupponevano l’armamento del
popolo in sostituzione dell’esercito permanente e della polizia del precedente regime.

In Italia, la fase di transizione si configurò come una catastrofe
controrivoluzionaria, prevalse la linea di Togliatti, transfuga del leninismo, detto “il
Migliore”, prevalse la sua linea vile e di tradimento, la linea di disarmare il popolo e
inebetirgli la testa di illusioni legalitarie, di diffondere l’insopportabile retorica dei
cosiddetti Padri Costituenti che non hanno costituito un bel niente e della cosiddetta
Costituzione Repubblicana fondata sulla disoccupazione di massa su cui ci ha urinato
tutto il canagliume borghese (tra le proteste dei comunisti che diventavano sempre meno
comunisti fino a scomparire definitivamente), canagliume che ha detenuto il potere da
allora ad oggi, in nome e per conto della borghesia monopolistica; prevalse la linea del
cretinismo parlamentare ancora più cretino del cretinismo turatiano. “Il Peggiore” puntò
tutto sulle elezioni a suffragio universale e chiamò la Democrazia cristiana grande partito
popolare. Poi quando prese il calcio nel sedere alle elezioni “universali” del 48, ne prese
un altro ancora più doloroso dal “grande partito popolare” di De Gasperi che fece un
colpo di Stato propiziato da Washington e lo cacciò via dal governo. Ma egli continuava
ad imbrogliare la gente, definì la repubblica borghese fondata sulla Chiesa e sulla Celere
scelbina che perseguitava e talvolta massacrava operai, contadini meridionali e
comunisti “Repubblica Nata dalla Resistenza”. Era una menzogna, era una definizione
ingannatoria che suonava offesa al sacrificio di migliaia di italiani, donne e uomini,
operai, comunisti, socialisti, ex-soldati, giovani, tutta gente del popolo che aveva perso la
vita nella lotta per farla finita con la borghesia. Dopo che la battaglia per il possesso
esclusivo dello Stato (che i comunisti togliattiani non hanno neanche tentato di
ingaggiare) fu vinta da De Gasperi, l’Italia non era più una Repubblica nata dalla
Resistenza ma una Repubblica nata dal Tradimento della Resistenza. L’Italia
era “transitata” da una monarchia fascista a una repubblica parlamentare capitalista. Ecco
la verità marxista sfrondata da tutti gli orpelli con cui i cretinisti parlamentari revisionisti
togliattiani hanno voluto addobbare la Repubblica nata dalla Resistenza Tradita, e hanno
inteso coinvolgere in questa colossale operazione mistificatrice il più grande comunista e
Martire antifascista che ha avuto l’Italia. Ma non c’è alcun dubbio che i marxisti leninisti
lo vendicheranno, nel senso che restituiranno ad Antonio Gramsci il posto d’onore di
grande rivoluzionario leninista che gli spetta nella storia del movimento comunista in
Italia.

Un solo accenno, per concludere, al concetto di fase di transizione aggiornato
all’oggi. E’ un argomento questo da “maneggiare con cura”, altrimenti si va a finire,
senza nemmeno accorgersene, nel pantano kruscioviano-togliattiano della transizione
pacifica. Ci sono dei compagni che, dimenticando l’insegnamento fondamentale di Marx
secondo cui la repubblica democratica è l’ultima forma statale della società borghese,
immaginano fasi transitorie di avvicinamento al socialismo che stanno solo nella loro
fantasia e niente affatto nella realtà storica e politica dell’Occidente imperialista. Valga
per tutti l’esempio (in negativo) della “Rivoluzione democratica” enunciata dai
trotskisti del Campo Antimperialista.
Costoro hanno abolito la parola “rivoluzione socialista” e l’hanno sostituita con la
più rassicurante “fuoriuscita dal capitalismo”. Questa fuoriuscita, secondo loro, “è una
missione dai tempi storici, che impiegherà più generazioni”. Tre generazioni coprono un
secolo. Essi non dicono: due o tre generazioni, ma: più generazioni, il che significa che

la Storia, prima di partorire la “fuoriuscita” potrebbe aver bisogno anche di due o tre
secoli, quindi si tratterebbe di un parto lungo e doloroso. E nel frattempo? Nel frattempo
ci sarà la famosa fase di transizione che essi chiamano “fase di passaggio”, durante la
quale “elementi capitalistici coabiteranno con quelli socialisti nascenti (…) e il settore
socialista prevarrà solo se batterà sul campo quello capitalistico, e lo batterà se saprà
dimostrare di produrre meglio con meno dispendio di risorse, umane e naturali, se
creerà beni, materiali e immateriali eccedenti lo stretto necessario….. insomma (il
socialismo prevarrà), solo se saprà superarlo (il capitalismo), e per questo sono
indispensabili l’ausilio delle istituzioni dello Stato nuovo e la spinta di un vivace
protagonismo popolare”. Quindi a dispetto della dialettica marxista (e i trotskisti non
sarebbero tali se tentassero almeno di usarla) il socialismo si affermerebbe
evoluzionisticamente dal seno del capitalismo, basta che dimostri la sua capacità
di “produrre meglio” e “con meno dispendio di risorse”. Il terreno di questa
competizione sarà uno “Stato nuovo” (dove però l’apparato repressivo starà lì al suo
posto), Stato nuovo che per funzionare bene avrà bisogno di un “vivace protagonismo
popolare” (il quale protagonismo popolare si suppone, non dovrà troppo eccedere in
vivacità altrimenti ci sarà la polizia dello “Stato nuovo” pronta a intervenire). La linea del
Campo Antimperialista si manifesta quindi come una versione in tono minore del
trotskismo, una versione aggiornata alla situazione specifica dell’Italia che di teorici di
vie riformiste ne ha avuti a bizzeffe, una versione sintetizzabile nella
formula “fuoriuscita permanente” in sostituzione della più celebre “rivoluzione
permanente”. E’ un trotskismo invecchiato, smussato, che ha perso definitivamente
fiducia nella rivoluzione, e’ un trotskismo che lancia messaggi scoraggianti di questo
tipo: ” Chi pensa a tempi stretti e a rivoluzioni catartiche si racconta storie e si romperà
la testa. E’ un trotskismo che neanche Trotski riconoscerebbe più.

Gli attuai teorici della transizione, in attesa della catarsi di là da venire, sono
portati a dare eccessivo peso a fenomeni tipo Pisapia, De Magistris. Orlando Per non
parlare poi di Beppe Grillo che supera di gran lunga, in quanto a fenomeno politico, i tre
succitati sindaci di Milano Napoli e Palermo. Come si può non avere simpatia per la
freschezza e la radicalità dell’invettiva di Grillo contro le orrendissime facce di bronzo
che siedono nel parlamento nazionale? Ma il suo orizzonte politico e morale dal quale
non può discostarsi è dare un volto giovane, pulito e onesto ai rappresentanti politici di
un sistema che deve essere abbattuto ma che loro intendono mantenere in vita. Il
Movimento di Grillo prenderà, si suppone, un bel gruppo di parlamentari. Staremo a
vedere, se questi nuovi politici dal volto e dalle mani pulite si ingaggeranno almeno in
una concreta battaglia democratica, cioè la denunzia dei criminali trattati segreti stipulati
dai vari governi italiani con gli Usa, trattati che hanno fatto della nostra penisola una base
militare Usa piena zeppa di bombe termonucleari. Vedremo se avranno il coraggio di
riprendere la parola d’ordine democratica “Fuori l’Italia dalla Nato”.

Abbiamo l’opportunità e la fortuna di assistere a come si sta muovendo il KKE,
un partito comunista marxista leninista in presenza della crisi profondissima che sta
attanagliando la Grecia. Dovremmo trarre insegnamenti dal loro comportamento eroico
in questa congiuntura, imparare dal loro modo di guardare in faccia alla realtà dicendo a
chiare lettere che per uscire dai Rigor Montis greci c’è una sola via: farla finita col

regime capitalistico. E loro non sono un gruppo o un gruppuscolo o una setta ma una
realtà politica nazionale importante, che conta (finora) 25 parlamentari. Sembrava finora
che l’Europa opulenta dovesse o potesse esprimere solo comunisti imperialismo-
compatibili, come quelli che ci stanno stritolando gli organi interni da 50 anni
raccontando palle riformiste, a partire da Togliatti giù giù fino ai trotsko-ingraiani
manifestini e ai bertinotto-ferrero-dilibertiani (per non parlare dei trotskisti propriamente
detti su cui conviene stendere un velo pietoso).
Invece no! La Grecia insegna.

Amedeo Curatoli

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