Ferrero-Diliberto: affinità elettive

Il grande Lenin diceva che non ci si può spiegare pienamente nessun errore, compreso un errore politico, se non si scoprono le radici teoriche dell’errore di coloro che lo commettono. Per “coloro” noi qui intendiamo Diliberto e Ferrero, tanto per semplificare, non certo per attribuir loro tutto il peso degli errori (che abbiamo denunciato in passato e che continueremo a denunciare in questo articolo), ma perché ne sono i più visibili portabandiera essendo essi i segretari di due partiti che si richiamano ad un comunismo fondato, appunto, su basi teoriche false. Questi due partiti svolgeranno prossimamente i loro congressi, e i documenti  teorico-programmatici proposti alla discussione  contengono l’ennesima illustrazione della critica distruttiva del comunismo storico e la riproposizione di un comunismo immaginario, mirifico, fatto di belle parole scelte con cura, ma  che in questo mondo non vedrà mai la luce. L’idea profonda, ancora una volta espressa in tali ultimi documenti, al di là della diversità degli “stili letterari” ferreriani e dilibertiani, sta nella eventualità che sia possibile sospingere lo Stato verso misure di radicali trasformazioni in senso democratico se non addirittura in senso socialista, senza mai prospettare l’inevitabilità di un rivolgimento rivoluzionario per conquistare quelle misure. Si tratta del perpetuo, secolare inganno, più o meno esplicito, più o meno camuffato, di tutti gli opportunismi revisionisti, che negano il carattere di classe dello Stato borghese e seminano illusioni fra  la gente che sia possibile modificare nel profondo tale Stato, considerato, in fondo, entità neutrale al di sopra e al di là degli antagonismi di classe. Nel nostro paese questa visione opportunista dello Stato ha avuto una sua sistemazione teorica abbastanza organica e complessa nella via italiana al socialismo poi divenuta eurocomunismo e poi (con argomenti sempre più labili) un altro mondo possibile o ancora un “immaginario della trasformazione”.

Che cosa c’è di nuovo in questo “immaginario della trasformazione” rispetto alla teoria revisionista togliattiana della via italiana al socialismo? Sicuramente un  linguaggio più illusorio, evanescente, e quindi più velleitario e meno credibile rispetto alla rivendicazione, per esempio, di “riforme di struttura” lanciata dal Pci come viatico al socialismo, rivendicazione che all’epoca doveva dare l’impressione di un’effettiva, concreta  realizzabilità perché avanzata da un forte partito  e da un altrettanto forte movimento sindacale egemonizzato in grandissima parte da quel partito. La linea della Cgil di allora era “Un’economia del lavoro contro l’economia del capitale”, e gli operai credevano in questa possibilità. Ma oggi? Solo più chiacchiere, più fumo, più illusioni a buon mercato di poter cambiare le cose con discorsi apparentemente di buon senno e di buon senso. Il revisionismo si adegua ai tempi: più povero è il bagaglio che si porta dietro in termini di consensi elettorali e di armamentario teorico e ideologico, più audace e fantasioso e “moderno” diventa il suo linguaggio. Quindi, con particolare riferimento al Pdci di Diliberto, più che Marx XXI secolo sarebbe meglio dire: revisionismo XXI secolo.

Il documento Prc chiede allo Stato di “rilanciare la democrazia” fino a “superare la proprietà privata dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato una “democrazia sostanziale” che per essere tale deve “intrecciarsi” alla “socializzazione dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato la “nazionalizzazione delle banche di interesse nazionale” e di sottoporle al controllo democratico, chiede allo Stato di non farsi più “condizionare” dal capitale finanziario, e che riacquisti la cosiddetta sovranità sulla moneta. C’un punto in cui addirittura si rivendica la demercificazione cioè la produzione di valori d’uso che siano in grado di soddisfare i bisogni sociali, e dicono che è possibile, visto che viviamo in una società “avanzata”, superare la forma merce in ogni ambito sociale: dal lavoro alle cose, alle relazioni sociali. Quindi l’abolizione delle merci, che è un obiettivo nemmeno socialista ma comunista, la chiedono allo Stato borghese!

Anche il documento Pdci mette insieme una lista di obiettivi presentati come di possibile attuazione all’interno della società classista e dello Stato che di quel classismo ne è la suprema espressione. Essi chiedono: un nuovo (si potrebbe direrivoluzionario) rapporto tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, tra proprietà pubblica e proprietà individuale;  chiedono “la centralità del Parlamento come paradigma della democrazia sostanziale”, il ripristino degli assetti istituzionali e costituzionali dell’Italia post-fascista….ecc. Tali rivendicazioni -ripetiamo- alcune delle quali di carattere squisitamente socialiste che i due partiti richiamantisi al comunismo avanzano all’interno di uno Stato integralmente capitalista rappresentano la completa capitolazione di fronte alla teoria marxista dello Stato, e questa capitolazione essi la presentano come un qualcosa di carattere assolutamente innovativo rispetto ai pessimi tentativi di socialismo (a giudicare da ciò che ne dicono) apparsi nel mondo.  Sono occorsi secoli prima che le classi oppresse ed espropriate riuscissero a cogliere il perché dell’esistenza dello Stato e ne definissero teoricamente, in ultima analisi, la sua natura di macchina repressiva nelle mani di minoritarie élites dominanti. Vi è giunto a questa conclusione già il socialismo premarxista, e successivamente, da Marx a Lenin, sulla base dello studio delle rivoluzioni del 19° secolo e in particolare della Comune di Parigi (Marx) e abbattendo il vecchio stato per edificarne uno nuovo (Lenin) il concetto di questa macchina repressiva è stato via via affinato ed arricchito fino a divenire “scienza”. Di questa scienza nata -ripetiamo- da una ricchissima prassi rivoluzionaria,  non vi è più traccia. Si potrebbe dire che la prima vittima di tutti i  revisionismi, da quello delle socialdemocrazie della II internazionale a quello togliatto-kruscioviano giù fino agli epigoni con aspirazioni rifondative, sia stata proprio la teoria dello Stato e il conseguente ritorno indietro alla vecchia idea mistificatrice dello Stato bene comune di “tutti” e quindi passibile di poter essere tirato,  come una coperta striminzita, anche dalla parte degli esclusi. Ciò non significa, ovviamente che un partito comunista debbasolo propagandare l’inevitabilità dell’abbattimento dello Stato borghese: un tale partito può stare all’opposizione anche cento anni, ma nel far proprie tutte le rivendicazioni politiche, economiche, di civiltà, di progresso che nascono dal profondo delle masse popolari contro i governi borghesi, non deve mai, nelle sua battaglie quotidiane, durassero anche un secolo,  raccontar frottole e illudere le masse sulla possibilità di ottenere cambiamenti radicali (socializzazione dei mezzi di produzione, sostituzione dei valori d’uso ai valori di scambio!!) tacendo opportunisticamente sull’inevitabilità storica dello scontro rivoluzionario con la borghesia monopolistica.

 

Quando poi i due documenti definiscono una  loro identità di comunisti (la qual cosa è d’obbligo in ogni Congresso), allora si scatena l’antistalinismo. Ma la differenza fra i due sta nella maggiore astuzia di Diliberto e dei professori che si sono messi al suo servizio, sta nel fatto che l’antistalinismo del pdci è un antistalinismo dal volto umano, è un  antistalinismo   “dimostrato”, “ragionato”, che mentre sferra micidiali bastonate a Stalin (senza mai nominarlo), ogni tanto però è anche disposto a concedere una carota. Quello  bertinotto-ferreriano, invece, è assoluto, implacabile, è un antistalinismo all’ennesima potenza, che forse metterebbe in  imbarazzo anche Trotski; è un antistalinismo divenuto stalinofobia (da curare con la psicoanalisi) che al grande georgiano non solo non  concede nulla ma lo sovraccarica di crimini mostruosi fino a riecheggiare  la famigerata teoria dei “totalitarismi” della Harendt (dice Ferrero che il il “produttivismo economicista” di epoca staliniana “non libera il lavoro e non crea una nuova qualità della vita In questo senso, lo stalinismo è anche stato un modello di sviluppo subalterno all’idea di crescita quantitativa. E’ da questo deficit – non dal surplus – di socialismo che sono derivate la concezione (e la pratica) totalizzante e dispotica del Partito, l’arbitrio incontrollabile del leader, la cancellazione di ogni istanza democratica di base nell’organizzazione e nella società, la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e delle persone ad appendici insignificanti del potere”). Siamo assolutamente certi che se parlasse di Henry Ford e del destino della classe operaia nordamericana,  Ferrero si servirebbe di un linguaggio meno violento di quello usato per denunziare l’Unione Sovietica di Stalin, anzi coglierebbe l’occasione per accreditare, ancora una volta, la favola revisionista del cosiddetto “compromesso fordista”, e cioè che Ford  (capitalista fascistoide ed autoritario che inchiodò gli operai alla “catena di montaggio” riducendoli a semoventi macchine scimmiesche) avrebbe trovato un civile modus vivendi con la classe operaia americana!

 

Notiamo per inciso quanto infondata sia la convinzione del filosofo Costanzo Preve sulla presunta inattualità della “dicotomia” Stalin-Trotski: sono proprio questi signori del Prc e del Pdci che rendono immancabilmente attuale la “dicotomia”, nel senso che ogni volta che vanno a congresso, nell’immancabile capitolo sulla loro “identità di comunisti” pongono al centro l’immancabile attacco distruttivo a Stalin rinnovando in ciò la tradizione trotskista e kruscioviana e quindi rendendola sempre attuale. Come si può essere così giulivamente superficiali da dichiarare “superato” l’antagonismo Stalin-Trotski e insultare i difensori di Stalin (che difendono il comunismo storico, non una personalità) paragonandoli ai mentecatti di opposte tifoserie? L’antistalinismo -per usare un termine del compagno Losurdo- è autofobia, è il prendere le distanze dagli “orrori” della rivoluzione generatrice di ogni male; è un chiamarsi fuori; è un essere ossessionati dall’idea di apparire sgraditi alla borghesia monopolistica e di farsela definitivamente nemica; è agire come Pietro che quando una serva lo riconobbe e gli disse tu sei discepolo di Cristo! Ma che dici! lui rispose tremante,  chi l’ha mai conosciuto…

 

A Rimini, 9 anni fa si fece un congresso di Rifondazione, furono presentate 63 tesi, nella  n° 51 dal titolo sportivo “comunismo contro stalinismo” Bertinotti scrisse: “un’identità comunista implica una rottura radicale con lo stalinismo”. 9 anni dopo Ferrero copia parola per parola dal suo ex maestro:”Il progetto della rifondazione comunista, di un’identità comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con lo stalinismo”. Di suo Ferrero ci ha messo solo il XXI secolo perché 9 anni fa non si era ancora presa la pomposa abitudine di dirsi comunisti del XXI secolo, non era stato neanche inventato ancora Marx XXI. In quella tesi n°51 Bertinotti scrisse ancora: “Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica“. 9 anni dopo (cioè oggi) Ferrero, ridicolmente,  facendo la figura dell’ultimo della classe che copia pedissequamente dal compagno di banco, ripete: “Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica”

Non proponiamo qui (2002), non proponiamo qui (2011) un bilancio storico “ben altrimenti impegnativo”: può darsi che tale bilancio vedrà la luce nel XXII secolo? E cosa dirà mai di bello un bilancio sull’Urss di Stalin ben altrimenti impegnativo dopo tutte le calunnie borghesi imperialiste che gli avete vomitato addosso?  Per ora a Bertinotti ed al suo ex-discepolo valdese ora basta questo giudizio analitico apriori di kantiana memoria: lo stalinismo è incompatibile con il comunismo!

 

Che conclusione si potrebbe trarre? Una constatazione ed un augurio. Una constatazione: teoricamente né Prc né Pdci sono abbastanza forti da fondare un nuovo comunismo. Un augurio: che ad ambedue i Congressi almeno un coraggioso compagno (meglio sarebbe un nucleo organizzato di compagni) denuncino e dimostrino  il carattere revisionista di Prc e Pdci

 

Amedeo Curatoli

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