L’IMPERIALISMO OGGI (E I SUOI SERVI TROTSKISTI) di Amedeo Curatoli

L’economista inglese Hobson fu il primo  che riuscì a cogliere alcuni tratti distintivi del passaggio dal capitalismo libero-concorrenziale all’imperialismo. Egli vedeva però, in questo passaggio, maggiori possibilità per i vari paesi capitalistici di arrivare ad accordi strategici che evitassero il confronto armato. Per esprimere tale concetto egli coniò l’espressione inter-imperialismo. Questo punto di vista, nella sostanza, fu lo stesso che condivise Kautski, solo che invece di premettere alla parola il suffisso inter ne scelse due altri ultra e  super. Superimperialismo per Kautski, dunque, interimperialismo per Hilferding, ma tutti e due i termini significavano in ultima analisi la stessa cosa, cioè che lo sviluppo dell’imperialismo avrebbe portato  i vari imperialismi a coalizzarsi  e a comporsi in un comune modus vivendi.  Il grande  valore dell’analisi che Lenin  fornì dell’imperialismo fu soprattutto nell’aver fatto discendere da quell’analisi  una conseguente linea politica marxista, rivoluzionaria. Gli stati imperialisti -egli sostenne- per la legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalistici nell’era dell’imperialismo, vanno incontro a scontri inevitabili per una nuova spartizione del mondo, dunque l’imperialismo è guerra, l’imperialismo è la vigilia della rivoluzione proletaria.

“ Confrontate il ragionamento di Kautsky su questo tema nel 1915 con quello di Hobson nel 1902. Kautsky:

‘Non potrebbe la politica imperialista attuale essere sostituita da una politica nuova ultra-imperialista che al posto della lotta tra i capitali finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale nel mondo per mezzo del capitale finanziario internazionale unificato? Tale nuova fase del capitalismo è in ogni caso pensabile. Non ci sono però premesse sufficienti per decidere se essa è realizzabile.

Hobson:

‘II cristianesimo, consolidatosi in pochi e grandi imperi federali, ognuno dei quali ha una serie di colonie non civili e di paesi dipendenti, sembra a molti lo sviluppo più conforme alle leggi delle tendenze attuali, anzi, lo sviluppo che può dare massima speranza di pace permanente sulla solida base dell’inter-imperialismo’.

Kautsky chiama ultra-imperialismo o super-imperialismo ciò che, tredici anni prima di lui, Hobson chiamava inter-imperialismo. A parte la formazione di una nuova parola erudita per mezzo della sostituzione di una particella latina con un’altra, il progresso del pensiero “scientifico” di Kautsky consiste soltanto nella pretesa di far passare per marxismo ciò che Hobson descrive in sostanza come ipocrisia dei pretucoli inglesi…il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua “teoria” (di Kautski) è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente nel regime del capitalismo, sviando l’attenzione dagli antagonismi acuti e dagli acuti problemi di attualità e dirigendo l’attenzione sulle false prospettive di un qualsiasi sedicente nuovo e futuro “ultra-imperialismo”. Inganno delle masse: all’infuori di questo, non v’è assolutamente nulla nella teoria “marxista” di Kautsky”(Lenin: “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”).

Quindi due schemi interpretativi diversi, due visioni opposte: riformista quella di Hobson e Kautski (il superimperialismo presuppone la pace e quindi c’è spazio per le riforme); rivoluzionaria quella di Lenin (l’imperialismo spinge verso la guerra e  la guerra mette all’ordine del giorno la rivoluzione). Da allora sono trascorsi 100 anni:  due Guerre mondiali, la Guerra fredda, le guerre di Corea e Vietnam, la nascita e il crollo dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale socialista, la fine del colonialismo e la nascita di una nuova Cina, e poi, oggi, ancora, sotto i nostri occhi, nuove aggressioni imperialiste alla Yugoslavia, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. E’ chiaro che bisogna attualizzare il concetto di imperialismo oggi, che bisogna saper cogliere, da marxisti, gli elementi di novità che si manifestano nel panorama della politica mondiale, e che, dal groviglio delle contraddizioni della nostra epoca, bisogna individuare le linee di tendenza che porteranno alla distruzione dell’imperialismo.

Primo elemento di novità. Le due guerre mondiali hanno eliminato dalla scena politica l’ Europa (nel seno della quale nacquero le 2 guerre mondiali),  o – per meglio dire – l’hanno ridotta a un ruolo di terz’ordine. Viceversa, per gli Stati Uniti, che non subirono distruzioni  e lutti sul proprio territorio (ma solo perdite in carne da cannone, che è  notoriamente la merce più a buon mercato di cui dispone l’apparato militare imperialista), quelle due guerre costituirono un affare d’oro,  un impulso formidabile allo sviluppo economico in tutti i settori. Divenuti la prima potenza industriale-militare del pianeta,  gli Usa hanno potuto imporre, nel 1944, accordi-capestro in campo monetario, a tutti i paesi europei distrutti dalla guerra, cioè un sistema monetario fondato sul dollaro che gli ha  dato una posizione di privilegio, vantaggio e dominio come mai era accaduto prima nella storia del mondo. L’insieme dei vecchi paesi imperialisti al di qua dell’Atlantico, a dispetto del fatto che si siano costituiti in un’Europa Comunitaria, sono stati ridotti, volenti o nolenti, al ruolo di vassalli obbedienti degli Usa, senza nessuna, assolutamente nessuna, possibilità “revanscista” di rimettersi in corsa per contendere agli Usa il primato politico, economico e militare.  Non vogliamo dire con questo  che gli antagonismi Usa-Europa siano scomparsi: tra predoni imperialisti conflitti di interesse sono sempre presenti in forma latente o manifesta. Ma si tratta di antagonismi che, a differenza di quelli che nel passato producevano scontri armati, oggi incatenano l’Europa borghese ad uno stato di soggezione verso gli Usa da cui non riuscirà più a districarsi. Come il modello teorico  dell’imperialismo da parte di Hobson e Kautski fu annientato prima ancora che dalle polemiche di Lenin dalla vita stessa, cioè dalla conflagrazione della prima guerra mondiale (che -ripetiamo- ridusse in briciole quella teoria),  così oggi, se restassimo dogmaticamente fermi alla polemica di 100 anni fa, ci priveremmo della possibilità (ignorando tutto ciò che da allora è accaduto) di far discendere,  da un’interpretazione dell’imperialismo adeguata ai tempi, una linea politica rivoluzionaria. Una visione che considerasse primari i contrasti Usa- Europa, ci farebbe rimanere legati al vecchio pregiudizio eurocentrico nell’analisi della storia contemporanea e ci impedirebbe di vedere il nuovo.

Siccome accade che alcune determinate parole perdono il loro originario significato letterale ma ne assumono un altro legato alle condizioni storiche e politiche dell’epoca in cui tali parole nacquero, ci guarderemo bene dal dal definire, oggi,  “superimperialismo” l’integrazione dell’imperialismo europeo con quello statunitense: prima di tutto, perché quest’imperialismo integrato (sotto un unico comando  Usa) è guerra; secondo, perché è un imperialismo alla vigilia storica della sua autodistruzione. Nella nostra epoca, Obama, Cameron, Sarkozy, Merkel, Berlusconi ecc. si autodefiniscono  Comunità Internazionale, pertanto, prima di aggredire un paese sovrano debole e incapace di difendersi e portarvi, da autentici criminali di guerra, stragi e uranio impoverito, questa banda di assassini dice di agire in nome della comunità internazionale. Ebbene, tale comunità imperialista, nel suo delirio di onnipotenza, sta commettendo però l’errore strategico di estendere oltre ogni limite ragionevole il fronte dei suoi attacchi e il numero dei suoi nemici.

Secondo elemento di novità. L’imperialismo, nel mentre sta scavando, con la complicità di regimi quisling,  un abisso d’odio verso il mondo arabo mussulmano, allo stesso tempo induce altri paesi ad avviare processi di avvicinamento e intese volte a contrastare l’arroganza egemonistica Usa-Nato. Questi paesi sono:  Cina, Russia, India, Brasile, Sud Africa, che costituiscono nel loro insieme un quarto delle terre emerse e la metà circa dell’intera popolazione mondiale. Essi, nei loro reciproci scambi commerciali non fanno più riferimento al dollaro ma già si servono delle loro rispettive valute, non solo, ma cominciano anche a dire chiaramente (soprattutto la Cina)  che il sistema monetario fondato sul dollaro ha fatto il suo tempo e che deve essere sostituito da un nuovo sistema fondato su una moneta unica mondiale slegata da qualsiasi paese e che serva da valore di riferimento per definire le paritá monetarie di tutte le altre monete. Il giorno in cui ciò accadrà gli Usa andranno incontro alla bancarotta perché avranno perduto il privilegio di stampare soldi senza dar conto a nessuno, e apparirá chiaro agli occhi di tutti ció che Ahmadinedjad disse alla tribuna dell’Onu: che il dollaro è “carta igienica”. Economisti  americani della globalizzazione sostengono che  nel giro di pochi decenni le economie combinate di questi paesi (per i quali hanno coniato l’acronimo BRICS) “ecclisseranno” le economie combinate dei paesi del G7 (Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Giappone, Francia, Germania, Italia). Per capire (e condividere) se Cina, russia India ecc. costituiscono davvero il futuro schieramento antimperialista globale (non solo sul piano economico ma potenzialmente anche su quello militare), bisogna avere le idee chiare soprattutto sulla Cina. Il giudizio su questo paese asiatico popolato da oltre un quinto dell’umanità, retto da un partito che si definisce Comunista, riveste l’importanza di una grande questione di principio: tale questione sarà sempre più studiata approfondita e dibattuta nel movimento  marxista leninista fino a che non si arriverà ad una visione comune, che non c’è. Ma è fuor di dubbio (per chi scrive) che dalla definizione marxista del regime sociale della Cina (socialista? capitalista?) deriveranno due diverse e contrapposte visioni dei possibili sviluppi della storia mondiale: una di tipo leninista rivoluzionaria, l’altra di tipo trotskista controrivoluzionaria.

L’antistalinismo ha prodotto i suoi frutti: ha unificato tutto il campo piccolo-borghese nell’odio e nel disprezzo del comunismo storico.  L’aspetto più ripugnate di questi teorici del nulla è il loro atteggiamento verso le guerre imperialiste. Il lamento pacifista né con Clinton né con Milosevic, né con Bush né con Saddam, né con la Nato né con Gheddafi si è rivelato un imbroglio fraudolento perché, a dispetto delle apparenze, tale nobile lamento riecheggia e fa da controcanto alla propaganda mediatica imperialista la quale giustifica e legittima “la dura necessità della guerra” con lo spauracchio del Terrore, male oscuro  che imperversa nel mondo. Né con questo né con quello significa mettere sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito, e si definisce “guerra” il barbaro e sanguinario terrorismo Usa-Nato, e “terrorismo” la guerra (senza virgolette) di liberazione nazionale dei popoli iracheno afghano e libico. Le agenzie imperialiste di contraffazione della verità prima hitlerizzano Milosevic, Saddam, i Talebani e Gheddafi, poi entra in azione la macchina militare di invasione e di sterminio. Tali agenzie possono vantarsi di aver fatto un buon lavoro di lavaggio cerebrale non solo nei riguardi di cittadini comuni, inconsapevoli e fessacchiotti, ma anche di intellettuali colti, sapienti, saccenti e di sinistra. Li conosciamo bene: dal 1956 stanno predicando l’odio (se non la fobia) antistalinista, sono revisionisti togliattiani, antistalinisti nella versione trotskoingraobertinottiana e in quella ferrerodilibertiana, per non parlare poi della variante trotskortodossa maitanianoferrandiano e del piccolo demagogo pugliese. Tutta questa brava gente -ripetiamo- sta predicando pessimismo e demonizzazione del comunismo storico, alcuni di loro si sono avventurati nell’ardua impresa (senza rete di protezione) di rifondare il comunismo (cioè un similcomunismo compatibile  con il dominio borghese), e per questi servigi sono stati premiati con “alte cariche” perché ritenute persone “responsabili”. Ebbene, anche questi politici trotskokrusciovotogliattorinnegati danno una mano a Washington ad accreditare il terrorismo come un male improvvisamente fuoriuscito dal vaso di Pandora. C’è da aspettarsi qualcosa di buono da tutta questa gente? No, devono essere solo disprezzati, combattuti, smascherati, attaccati.  Questa gente deve pagare l’enorme danno prodotto nello sgretolare la cultura comunista a tutto vantaggio delle classi dominanti. Un partito marxista leninista può nascere solo dalle ceneri di questi affossatori del comunismo storico.

Chiediamo scusa ai lettori: per concludere citeremo per esteso un breve editoriale del Manifesto (Parlato) perché i compagni si rendano conto di quali danni colossali ha prodotto il togliattismo: un sedicente comunista che invita ad aggredire anche la Siria….Più di cosí?

Abbiamo il massimo rispetto per la persona e il fare del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma il rispetto non esclude il dissenso, anzi si dissente solo da soggetti importanti e rispettati. De minimis non curat praetor, si diceva una volta. Il dissenso, netto e rispettoso, è sulla sua approvazione dei bombardamenti dell’aeronautica militare italiana in Libia, poco prima decisa (dopo un po’ di incertezze) dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che fino a qualche mese fa aveva avuto scambi di abbracci e baci con il cattivo Muammar Gheddafi.

Era necessario da parte del Presidente della Repubblica questo esplicito consenso? Forse, ma è un consenso che non ci persuade, anzi respingiamo.

In Libia si era aperta una rispettabile guerra civile, animata dalla gioventù araba – come in Tunisia e in Egitto -, anche se in condizioni più difficili e incerte per l’antica divisione tra Tripolitania e Cirenaica. C’è stata, su sollecitazione esplicita della Francia di Sarkozy, la disposizione dell’Onu che autorizzava la nofly zone. Il governo italiano aveva aderito fino al punto di mandare istruttori in Libia, ma rifiutava (sempre il governo Berlusconi) i bombardamenti, che, di solito, fanno morti. Pochi giorni fa, dopo una telefonata di Obama a Berlusconi, il governo italiano ha deciso di dare via libera ai bombardamenti. La guerra che fa morti è tutto tranne che umanitaria. Caro Presidente, proprio il giorno prima aveva celebrato la nostra Costituzione, nella quale è nettissimo il rifiuto della guerra. Perché ha cambiato giudizio? E’ qui il nostro dissenso.

Ove poi si volesse insistere su l’intervento umanitario (anche se con le bombe) perché le potenze occidentali, e anche l’Italia, non hanno deciso di intervenire in Siria, dove i massacri sono sulle pagine di tutti i giornali? Perché questa concentrazione solo e soltanto sulla Libia? “

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