BUON COMPLEANNO VLADIMIR ILIC !

A questo grande uomo è toccata la stessa sorte di Marx: essere trasformato in icona inoffensiva. E come a Marx gli esponenti della Seconda Internazionale fecero ricorso per attaccare e delegittimare Lenin, così i trotskisti si aggrappano a Lenin per criminalizzare  Stalin. Il ritorno a Marx fu il misconoscimento della Rivoluzione d’Ottobre; il ritorno a Lenin è la negazione del socialismo storicamente realizzato. Dunque dei “ritorni” bisogna sempre diffidare, non sono mai innocenti sguardi rivolti al passato, pellegrinaggi di devoti verso la Fonte, ma nascondono  un secondo fine: la negazione del  progresso del marxismo che sa adattarsi alle più svariate condizioni storiche. L’idealismo dell’epoca del marxismo leninismo è tale perché non sa vedere, appunto, questa capacità di adattamento del comunismo alla Storia, è un idealismo che si manifesta come aspirazione alla  ricerca teorica di un comunismo perfetto, di un comunismo senza stimmate.

Il più sleale e “continuativo” nemico del grande Lenin è stato Trotski, e se per magia Lenin avesse potuto prevedere la parabola in giù del “profeta”, probabilmente non avrebbe definito malattia infantile, ma demenza senile l’opportunismo anti-bolscevico. I trotskisti ortodossi, quelli che stanno ancora a baloccarsi con la rivoluzione permanente, sono astuti come il loro maestro, si richiamano a Lenin e al bolscevismo.  Ci sono però anche figure ibride di trotskisti, di derivazione togliattiano-kruscioviana, figure losche, che alla fine, anche per dare coerenza al loro sistema revisionista,  rinnegano apertamente anche Lenin. Uno di questi è Ingrao, che un compagno definì “Coniglio mannaro”. Questo Coniglio si complimentò con Bertinotti: bravo! -gli disse- non solo hai fatto i conti con lo stalinismo ma anche con il leninismo.

Se Lenin non ha bisogno di essere difeso perchè la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre parla per lui, i trotskisti, invece, devono essere sempre attaccati, in tutte le loro sfumature e varianti eterodosse e ortodosse, devono essere ricolizzati, disprezzati e mai presi sul serio. La lotta al trotskismo, nella nostra epoca, a differenza di quello che pensano molti compagni, è ancora attuale. I trotskisti hanno tuttora un’ascendente sulle nuove generazioni, per il fatto che nel loro seminare odio e orrore per il comunismo storico marciano di pari passo con gli ideologi della società borghese la quale, per tornaconto, per calcolo politico, per motivi di sopravvivenza, è sulla stessa linea della criminalizzazione del comunismo. L’egemonia culturale e politica la si costruisce con la stampa, la tv, la chiesa, le case editrici, ecc. tutti fattori che lavorano negli interessi delle élites borghesi, e uno dei capisaldi di questa ‘cultura’, di questa idea dominante è l’anticomunismo. Dunque fra i motivi dell’influenza  che i trotskisti ancora esercitano c’è il fatto che i giovani giungono all’attività politica cosciente già fortemente  segnati da pregiudizi anti-Stalin che hanno inconsapevolmente assorbito dai mezzi di comunicazione, nei libri di storia, in famiglia, in qualsiasi luogo dove hanno avuto l’occasione di sentir parlare di politica. Pdci e Rc sono stati i canali principali della diffusione di un’idea infernale del comunismo storico, e questa demonizzazione non è   stata contrastata da un partito marxista leninista, che non c’è ancora.

Ma i trotskisti sono anche stupidi perché si smascherano da sé, con le proprie mani: in ogni evento politico di grande rilievo (come sono per esempio le guerre imperialiste)  trovano il modo di accodarsi al coro propagandistico delle menzogne e falsità diffuse dalla stampa occidentale, non perdono mai l’occasione di rivelarsi Quinte colonne, ruote di scorta della cultura dominante. Le gaffes che hanno fatto e stanno facendo in occasione dell’aggressione alla Libia {rivoluzione popolare (Ferrando) o addirittura invio  di brigate iternazionali (Rossanda), per non parlare degli appelli controrivoluzionari di Vendola contro Cina, Cuba e Iran} dimostrano che questa gente ha un talento tutto particolare, quello di capire fischi per fiaschi, di scambiare rivoluzione e controrivoluzione.

Per un quindicennio Lenin lottò, si può dire giorno per giorno, contro il menscevismo, ed erano così aspri e tesi i rapporti fra i due schieramenti che poteva accadere finanche che si ricorresse talvolta a scontri fisici. Nel 1910 Lenin risiedeva a Parigi, e infuriavano le polemiche contro i “vperiodisti” (menscevichi ultrasinistri). Riportiamo a tal proposito un episodio citato dalla moglie di Lenin:

Il gruppo di Alexinski irruppe una volta in una riunione che un gruppo bolscevico teneva in un caffé dell’Avenue d’Orléans. Alexinski si sedette insolentemente al loro tavolo e chiese la parola: gli fu rifiutata. Lanciò allora un fischio e a quel segnale i vperiodisti che l’accompagnavano si gettarono sui nostri. Abram Skovno e Isaac Krivoi, due membri del nostro gruppo, avrebbero menato le mani se Nikolai Vasilievic Sapozkov (Kuznetsov), un colosso, non avesse preso Isaac sotto un braccio e Abram sotto l’altro, mentre il padrone del caffé, abituato a frequenti litigi, spegneva la luce. Non corsero legnate, ma Ilic errò per le strade di Parigi quasi tutta la notte e quando tornò a casa non poté addormentarsi fino al mattino” (N. Krupskaja, la mia vita con Lenin).

Non è il caso di aggiungere, per concludere, che se Lenin non avesse combattuto la sua battaglia di principio, politica e ideologica, contro il menscevismo e il trotskismo (che allora non contava niente), il Partito bolscevico non sarebbe stato in grado nel 1917, nel giro di sette mesi, di trasformare la rivoluzione borghese in rivoluzione socialista.

Amedeo Curatoli

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