Due pesi, due misure (sbilanciate)?

Con gran disinvoltura da molte parti non vuole intendersi come lo scellerato riconoscimento dell´”indipendenza” della provincia serba del Kosovo, vera finalità della criminale aggressione del 1999 contro la Jugoslavia, costituisca il piedistallo politico e ad abundantiam giuridico della condotta russa nei riguardi dell´Abkhazia e dell´Ossezia del Sud, già entità autonome della Repubblica socialista sovietica di Georgia, membro dell´Unione Sovietica quale Stato federale.
Significativa la considerazione di Putin sulla fine dell´Unione
Sovietica quale “catastrofe geopolitica più grave del XX secolo”, che
fa intravvedere come tutto l´assetto post-sovietico possa ancora
ritenersi terreno friabile e mobile.
Per il diritto internazionale, l´autodeterminazione, tante volte
abusivamente richiamata, di fronte a Stati “costituiti” (rispetto ai
quali cioè o a loro porzioni non vi è contestazione attiva, efficace e
continuativa di un “avente diritto” – altro Stato, o popolo attraverso
le sue espressioni politiche – che impedisca la stabilizzazione), cede
rispetto all´integrità territoriale dello Stato stesso. Con una
eccezione: quando una parte della popolazione, territorialmente
compatta, viene discriminata in senso oggettivo-strutturale (dominio
coloniale e assimilabile). In caso invece di situazioni fluide
(estinzione di Stati e formazione di Stati nuovi), non essendo Stato
“costituito” bensì in via di costituzione, lo Stato nuovo si forma solo
nei limiti del suo potere di fatto stabilizzato. Non faccia velo la
nominale coincidenza con precedenti formazioni di “autonomia regionale”
nello Stato estinto (Repubbliche federate, regioni o province autonome,
ecc.). Non esiste alcun principio generale per cui l´entità nuova abbia
diritto ai vecchi confini interni, puramente amministrativi, nello
Stato estinto: perché questi dipendevano dalla estinta Costituzione, in
base agli equilibri interni della precedente entità complessiva (Stato
federale o altro, estinto o ridotto). Lo Stato nuovo “indipendente” non
nasce già “formato”, pur se nel nucleo essenziale coincida con la
precedente entità “autonoma” nel quadro dello Stato estinto. Si tratta
sempre di un processo “costituente” e pertanto fluido, rispetto al
quale un´entità parziale può legittimamente – qui l´autodeterminazione
gioca in pieno – rifiutarsi di partecipare al nuovo Stato, per restare
nel vecchio (se non estinto, ma solo “diminuito” da secessioni) o nell´
entità che gli succede (ipotesi particolarmente forte), come del resto
aderire ad altro Stato, o costituirsi in Stato indipendente a sé.
Purché, ovviamente, si tratti di processi di fatto reali, che escludono
il potere dell´entità più vasta, in cui in precedenza – nel quadro
dello Stato complessivo estinto – erano amministrativamente ricomprese
le “subregioni” che ora si tengono fuori.
Abkhazia e Ossezia del Sud rientrano in questa configurazione:
rispettivamente repubblica e provincia autonoma della Georgia federata
sovietica, incluse in questa nel periodo sovietico. Alla fine dell´
Unione Sovietica, la Georgia è sciolta dalla Costituzione sovietica
che, per quanto attiene alla conformazione della Federazione costituita
dall´URSS e di tutti i livelli di autonomie interne, era legata alle
sottili soluzioni e agli equilibri elaborati essenzialmente da Stalin
nel 1922 e per la Costituzione del 1936. Ha inizio il processo di
formazione dello Stato nuovo indipendente georgiano: le due entità
autonome si estraniano di fatto da tale processo e, sia pure con
qualche alterna vicenda militare, la nuova Georgia non consegue su quei
territori uno stabile ed esclusivo controllo di fatto. Il relativo
diritto di autodeterminazione è dunque incontestabile e il
riconoscimento legittimo.
Tutt´altro con il Kosovo. Nella fine della Jugoslavia federale
socialista, un esito per cui le responsabilità occidentali sono enormi,
venne imposto l´inammissibile mantenimento, come confini internazionali
dei nuovi Stati in via di formazione, delle frontiere amministrative
interne delle già Repubbliche federate: con sacrificio anche violento
dell´autodeterminazione di entità “regionali” come la Kraijna serba in
Croazia e la Repubblica serba di Bosnia. Il Kosovo, provincia autonoma
della Repubblica federata di Serbia membro della Jugoslavia federale,
quando questa per le varie secessioni si restrinse a Serbia e
Montenegro, restò parte integrante, sempre quale provincia autonoma
della Serbia, della residua Jugoslavia federale, che nonostante anche
forti fermenti indipendentistici vi mantenne il pieno controllo. Nessun
diritto di autodeterminazione, lo riconosce persino Antonio Cassese,
giurista non certo filo-serbo, spettava al Kosovo. E quando, dopo la
pretestuosa e comunque giuridicamente inadeguata accusa di genocidio, i
barbarici bombardamenti NATO imposero un distacco di fatto del Kosovo,
posto sotto amministrazione internazionale, la ris. 1244 C.d.s.,
accettata dalla Jugoslavia, confermò la sovranità di questa (e quindi
poi serba) sulla provincia, che alla Serbia si sarebbe dovuta
restituire pur con l´obbligo di un´ampia autonomia interna. L´
operazione di distacco “definitivo” con la “dichiarazione di
indipendenza” del Kosovo, riconosciuta da vari, ma neppur tutti, gli
Stati occidentali – il Kosovo in realtà resta per ora sotto
amministrazione internazionale e non è quindi indipendente -, a parte
la contraddizione con la linea pur illegittima seguita altrove nella ex
Jugoslavia, costituisce da parte occidentale violazione gravissima del
diritto internazionale generale e dello stesso diritto delle Nazioni
Unite, con rottura di quello che è e resta un accordo internazionale
con la Jugoslavia (oggi Serbia). Inescusabile sotto ogni profilo, al
contrario del legittimo comportamento della Russia nel Caucaso.
Aldo Bernardini

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