IN RICORDO DI ALCUNI COMPAGNI SCOMPARSI

Napoli, 29 marzo 2008

Le  persone che ricordiamo oggi, in questa sala, sono speciali: sono compagni rimasti coerenti fino alla fine dei loro giorni.

Si potrebbe dire  di loro che non hanno ceduto alle lusinghe di una quasi certa, brillante carriera politica, ma che anzi, hanno sempre considerato con sospetto qualsiasi forma di “arrampicatorismo”. O ancora, che sono rimasti fedeli ad una visione del mondo, ad una  cultura, a una ideologia. Tutto ciò è vero, ma sarebbe ancora TROPPO VAGO (e poi viviamo in un’epoca in cui i borghesi e i pentiti del comunismo attribuiscono alla parola “ideologia” un significato del tutto spregiativo).  La coerenza meravigliosa di questi compagni è consistita nel fatto che nel loro orizzonte vi è sempre stata la rivoluzione socialista, e che da questo orizzonte non hanno mai distolto lo sguardo.

Un adagio un po’ semplice ma che passa per “vero” stabilisce che siano i giovani a coltivare l’utopia, ma che poi, sopraggiunta l’età matura, i giovani divenuti adulti finiscono fatalmente con l’ acconciarsi all’esistente, al “compatibile”, al meno peggio, alle cose “concrete” che si possono fare ecc. (e voglio sperare che nessuno di noi sia caduto o sia stato in procinto di cadere nella trappola di questa specie di legge esistenziale).

Ecco, da questo punto di vista potremmo dire che Ugo Pisani, Anna Maria Cirillo, Salvatore e Adolfo Marseglia,  Gustavo Hermann e Antonio Calabria sono sempre stati dei ragazzini, hanno cioè speso la loro esistenza nell’aspettativa -per usare un’espressione di Neruda- di cambiamenti universali. E l’hanno vissuta, questa aspettativa, da persone gaie, allegre, ironiche senza mai dare quell’impressione di saccenteria e  aristocratica chiusura nelle proprie certezze.

Nell’antica Roma si diceva: de mortuis aut bene aut nihil (delle persone scomparse si tace o si dice bene). Di questi compagni non vi è nulla da nascondere o da sottacere. Erano esattamente come si manifestavano agli occhi di tutti. E di loro diciamo un gran bene non perché non ci sono più. Sul loro conto, raccontiamo semplicemente la verità della loro vita.

E la verità è che essi, pur tenendo in debito conto i progressi della democrazia politica, del garantismo, dello Stato di diritto, delle consolidate regole del gioco delle società occidentali, non  hanno mai rinunziato al punto di vista comunista rivoluzionario, non hanno mai smesso di guardare a questa democrazia politica nel suo contenuto di classe, non hanno mai smesso di considerarla una formazione storicamente transitoria e NON l’approdo definitivo dell’umana felicità.

Essi sapevano che quando si arriverà alla resa dei conti con le classi dominanti e si porrà in discussione il diritto di proprietà dei grandi mezzi di produzione, allora tutta l’impalcatura dello stato di diritto crollerà e al posto delle leggi, la borghesia monopolistica e i loro rappresentanti politici (di centro-destra e di centro-“sinistra”) metteranno all’ordine del giorno la violenza.
Questi compagni non hanno  avuto la fede superstiziosa che tutti gli ex-comunisti nutrono per la Costituzione. Ma come! Si scandalizzava Ingrao rivolto al governo di destra, nella Costituzione c’è scritto che l’Italia ripudia la guerra  e voi mandate nostri soldati In Iraq?  Ma come è possibile!!

Augusto Bebel, il vecchio capo rivoluzionario della socialdemocrazia tedesca, diceva che ogni volta che la borghesia fa un accordo con la sinistra, questo accordo si rivela inevitabilmente una trappola per la sinistra stessa. Prendiamo la famosa parola d’ordine “No alla guerra senza se e senza ma”. Trovandosi imbrigliata in un governo borghese, la sinistra opportunista ha dovuto rimangiarsi tutti i se e tutti i ma ed è stata costretta a votare la guerra in Afghanistan (quella volta lì Ingrao  è stato zitto). E prima ancora, questa sinistra è stata complice, se non in tutte le sue componenti, almeno in una di esse, è stata complice del tiro a bersaglio alla Yugoslavia.

Tutte queste cose qui le sapevano bene i compagni che stiamo onorando.

Ugo Pisani. Nativo di Angri ma trasferitosi in giovanissima età con la famiglia a Padova, prese parte alla Guerra partigiana nella sua città di adozione. Divenne in seguito dirigente cittadino del Pci.
A dispetto del conformismo imperante, denunciò la falsità della “via italiana al socialismo” e pubblicò, con altri compagni un documento cui diedero il titolo VIVA IL LENINISMO (che fece scalpore perché anticipò la polemica internazionale del Partito comunista cinese), il quale documento, nel difendere la sostanza rivoluzionaria del marxismo, attaccava le posizioni espresse dall’VIII congresso del Pci, posizioni che venivano presentate come elementi teorici assolutamente innovativi. Ma in effetti non era una via ITALIANA al socialismo, ma qualcosa di più: la linea delle “riforme di struttura” venne presentata da Togliatti come “PRINCIPIO DI UNA STRATEGIA MONDIALE DEL MOVIMENTO OPERAIO E COMUNISTA NELLA SITUAZIONE ATTUALE”.

Notiamo di sfuggita che  Berlinguer restrinse all’Europa il campo di applicazione della via pacifica, e la denominò EUROCOMUNISMO, ma nell’attesa della mirifica prospettiva, si diceva più sicuro sotto l’ombrello Nato.

L’episodio di insubordinazione di Ugo Pisani e dei suoi compagni non fu temuto, né fu visto  come un potenziale pericolo di sfaldamento dell’unità del partito. Esso venne considerato alla stregua  di un intollerabile atto di lesa maestà verso il vertice del partito che godeva di un inattaccabile prestigio internazionale, e come tale fu punita, questa insubordinazione.

Sono trascorsi oltre quarant’anni da quell’ episodio, che è un lasso di tempo sufficientemente ampio per fare un bilancio e trarne delle conclusioni. Chi ebbe ragione: quell’oscuro gruppo di comunisti di Padova (che hanno continuato ad essere dei comunisti modesti e stimati dalla loro gente) oppure lo stratosferico gruppo dirigente del Pci? Purtroppo la domanda non è retorica: è ancora esiguo il gruppo di compagni che fa risalire il fallimento del comunismo italiano alle premesse teoriche antimarxiste della togliattiana “via italiana al socialismo”

Anna Maria Cirillo. Era militante del Pci, ne uscì nel 1967 per un “accumulo” di divergenze politiche e fondò, insieme ad altri giovanissimi compagni che abbandonarono la FGCI , il “Centro Che Guevara”. Ma dopo pochi mesi, sotto la spinta della rottura Urss-Cina e di ciò che si cominciava a sapere della Rivoluzione culturale, scelse da che parte stare, e da allora partecipò al movimento marxista leninista di cui si è sempre sentita partecipe, anche quando, agli inizi degli anni ’80, svanì il sogno di costruire un concreto e abbastanza forte partito rivoluzionario.

Poi in seguito, per circostanze puramente accidentali, ebbe i primi contatti con le popolazioni Rom della nostra città, un mondo di estremo degrado, di sofferenze, persecuzioni e diritti negati. Fondò la sezione provinciale dell’Opera Nomadi e profuse in questa attività, senza risparmio, la sua energia ed esperienza politica. Ebbe a che fare con Tribuali, Prefetture, Questure, Sindaci e Assessori e guadagnò stima e rispetto da tutti coloro che la incontrarono, nonostante il fatto che le sue denunzie e proteste fossero così accorate da lasciare poco spazio, talvolta, al consueto “fair play” degli “incontri istituzionali”.

Un suo ex-compagno di Organizzazione (che evidentemente si rassegnò alle miserie quotidiane della politica “possibile”) si complimentò con lei per questa sua nuova attività e le disse che finalmente si era messa sulla strada della rivoluzione “con la erre minuscola”. Ma si sbagliava. Perché Anna Maria Cirillo non fu soltanto la “Nanà dei nomadi” (come  affettuosamente scrisse di lei sua sorella Lidia).

Era solita dire che alle sue esequie desiderava le bandiere rosse, e lo ripetè anche durante l’irreparabile malattia che la colpì. Quando scomparve, nel settembre 2003, apparve sui muri un manifestino, scritto presumibilmente da giovani compagni, in cui si diceva di Lei: COMUNISTA DI TESTA, COMUNISTA DI CUORE.
Il suo desiderio fu esaudito: nell’ultimo viaggio ebbe le bandiere rosse.

Adolfo e Salvatore Marseglia: erano fratelli che si amavano molto e continuarono ad amarsi anche quando fra loro ci fu scissione politica. Per essi, e soprattutto per Salvatore, brillante professore di chimica che ha scritto libri di testo pubblicati da un’importante casa editrice, sarebbe stato relativamente facile, nel ristretto ambiente di Afragola loro città natale, costruirsi -come altri hanno fatto- un futuro di tutto rispetto. Erano entrambi membri del Pci da cui uscirono, anche loro, nel 1967 per impegnarsi nel movimento marxista leninista. Di questi due compagni conservo il ricordo della loro rettitudine morale, in Adolfo, il suo sorriso disarmante e la disponibilità illimitata al dialogo,e, in Salvatore la sua straordinaria capacità di afferrare l’essenza concreta di ogni problema e di tradurla in linea politica.
Questo movimento (marxista leninista), come tutti sanno, fu caratterizzato, nel corso del suo sviluppo, da continui dissidi che si traducevano in scissioni, ma poi anche in successive aggregazioni. Da Nuova Unità -parlo di Napoli- si scisse un gruppo che si chiamò Lotta di Lunga durata (il cui animatore fu soprattutto Gustavo Hermann). Successivamente, da Lotta di lunga durata si scisse un gruppo (di cui facevano parte tra gli altri, Anna Maria Cirillo e Salvatore Marseglia) che si denominò Lega dei comunisti (che diventò poi, per unificazioni con altei formazioni, “Fronte unito”). Trascorsi alcuni anni, ci ritrovammo seduti allo steso tavolo e nello stesso partito con l’ex-Lotta di Lunga durata e con Gustavo Hermann. Ciò che sta a dimostrare che i dissensi, e anche le rotture, avvenivano all’interno di un comune percorso rivoluzionario.

Gustavo Hermann, comunista della prima ora, lo ricordo indomabile, nella sua determinazione di costruire “il” partito, “il” sindacato -che lui chiamò Unione Sindacale Comitati di Lotta- e che non poca paura suscitò nei vertici sindacali cittadini. Popolarissimo professore di fisica al Righi egli esercitò  -nella nostra città- una profonda e duratura influenza sul nostro movimento.

  Antonio Calabria, dopo un inizio comune, prese un’altra strada, fu tra i fondatori dell’Istituto di studi comunisti “Marx ed Engels”. Avemmo con lui incontri sporadici e superficiali. Credo che di questo compagno parlerà Maurizio Nocera che lo ha frequentato molto più di me.

Di tutto quell’impegno rivoluzionario rimane ben poco, quasi nulla più. E certo dobbiamo guardare alla nostra vicenda con disincanto. Ma sarebbe errato ascrivere la sconfitta ai nostri limiti soggettivi, e concludere che dicevamo solo sciocchezze. I compagni che stiamo ricordando non lo approverebbero un simile bilancio.

No, non dicevamo un illimitato numero di sciocchezze. E poi, onestamente, gli opportunisti di ora non ne dicono di più e di più gravi di quanto non ne dicessimo noi allora?

Il fatto è che il sistema borghese occidentale è ancora abbastanza forte da riuscire ad estinguere i movimenti rivoluzionari senza ricorrere al confino o alle repressioni di tipo cileno. E il terreno di coltura di un marxismo rivoluzionario sono le grandi crisi CHE NON CI SONO, che non ci sono ancora. Quindi è comprensibile che in un cinquantennio di relativa pace sociale si sia manifestato e abbia avuto successo un comunismo “compatibile”, che PRIMA  rinviava alle calende greche degli accrescimenti elettorali e delle “battaglie” parlamentari la prospettiva di un cambiamento di sistema, ma che ORA di cambiamenti di sistema non ne parla neanche più. Il comunismo compatibile di oggi è la riproposizione, tenuto conto dei mutamenti culturali, dei linguaggi, dei costumi di vita e quant’altro, è la riproposizione -dicevo- dei vecchi miti socialdemocratici della concretezza dei piccoli passi in avanti. Questa filosofia della compatibilità si compendia nella parola d’ordine “un altro mondo è possibile”, che è una pura chimera, è un’attesa millenaristica, è come dire: beati gli ultimi ché “nell’altro mondo” ( possibile) saranno i primi.

Però, se oso dire che la previsione di un ristagno totale è privo di fondamento, è perché, se ci discostiamo un attimo dal teatrino della politica italiana, e diamo uno sguardo d’insieme a ciò che avviene nel mondo, non vi è nulla, assolutamente nulla che faccia prevedere nei prossimi decenni, o addirittura anni, il dominio incontrastato dell’imperialismo. Chi può escludere che i venti di guerra suscitati dagli Usa e il probabile attacco all’Iran -mille volte minacciato- non ci precipiti sull’orlo di una catastrofe?

Io spero vivamente che il ricordo di questi compagni: Ugo Pisani, Anna Maria Cirillo, Adolfo e Salvatore Marseglia, Gustavo Hermann e Antonio Calabria (e sicuramente di innumerevoli altri che hanno vissuto con la stessa coerenza rivoluzionaria la loro vita) si tramandi alle giovani generazioni.

Amedeo Curatoli

One Response to “IN RICORDO DI ALCUNI COMPAGNI SCOMPARSI”

  1. Nicola Boemio says:

    Leggo, solo adesso, mentre cercavo sulla rete notizie appunto di uno di quei compagni il tuo, come sempre, chiaro ed esaustivo ricordo di questi compagni purtroppo scomparsi caro Amedeo.
    Ho avuto il privilegio di conoscere, lottare, vivere, insieme a te, a Salvatore ed Adolfo, a Gustavo, alla tua compagna di lotta e di vita Nanà, gli anni di maggiore fermento e lotta politica che, credo, Napoli e l’italia tutta abbiano mai vissuti.
    Certo, qualche sciocchezza forse l’abbiamo detta, ma hai perfettamente ragione quando scrivi che oggi se ne dicono a miliardi in più
    Come mi trova daccordo, anche, la tua puntuale analisi e previsione sul ritorno del marxismo rivoluzionario che, NON PUO’NON TORNARE, quando gli scenari internazionali avranno provocato quella forte crisi della quale lui ha bisogno per potersi radicare, di nuovo, nelle menti delle persone.
    Radicare come lo era -e lo è per quelli di noi ancora qui-nelle menti dei compagni che hai ricordato.
    L’arguzia e la coerenza politica di Salvatore, la disarmante logica di Adolfo, il fervore di Gustavo, l’intelligenza e la carica di Annamaria, spero anch’io che siano d’esempio per le giovani generazioni.
    Uno dei “bassotti” di Afragola

    Nicola Boemio

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