Caso Faurisson e redazione collettiva di Aginform

In mancanza di ogni riscontro, dopo lungo tempo, da parte del residuo di Aginform, si pubblicano l’ultima nota inviata dai sottoscritti e il pezzo di Aldo Bernardini a chiusura della polemica sul caso Faurisson.

CASO FAURISSON E REDAZIONE COLLETTIVA DI AGINFORM

Nel mese di luglio 2007, Aginform (taluni di Aginform), dopo aver deciso una determinata posizione, di appoggio all’iniziativa, sul caso Faurisson a Teramo, ha pubblicato (o respinto) alcuni scritti in rapporto allo stesso caso: tutte decisioni né prese né discusse collettivamente dalla redazione. Chi, come il sottoscritto, non è stato reso partecipe (ed anzi ha subito trattamenti non proprio benevoli, ma di ciò più avanti) dichiara espressamente la propria estraneità a tali posizioni e decisioni. Trattandosi comunque di questioni molto complesse e delicate, non può certo valere la delega di fatto, correttamente riconosciuta dal complesso della redazione ai componenti “operativi”, che finora ha funzionato con soddisfazione, in quanto sempre controbilanciata da ampia possibilità di replica e dibattito. Ma oggi vi è purtroppo di più: è stato pubblicato (senza, ripeto, discussione collettiva) anche qualcosa di degradante. Lo dico con stupore e con rammarico, e rinvio alla parte finale.

E’ bene tornare sulla vicenda: sull’onda di essa (ma solo sull’onda) la Facoltà di Scienze politiche di Teramo ha effettuato una verifica della gestione del Master “Enrico Mattei”, coordinato dal prof. Claudio Moffa (in seguito, il “coordinatore”) e preso i conseguenti inevitabili provvedimenti (si veda infine).

Nella questione Faurisson, è stata sposata (da parte di quei “taluni”) una linea che appare dedotta da un sacrosanto principio astratto (nei regimi come il nostro, va precisato) di libertà di ricerca e di espressione, senza però conto alcuno delle controindicazioni, certo all’inizio forse non facilmente conoscibili, risultanti dalle circostanze concrete delle operazioni che si è invece scelto di “sponsorizzare”. Lo stesso vale per l’altro motivo della posizione così assunta, la giusta lotta contro il sionismo, organico all’imperialismo, gestita però come se qualunque posizione contraria alle impostazioni e ai dogmi diffusi e imposti da sionismo e imperialismo, e in qualunque modo attuata, fosse di per se stessa positiva e quindi da appoggiarsi a scatola chiusa. Su questa strada, potrebbe arrivarsi a civettare con il Mein Kampf hitleriano.

La pretesa di dettare linee non discusse può portare ad esiti singolari, come avviene nel pezzo del 30 luglio 2007 a firma erregi. Così, dove si rappresenta il sottoscritto “in difficoltà” e bisognoso di aiuto da parte di Adriana Chiaia, per non aver “condannato” il Rettore dell’Università di Teramo sulla chiusura dell’Ateneo, sempre nell’ambito della vicenda Faurisson. Ma quale “alta cattedra apostolica” può sentenziare un dovere di condanna, non obbedendo al quale io mi sarei sentito “in difficoltà” (ma “de che”)? Non capire poi che, unico nell’Ateneo, ho pubblicamente dichiarato sulla stampa che avrei preferito altra soluzione (sicché il “Centro” di Pescara ha potuto titolare il mio pezzo, più o meno, “Ma l’Università chiusa non fa un bel vedere”) e che ho rifiutato le motivazioni incidenti sul principio di libertà di ricerca e di insegnamento (ad es., la denegazione della “scientificità” di Faurisson in sedi “non competenti”: esistono, eccome!, le sedi competenti, ma su dati presupposti, in massima non emergenti nel caso Faurisson: commissioni di concorso a cattedra, Consigli di Facoltà su chiamate per trasferimento, ecc.): tutto ciò dimostra solo il perdurante attaccamento (sessantottino?) alle sterili vociferazioni. Mentre certo, e lo ripeto “senza difficoltà”, sono arrivato (dopo perplessità iniziali), io che non ho responsabilità amministrative e potrei dunque, come un bravo scavezzacollo, blaterare “condanne” impunemente, salvo rendermi del tutto ridicolo, a riconoscere che chi, come il Rettore Mattioli (di cui non sono mai stato un adepto), ha invece responsabilità amministrative e pagherebbe di persona, ha visto le sue motivazioni di “ordine pubblico” rafforzate a posteriori per quello che è effettivamente accaduto in piazza a Teramo, e sarebbe potuto accadere in Ateneo. E quando è ormai solare, salvo che ai ciechi volontari, che tutto il contesto dell’operazione Faurisson è stato caratterizzato, diciamo così per mantenerci sul leggero, da un’“inaffidabilità globale” dell’operazione in sé e del contesto in cui è germinata, risultante da un complesso di fattori, di cui ho già parlato nei pezzi precedenti e su cui ancora, in parte, tornerò: perché si intenda come si tratti di un’“inaffidabilità” che non propizia, piuttosto respinge, ogni pretesa che ci si sarebbe dovuti, nella nota vicenda, ergere “eroicamente” a paladini di un principio astratto, decisivo essendo invece anche “da chi, intorno a chi e come” gestito.

Ma un’altra “curiosità” del pezzo del 30 luglio merita di venire segnalata: dopo avere unilateralmente decretato il bando ad un importante saggio della Chiaia, è veramente originale la pretesa che questa compagna non pubblicasse il suo contributo altrove e poi singolare che non dovesse farlo sul sito “politicaonline”, perché “non di parte”, ossia politicamente “eclettico” (per vero, anche altri siti hanno pubblicato il pezzo della Chiaia). A parte che chi ospita la spazzatura che purtroppo Aginform ha accettato ha scarso titolo per fare obiezioni di tal tipo: l’assurda pretesa rivela l’imbarazzo provocato da una mossa infantile, controproducente e scorrettissima, non solo verso la Chiaia e i redattori ignari di Aginform, ma addirittura verso i lettori, i quali avrebbero avuto tutto il diritto, davanti alle critiche e peggio ancora alle scariche di vilipendi e contumelie contro quel saggio, di essere posti di questo doverosamente a conoscenza. Ma l’obiezione ignora (?) poi che il sito “eclettico” aveva accolto il saggio di Losurdo contro il negazionismo, di cui fra breve e che forse non per caso viene negletto…

1. Sui vari aspetti delle questioni di merito, rinvio anzitutto allo scritto, già accennato, di Adriana Chiaia, di inequivocabile impostazione antisionista, ma contrario all’iniziativa Faurisson e rifiutato, così come detto, da Aginform, dal titolo “Nessuna solidarietà per i negazionisti e per chi li sostiene: riflessioni sui recenti avvenimenti di Teramo e oltre”, ricco e interessante, partito da un’iniziativa assolutamente autonoma dell’autrice e non per “soccorso” a qualcuno (su taluni punti, personalmente me ne discosto), e, sulla sponda invece favorevole, a quello di Manno (“Risposta ad Adriana Chiaia ovvero dell’elasticità”), polemico eppur certo civile, anch’esso pieno di spunti importanti, ma a partire da un aspetto centrale molto discutibile, anzi in definitiva per me da rifiutarsi: quello relativo alla personalità di Faurisson. Il saggio di Domenico Losurdo, pure prima ricordato, comparso su “L’Ernesto”, n. 1/2, 2007, dal titolo “Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich”, peraltro già on line e anteriore a quello di Chiaia, si tiene estraneo alla mischia teramana, ma “falsifica” (= confuta) documentatamente la premessa di un’“innocenza” di Faurisson nella ricerca e nelle tesi che questi afferma.

Cito da Losurdo, che riporta queste parole da un’intervista di Faurisson: “Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione”. Ancora, Faurisson parla non solo delle “pretese camere a gas” (tutta la relativa diatriba la lascio ai saggi che ho nominato), ma di “preteso genocidio degli ebrei” che, invece, insieme a quello di altri gruppi, è stato perpetrato – il riconoscimento è dato di coscienza universale – da parte nazifascista, qualunque siano stati i “mezzi tecnici” posti in essere per attuarlo. Ma è proprio Manno che ci aiuta con altre parole di Faurisson, alla recente conferenza di Teheran, che mi pare abbiano un ben grave significato, opposto a quello ritenuto da Manno (le traduciamo dall’inglese): “Nella macelleria che ogni guerra è, la gente soffre. In una guerra moderna, i civili delle nazioni belligeranti talora soffrono altrettanto se non più che i soldati. Durante il conflitto che, dal 1933 al 1945, li oppose ai tedeschi, gli ebrei europei ebbero pertanto occasione di soffrire ma infinitamente meno di quanto osano affermare con tanta energia. Certamente i tedeschi li trattarono come una minoranza ostile o pericolosa… e contro questa gente le autorità del Terzo Reich furono portate sempre più a prendere, a causa della guerra, misure coercitive di polizia o militari. In taluni casi queste misure arrivarono al trasferimento in campi di internamento o anche alla deportazione in campi di concentramento o di lavoro forzato”.

Simili affermazioni, come Losurdo e Chiaia sostengono, destituiscono di ogni credibilità la figura di Faurisson e fanno apparire il senso vero del suo “revisionismo storico totale” o “negazionismo” che dir si voglia: nonostante qualche ambigua, più apparente che sostanziale, presa di distanza dal nazismo (e solo su sollecitazione dell’intervistatore), quello di uno sforzo, e comunque di un risultato, di edulcorazione e abbellimento dell’ideologia e prassi del nazifascismo. Direi addirittura che qui si sfiora, se non si sta dentro, una figura criminosa introdotta in Italia, prima dell’ondata mitizzante sull’Olocausto ebraico, con la legge n. 645 del 1952 (parzialmente modificata nel 1975 con legge n. 152), che condanna “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo”, in particolare sottolineando la gravità di “idee o metodi razzisti”: si tratta di norme stabilite in attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, tuttora vigente, e che, per i motivi più avanti descritti circa la sostanza del nazifascismo, configura un “reato d’opinione” (ma non solo d’opinione, anche eventualmente di istigazione) che va mantenuto fermo, come sono o dovrebbero essere apologie e istigazioni relative a crimini quali l’omicidio, lo stupro, la pedofilia.

Ora, sto con Losurdo nel fermo rifiuto – in sistemi c.d. liberali – di norme e misure amministrative contrarie alla libertà di ricerca e di espressione (nel limite appena detto dell’ apologia di fascismo, che peraltro non è “ricerca”). Ma il saggio di Losurdo fornisce elementi importanti per valutare quanto è accaduto a Teramo: per sostanziare cioè la distinzione, da me posta a base del mio discorso (incidentalmente, una distinzione corrente nelle elaborazioni di Lenin e di Stalin), tra affermazione e difesa di un principio astratto, da un lato, e possibile rifiuto, d’altro canto, di appoggio a scelte e attuazioni concrete (reali o asserite) del principio stesso sotto il profilo delle valutazioni di opportunità, delle modalità operative, dei contesti e così via. Sembra chiaro, ad es., che, mentre nei nostri sistemi costituzionali vadano rifiutate, come appena menzionato anche secondo il saggio di Losurdo (il quale utilizza, lui per primo e non la Chiaia, una per me centrata analogia con un precedente gramsciano), norme e misure persecutorie come quelle poste in opera contro Faurisson o altri (o che in generale sanciscano “verità di Stato”: sempre a parte l’apologia del fascismo…), non è proprio la scelta migliore l’offerta di una tribuna (e di una tribuna ritenuta privilegiata, come quella universitaria) a personaggi che, se è esatta la rappresentazione di Losurdo e degli altri, rientrano nella galassia di quanti si adoperano per bagatellizzare il nazifascismo o comunque un tale esito provocano. Anche se ciò apparisse utile per il giusto obiettivo di smontare gli aspetti mistici, mitologici e dogmatici che sionismo e imperialismo hanno costruito sulle tragiche vicende che vanno sotto il nome di “Olocausto ebraico”. Ciò avverrebbe (avviene) nel modo sbagliato. Il prezzo di una bagatellizzazione del nazifascismo sarebbe (è) inaccettabile. Oltretutto, sul piano politico, da operazioni così condotte derivano solo polveroni e un ricompattamento di forze (discutibile quanto si vuole, ma tant’è), che finiscono per giovare proprio ai sionisti, mentre il vero problema, nella battaglia antisionista, per l’aspetto dello Stato di Israele, si racchiude nella domanda “ma che c’entrano i palestinesi”? Si dirà: ma se un filonazista enunciasse qualcosa di vero, come non tenerne conto? Risponderò con Vincenzo Cuoco nel suo “Platone in Italia” (dei primi anni dell’800): “Ricordati del sublime detto di quello spartano, il quale avendo udito nel pubblico concilio proporsi un parere onesto da un uomo di perduta fama disse: ‘Questo stesso parere si proponga da un altro’. Tanto quel savio credeva pericoloso concedere, anche a fine di bene, il diritto di proporre al male!”. Tradotto in termini attuali, prenderò in considerazione quell’enunciazione, ma dopo il vaglio da parte di esperti non faziosi, comunque non colludenti con il fascismo.

Riflettiamo ancora sul punto. Faurisson, come Losurdo e anche Chiaia annotano, non riserva particolare attenzione agli altri gruppi, coinvolti nello sterminio nazista (comunisti tedeschi e sovietici, zingari, ecc.). Nell’ideologia dei dominanti attuali, al di là di marginali ed ipocrite occasionali menzioni, questi stermini rientrano fra quelli di gruppi umani considerati inferiori, o comunque nemici irriducibili (per lungo tempo, lo erano stati pure gli ebrei), che anche “liberali” e “democratici” occidentali nei secoli hanno senza scrupoli perpetrato. Vale qui la pena anche di ricordare che il nazifascismo nel suo crescere ed affermarsi è stato sostenuto dalle potenze “democratiche” in funzione anticomunista e antisovietica: sino (seconda guerra mondiale) allo scoppio di una contraddizione interimperialistica (in uno dei poli di questa era operante una componente sionista, che del resto aveva trattato anche, e Manno lo ha documentato, con l’altro polo…), uno scoppio propiziato dalla geniale e necessitata mossa di Stalin attraverso il patto di non aggressione con il Terzo Reich. Che il nazifascismo – limitiamoci alla Germania – si scatenasse contro i comunisti (prima tedeschi, poi sovietici e di altri paesi occupati), oltre che contro zingari ecc., non sarebbe stato veramente scandaloso dal punto di vista di tutti gli imperialismi: Faurisson non se ne occupa, non vi è interesse a dedicare particolare attenzione a questi stermini (e da che parte stia in realtà Faurisson si può intuire dall’uso spregiativo – comune a tutti gli anticomunisti, anche a quelli mascherati – dell’aggettivo, per sé comunque improprio, “stalinista”, in un punto della menzionata intervista). L’operazione viene portata avanti invece nei riguardi del genocidio ebraico. Senza dubbio, nell’ideologia dei dominanti, per la parte imperialistica, che include ormai la componente sionista (superata dunque la posizione di inferiorità che nei secoli aveva afflitto anche gli ebrei), il così chiamato Olocausto (ebraico) è stato brandito come il marchio di infamia per eccellenza (negativa) a carico del nazifascismo. E con il tempo è stato circonfuso di un’aura mistica e mitologica, la quale ha mirato a sancirne l’intangibilità sino alla pretesa di escludere una libertà di ricerca storica e di correlativa espressione, perfino – come detto – con misure legislative, amministrative e giudiziarie, sempre in linea di massima con il ritaglio di tutti gli altri stermini, relegati dunque a fatti minori: di qui l’“unicità” asserita dell’Olocausto ebraico, concetto in realtà da respingersi senza esitazioni, essendo evidente che la figura dell’Untermensch (uomo inferiore) per nascita, e quindi prescindendosi da atti e comportamenti, era stata propria almeno anche degli zingari. Con un duplice esito di quell’operazione mistificatoria: un’artificiale “legittimazione” dello Stato (coloniale) di Israele e la configurazione di un modello di “male assoluto” da applicarsi poi, sulla base di una pretesa analogia – sia pur contraddittoria rispetto all’asserita “unicità” –, di volta in volta per selezione operata da imperialisti e sionisti, a realtà del tutto diverse, come quelle che lottano per l’indipendenza dall’imperialismo e sostengono chi conduce tale lotta (Milosevic, Saddam Hussein, ora Ahmadinejad…). Sino a tentare di farne oscena applicazione addirittura alla realtà storica, oggi forse solo momentaneamente sconfitta, che più ha sofferto del nazifascismo, ma più ha contribuito a sconfiggerlo, il comunismo sovietico (e collegati), accomunato al nazifascismo e condannato sotto la “categoria” mistificatoria del “totalitarismo” (dittatura, ecc.): Israele sarebbe invece una “democrazia” (come lo sarebbe stato il Sudafrica dell’apartheid, una democrazia di “popolo di signori”). Appare evidente qui una contraddizione stridente: applicare la figura del male assoluto a chi, rispetto al conclamato male assoluto del XX secolo, il nazifascismo, di questo è stato in realtà vittima primaria e al contempo principale autore della vittoria su di esso.

L’artificiosa costruzione sull’Olocausto ebraico va combattuta, anche confutandosi esagerazioni e alterazioni dei fatti, ed è compito fondamentale di un salutare antisionismo. E’ qui che si è verificata una (non salutare) convergenza di taluni con Faurisson e simili. Dato che, se si va oltre la constatazione di qualche convergenza oggettiva (limitata ad alcuni aspetti, forse neppure tra i principali), e oltre una reazione solo di principio, secondo le nostre Costituzioni fondata, contro la persecuzione a danno della ricerca e dell’espressione (giuste o erronee che queste siano o si ritengano), come appunto nel caso di Faurisson e simili, si cade in situazioni insostenibili. La bagatellizzazione del nazifascismo, nel cui contesto Faurisson e gli altri si muovono, va come detto rigettata, la sua diffusione non va favorita, ad essa non vanno offerte tribune ed occasioni. Faurisson nega l’eccezionalità dell’Olocausto ebraico e lo colloca dunque al livello di quello sofferto da altri gruppi (e ciò è percorribile), ma quel che pare veramente rilevante non è tanto la “scandalosa” (per l’opinione corrente) confutazione dei mezzi tecnici (ad es. camere a gas), ma, come ripetutamente chiarito, la complessiva bagatellizzazione del tutto, quasi si fosse trattato di una normale, pur se molto aspra, condotta bellica da parte nazifascista. Sembra spiegabile che, per una (per noi evidentemente inammissibile) riabilitazione del nazifascismo, venisse assunto, come primo ed essenziale passaggio, l’obiettivo (di per sé giusto e in qualche modo più facile, nonostante le virulente reazioni) di colpire gli aspetti “mitologici” costruiti, così si è rilevato, sul chiamato Olocausto ebraico: ma la totale negazione o comunque l’attenuazione dell’enormità storica dell’azione complessiva del nazifascismo mostrano che proprio questo ultimo è il vero obiettivo, e comunque lo sbocco, dell’operazione.

E qui riaffermo: nessuna indulgenza per il nazifascismo, nessuna connivenza con gli edulcoratori è tollerabile, qualunque siano le responsabilità dei perseguitati di una volta fattisi persecutori e in quanto tali da condannarsi oggi anch’essi senza reticenze.

Resta fermo infatti che, nonostante atrocità e crimini compiuti anche dagli Alleati, e ben al di là delle storiche tragedie fatte soffrire a tanti popoli nel passato dal mondo occidentale, il nazifascismo ha rappresentato un concentrato estremo, attuato con metodi “scientifici” e industriali, di un’ideologia di supremazia fra popoli, classi e individui basata proprio sulla contrapposizione anche genetica dell’uomo superiore a quello inferiore per ragioni anzitutto di razza, ma pure di classe, e sulla prefigurazione di un ordine mondiale che, in caso di vittoria nazifascista, sarebbe stato non quello, di estensione del campo socialista e di relativa espansione di democrazia formale e di qualche progresso sociale comunque ottenuto con la disfatta dell’Asse fascista pur nelle (in definitiva per me poco raccomandabili) democrazie occidentali, bensì un ordine pauroso di gerarchia fra popoli, classi ed individui, dai dominanti in giù. La sconfitta di questo disegno va riaffermata con tenacia e senza tentennamenti, e nessuna riabilitazione dell’orrifico piano di dominio mondiale deve essere considerata possibile. Un conto è la ricerca rigorosamente scientifica anche dei fatti, ideologie, strutture dei poteri nazifascisti, altro è il loro abbellimento o minimizzazione.

Anche perché la bagatellizzazione del nazifascismo risponde a tendenze profonde che vanno emergendo. Si rivela funzionale al fine della repressione dell’ideologia e della prassi che, come già osservato, più sono stati combattuti dal nazifascismo e più lo hanno combattuto, sino a vincerlo, quelle del movimento comunista reale con il perno nell’Unione Sovietica, e che in verità, nell’attuale caos mondiale e impoverimento delle masse, suscita pur sempre paura: soddisfa dunque in realtà a spinte di fondo dei nostri sistemi, che proprio con il nazifascismo convergono in definitiva nella finalità di erigere e mantenere un potere, anche se con forme diverse, quelle di una democrazia formale sempre più svuotata, a favore dei “popoli di signori” e dei loro dominanti (Losurdo), minimizzando tutti gli altri “olocausti” che storicamente, anche al di là di quello ebraico, si sono dati (coloniali, di comunisti, ecc.).

In altri termini, e nonostante l’apparente contraddizione, che è però nella realtà obiettiva: l’aspetto mitico costruito attorno al chiamato “Olocausto unico” taglia, o relega nello sfondo, le contestuali analoghe tragedie di altri popoli e gruppi, per divenire elemento fondativo della “legittimità” dell’impresa sionista e dello Stato di Israele, oggi componente fondamentale dell’imperialismo, cancellandone il carattere coloniale. E qui vediamo ripetuto lo schema di principi e “valori” che hanno sempre presieduto all’affermazione del potere dei “popoli di signori”, incluso il nazifascismo, che però, come detto, ha portato il fenomeno all’estremo grado, persino superando il pur pretestuoso e inammissibile “argomento” del carattere premoderno, “barbarico”, delle popolazioni in passato rese vittime (non a caso, riemergente nel rapporto fra sionisti e palestinesi). Questa mitica visione, che esalta la posizione di vittima sacrificale di uno dei popoli o gruppi che hanno in passato sofferto della barbarie nazifascista, mira, si è già detto, ad obliterare l’attuale, rovesciata collocazione della gente ebraica, nella parte che si riconosce nello Stato di Israele: da perseguitati a persecutori, di questi ultimi ripetendo anche le modalità più repellenti, quelle di stampo colonialista e addirittura di apartheid, nello scandaloso silenzio del “mondo” sul lento genocidio palestinese.

Si tratta di un nucleo che viene difeso tuttora dall’imperialismo e dal connesso sionismo anche con le modalità che si son dette. Va combattuto: ma se lo si combatte al modo di Faurisson, mentre l’obiettivo non appare veramente colto, si agevola piuttosto una sorta di legittimazione dell’azione (presentata come semplicemente bellica) compiuta dal nazifascismo ai danni di altri gruppi o popoli, in primis il comunismo sovietico, ritenuto infatti oggi, nonostante la conclamata sconfitta, lo si è appena espresso, come il nemico principale dei dominanti: se non fosse stato per l’Olocausto ebraico (soprattutto come miticamente rappresentato), quasi quasi l’azione dei nazifascismi meriterebbe una riabilitazione, la guerra contro l’Unione Sovietica sarebbe stata la guerra contro l’autentico “male assoluto” del Secolo XX. Ergo, se l’Olocausto non ci fosse stato… anzi, “se non c’è stato”, perché il nazifascismo ha condotto – dicono Faurisson ed altri – una normale guerra, il nazifascismo non sarebbe più il massimo orrore del ‘900 nella sua operazione e nel suo progetto, il marchio potrebbe trasferirsi, come viene trasferito facilmente, da Hitler a Stalin: quest’ultimo il vero, mirato obiettivo del nazifascismo, in qualche modo anche su delega dell’imperialismo “liberale”, e le posizioni alla Faurisson, volens nolens, qui conducono di nuovo (ricordiamoci dello storico revisionista tedesco Nolte!).

Sul “Corriere della Sera” dell’11 agosto 2007 abbiamo letto che in Estonia, dopo una serie di altri analoghi episodi soprattutto nei Paesi Baltici, è stato celebrato il gruppo Erna, 42 ufficiali estoni addestrati dai nazisti che sbarcarono nell’Estonia, allora riannessa all’Unione Sovietica, e fecero saltare la linea ferroviaria Tallinn-Leningrado, ma dopo due giorni furono circondati e annientati dall’Armata Rossa. La celebrazione è consistita in esercitazioni militari rievocatrici di quell’impresa, con partecipazione di militari estoni e di altri occidentali, compresi tedeschi. Di fronte alla protesta diplomatica russa, soprattutto su come sia stato possibile che elementi della Bundeswehr abbiano preso parte all’iniziativa, la risposta del Ministero della difesa tedesco è stata che tale missione “è pienamente giustificata e persino utile”.

“Repubblica” del 12 settembre 2007 informa che la Lituania intende processare un ex partigiano ebreo sovietico, Arad, partecipe della resistenza sovietica all’occupazione nazista della Lituania nel 1941, con l’accusa di “crimini contro l’umanità” per l’asserita uccisione – che fra l’altro l’interessato nega nei fatti – di collaborazionisti lituani con gli invasori nazifascisti: questi avrebbero in quelle circostanze sterminato, salvo pochi elementi validi per il lavoro forzato, circa 8.000 abitanti del villaggio, da cui Arad era riuscito a fuggire. “Normale azione di guerra”, secondo Faurisson citato da Manno.

Il cerchio si chiude, il nazifascismo è stato “liberatore di popoli” e “giustamente” certe imprese vengono celebrate e i resistenti vanno processati. Le tesi di Faurisson e simili scavano in tale direzione.

2. Tutto il discorso sinora svolto riguarda il piano culturale e politico, quello delle scelte secondo “valori” e “opportunità” (non ho bisogno di ricordare quanto in un pezzo precedente ho scritto in rapporto al “senso comune”: Gramsci). Per i “democratici costituzionali” e soprattutto per i comunisti, pur impegnati nella battaglia antisionista, rimane ferma – al di là di momenti tattici eccezionali e necessitati – la distinzione categoriale fra sinistra e destra: ancorata a dati strutturali, alla contrapposizione di classe, alla collocazione rispetto ai mezzi di produzione e comunicazione, e non certo utilizzabile “a capocchia”. Sotto tale profilo l’idea di offrire una tribuna a Faurisson e simili o, così facendo, di effettuare, tanto per dire, un esperimento in corpore vili sullo stato della libertà di ricerca e di espressione, ad es., in Italia, è, tanto per ribadire, del tutto fuori luogo: soprattutto in vista di ben altre priorità di lotta e di studio. Proprio legittima sarebbe l’opposizione culturale e politica a iniziative del genere. No risoluto, invece, nel caso, in cui – in sistemi c.d. liberali, va sempre ripetuto – venissero attuate o tentate misure repressive e persecutorie (di legge o amministrative), salvo ovviamente la situazione di apologia di fascismo: ma il no, in presenza di elementi filonazisti, andrà limitato alla riaffermazione del principio, non comporta ovviamente un impegno di concreta mobilitazione. Una mobilitazione concreta a favore di iniziative prese in attuazione, o meglio in un quadro che vi si richiama, del principio di libertà di ricerca e di espressione (e di insegnamento) e contro specifiche misure ostative o punitive avverrà, da parte di “democratici costituzionali” e di comunisti, solo in rapporto a valutazioni concrete delle situazioni concrete. Implicherà dunque verifica dei contesti e delle condizioni in cui le problematiche iniziative venissero attuate.

Del resto, ben rare sembrano le battaglie intorno a un principio astratto in sé preso: usualmente, ci si attiva e mobilita per obiettivi determinati, per il cui raggiungimento invocare un dato principio generalmente riconosciuto e magari garantito appare utile. Come ho già accennato, mi pronuncio in massima, presso di noi, per la libertà di espressione, ma non per quella del pedofilo o per l’apologia di fascismo, e via graduando.

Con evidenza tutto ciò vale, sul piano delle scelte politiche e culturali, per chi legittimamente parta da determinate premesse, rispetto alle quali, nella situazione concreta, può misurare la propria azione di sostegno, o di ripulsa, per determinate iniziative. Chi invece ha posizioni istituzionali dovrà certo tener conto di principi e garanzie validi per tutti (ad es., libertà di ricerca e di insegnamento), naturalmente nel quadro costituzionale, ma vigilerà, e potrà venire a ciò richiamato, sull’osservanza rigorosa delle normative pertinenti, sulle problematiche poste dall’apologia di fascismo, su questioni di sicurezza. Ecco perché un’iniziativa come quella Faurisson, supposto di costui il carattere filonazista, si conferma comunque di assai problematica attuabilità in un contesto universitario.

Se si volesse utilizzare l’aura che, a torto o a ragione, circonda l’Università, non si potrebbe accettare, non l’uso, bensì l’abuso dell’Università stessa, in quanto non venissero ad es. rispettate le regole che presiedono all’autonomia, che non è indipendenza, ma si realizza in contesti che coinvolgono varie istanze e varie responsabilità. Cito a caso: la collegialità delle decisioni, se richiesta; le debite comunicazioni alle autorità accademiche in rapporto a (prevedibili) problemi di sicurezza e di ordine pubblico (che insorgono in base ad esigenze concrete, sicché le relative misure, se si dimostrano fondate, non sono da confondersi con misure repressive); l’assoluta trasparenza nei rapporti con l’Ateneo e i suoi organi; la totale assunzione di responsabilità e chiarezza nel coinvolgimento di colleghi ed altre persone in imprese oggettivamente arrischiate.

Riduciamo in soldoni: chi si proponga, ammettiamo anche per i più nobili intenti e in nome dei più sacri principi, di tentare imprese che vanno contro il senso comune generalmente condiviso (contestabile quanto sia, ma solo se con intelligenza e responsabilità), deve vagliare i contesti e le modalità di attuazione. Una sezione o circolo di partito o culturale, una sede privata pongono esigenze diverse che non un’Università: che resta comunque un’impresa collettiva, in cui le sacrosante autonomie devono venire esercitate nelle cornici normative date, a garanzia di tutti. Visto che, in gradi diversi, ne risulta comunque un coinvolgimento di tutti. Non si ha il diritto di trascinare l’istituzione e gli altri colleghi, persino se in astratto questi ultimi (taluni fra essi) fossero ritenuti condividenti, in battaglie non conosciute in precedenza né decise insieme. Considerazioni banali e ovvie, difficili da intendersi però da chi proceda per idee astratte o per infatuazioni pseudorivoluzionarie.

Il caso di Teramo ha visto tutte queste cose, e se ne dirà ancora. Mi ero pronunciato per una soluzione diversa da quella poi preferita dalle autorità accademiche: prendevo in conto uno spazio di “libertà di insegnamento”. Posto che il corso di insegnamento è il luogo di maggiore autonomia (pur se non del tutto incondizionata: doverosa essendo ad es. l’informazione alle autorità accademiche almeno in previsione di possibili rischi di sicurezza e ordine pubblico, e a parte la questione del rapporto fra Master e corso), mi era sembrata positiva un’idea del Preside Pepe di lasciar svolgere la conferenza di Faurisson, ma, per venire incontro alle posizioni di gran parte degli altri docenti, di far tenere contemporaneamente un’altra assemblea pubblica di segno diverso. E naturalmente mettevo in conto la necessità di una vigilanza a tutela di ambo le iniziative contemporanee (ma questa sarebbe apparsa indispensabile anche se solo la conferenza Faurisson fosse stata comunque attuata in Facoltà) da parte di docenti, studenti e “altri”: che non voleva dire, secondo le farneticazioni, chissà chi – il Mossad? –, bensì amministrativi, cittadini, elementi di pubblica sicurezza. Per la verità, tutto ciò prima di aver messo a fuoco, con l’aiuto dei testi che sopra ho menzionato, il carattere filonazista dell’attività di Faurisson, come pure la situazione di trascuranza di normative essenziali, nella gestione del Master “Enrico Mattei”, da parte del “coordinatore”.

Il lungo discorso sin qui svolto può persino apparire superfluo: in verità, a Teramo l’esito fattuale della vicenda (con il “commissariamento” e poi il non rinnovo del Master “Enrico Mattei”) è stato determinato dalla presa d’atto di una situazione obiettiva che ha “assorbito” e relegato in secondo piano, almeno a livello di Facoltà, il problema dell’iniziativa Faurisson.

Non temo di apparire ripetitivo circa quanto espresso in termini generali: pur se questa iniziativa fosse stata al di sopra di ogni dubbio, qualora, nel portarla avanti, lo dico certo solo per metafora, “si fosse fuggiti con la cassa” o “si fosse uccisa la vecchia zia”, le istanze universitarie competenti, nel nostro caso il Consiglio di Facoltà, avrebbero proceduto in base a questi fatti. I quali, nel caso concreto, sono stati rappresentati dalla complessiva mancata osservanza delle normative di gestione dei Master. E non vi sarebbe stata (ipotetica) eccellenza dell’intrapresa per poter far sì che chi avesse sale in zucca, qualunque la sua valutazione ideale della questione, passasse sopra una simile situazione. Chi portasse avanti l’iniziativa in tali condizioni, non potrebbe che accusare se stesso, senza giovamento alcuno da vaneggiamenti o comunque discorsi su complotti, poteri forti, ecc. Perché nessuno può esser tenuto, quantomeno, e per restare solo sul piano giuridico, ad accollarsi responsabilità amministrative in un quadro come quello accennato.

3. Un discorso molto ampio: dai problemi generali e di principio, che hanno ispirato le reazioni favorevoli di taluni (comprensibilissime, ma prive di riflessione e informazione), ci siamo avvicinati al concreto, che porta inesorabilmente a rovesciare la valutazione sul caso Faurisson a Teramo.

Purtroppo, dobbiamo ora inoltrarci su un terreno impregnato di fanghiglia. Aginform (ripetiamo, fuori da ogni decisione collettiva) ha pubblicato scritti che non si esita a definire degradanti: non per chi affonda a quel livello (“lo stile è l’uomo”, Buffon), ma certamente per chi li ha accolti, senza (deve pensarsi) lettura né riflessione.

Il carattere triviale e la volgarità di molti tratti non meriterebbero risposta. Siamo persino entro il limite del codice penale e, per l’Università, di quello disciplinare. Purtroppo qualcosa bisogna però dire, sia per quanto riguarda la parte, inanemente offensiva, dedicata alla mia persona, ma gravemente lesiva nell’ambito di una redazione collettiva, sia per la parte, altrettanto insultante, che riguarda la compagna Adriana Chiaia: l’interesse fondamentale è che non devono circolare senza rettifica distorsioni di fatti e totale disinformazione.

Una pretesa replica del “coordinatore” al mio scritto del 26 giugno 2007: che replica agli argomenti non è, bensì rappresentazione alterata e ritagliante di comportamenti e motivazioni ascrittimi, tormentone di vituperi, volgari e deliranti insinuazioni complottistiche, ricostruzioni e interpretazioni farneticanti, sforbiciate a proprio uso in pregiudizio dei fatti complessivi avvenuti in Facoltà di Scienze politiche a Teramo. E una pretesa risposta ad Adriana Chiaia, anch’essa di basso conio e pesantemente offensiva, costellata come sopra di ricostruzioni fantasmagoriche e di vere e proprie allucinazioni, nonché di “valutazioni” politico-morali che riflettono solo la psiche del “coordinatore”, addirittura con l’infiorettatura di un’ignobile espressione razzista. Ormai, del “coordinatore”, è disponibile un ampio florilegio di scritti di tale stampo su persone varie, che a mio modo di vedere attestano una scabrosa compatibilità con la convivenza universitaria e che, in quanto diffusi, potrebbero comportare le dovute conseguenze.

Ribadisco, non si intende farsi inzaccherare da questo fango, ma per quanto riguarda la parte di Aginform che ha dato accoglienza va detto fermamente che si è trattato di azione inammissibile, cui mai si sarebbe dovuto dar corso, non per ragioni di merito, ma proprio per il tono, lo “stile”, lo sragionamento continuo delle pretese repliche, tanto più ai danni di uno dei redattori e di una collaboratrice abituale, una compagna valorosa per i suoi scritti e le sue battaglie, meritevole di attenta considerazione e di assoluto rispetto, pur nell’eventuale dissenso su singoli aspetti. L’operazione appare “suicida” per una redazione collettiva ed è assolutamente irriguardosa per i lettori, che ne escono totalmente disinformati e nell’impossibilità di comprendere ciò di cui si parla e quanto è realmente avvenuto a Teramo.

Quel che è avvenuto risulta da verbali di Facoltà, e non può venire “sbocconcellato”, come invece si trova rappresentato nelle sedicenti “repliche”. Sintetizzo per il lettore.

La vicenda Faurisson, per una cui valutazione sotto i vari profili mi sono sforzato di fornire un contributo, insieme a tutti i risvolti che potrebbero venire ritenuti rilevanti nell’aspetto dei comportamenti di un “pubblico dipendente”, è ormai di competenza degli organi centrali di Ateneo, e non sono in grado di sapere che sviluppo vi potrà essere.

La Facoltà di Scienze politiche non se ne è in definitiva formalmente occupata. Infatti, senza dubbio in seguito agli svolgimenti concreti dell’episodio Faurisson, ma con valenza anche autonoma e più generale, è emerso, sulla base di inconfutabile e non confutata relazione ufficiale del Preside, come la gestione del Master “Enrico Mattei” sia avvenuta al di fuori di normative obbligatorie per strutture pubbliche, al di fuori, per l’aspetto fondamentale, della prescritta gestione collegiale: il Consiglio scientifico completamente ignorato ed esautorato, le principali decisioni didattiche e finanziarie sono state prese senza di esso, e secondo le risultanze del Preside pure la documentazione “ufficiale” dell’attività del Master è del tutto carente. Sostanzialmente, una gestione individuale, per così dire casereccia, come tale radicalmente illegittima. A ciò non può opporsi l’obiezione puerile dell’esistenza eventuale delle più diverse violazioni nel quadro della vita universitaria.

Questa illegittimità generale è situazione dall’esito categorico ed insuperabile. Il Consiglio di Facoltà non ha potuto che prenderne atto e, di conseguenza, al solo fine di consentire la conclusione del ciclo 2006/07 del Master nell’interesse degli studenti, ha nei fatti “commissariato” il Master stesso, inserendo nel Consiglio scientifico di questo tutti i professori di prima fascia della Facoltà, con l’indicazione esplicita che ciò avveniva “in vista della sostituzione del coordinatore”. Non si tratta qui di provvedimenti sui comportamenti di questo, come già detto di competenza rettorale, e certo in tale sede corredati di specifiche garanzie, bensì di semplici decisioni amministrative sulla gestione e gli affidamenti di funzioni nel Master che, per l’aspetto formale, sono di competenza del Consiglio di Facoltà e necessitano solo di una relazione (nel caso, del Preside) e di un libero dibattito, incluso ovviamente in prima linea il “coordinatore”, il quale ha potuto sempre ampiamente esprimersi (pur se lo ha fatto senza incidenza sulle questioni veramente al pettine). E’ pacifico che, al momento del voto sulla sorte del “coordinatore”, questi, si ripete dopo avere espresso le proprie ragioni, dovesse uscire. Ma anche su ciò il “coordinatore” ha facilitato il compito del Consiglio di Facoltà, dato che si è lasciato sorprendere nell’atto, gravemente scorretto e autolesionistico, di registrare clandestinamente la seduta: la scoperta ha con evidenza reso ancor più perentorio l’invito a lasciare l’aula (e ovviamente a colorire una volta di più quella che io chiamo l’“inaffidabilità” del tutto).

Nella seduta successiva, convocata per decidere circa la situazione del Master per il 2007/08, la decisione non sarebbe potuta che essere rigorosamente consequenziale alla precedente: nel caos amministrativo, non certo risolto, e con l’invito alla sostituzione del “coordinatore”, sarebbe stato fuori del mondo pensare a un rinnovo del Master (e poi, consecutivamente, alla conferma del “coordinatore”…). Questo è il motivo essenziale della “chiusura” del Master “Enrico Mattei” e a questa motivazione, non ad altre, espressa da me in Consiglio di Facoltà e verbalizzata, si deve il mio voto di adesione alla non prosecuzione del Master. Chi vuole usare l’Università, lo ho già detto, fosse anche per il più elevato degli obiettivi (pur al di là di possibili dubbi, che il Consiglio di Facoltà nel caso specifico non ha però avuto bisogno di dibattere in modo conclusivo), deve farlo nel rispetto delle normative pubbliche e del complesso di condizioni che servono a garantire tutti. Non è senza rilievo notare per l’ennesima volta che questo motivo non è aggirabile ed è completamente sufficiente. Forse non è peraltro neppure inutile aggiungere (ripeto: si tratta di un’aggiunta per sé del tutto superflua) che qualunque tentativo di difendere le posizioni del “coordinatore” sarebbe, ed è, stato reso impossibile da tutto il modo di agire del “coordinatore” stesso, dalle sventagliate di insulti gratuiti che abitualmente diffonde, dai comportamenti scorretti e inadeguati tenuti nelle sedi istituzionali e decisionali.

Per ultima informazione: le decisioni prese sono opera non di qualche “malvagio” passato dall’altra parte (non esiste “altra parte” di fronte all’avventatezza e alla poca accortezza con cui si conducono certe imprese), bensì di un Consiglio di Facoltà di circa trenta componenti che, in ambedue le sedute, ha votato all’unanimità dei presenti, salvo ovviamente l’interessato. Senza che, di fronte all’indiscutibile situazione obiettiva, possa rilevare un processo alle intenzioni – per vero, sempre inammissibile formalmente nel quadro di un organo collegiale – di chi ha votato in accoglimento della irrefutabile proposta del Preside.

Si cerchi di riflettere. Se vogliamo trasferire il ragionamento sul piano politico, di chi dall’insieme dei fatti possa aver tratto vantaggio, si è trattato in questo caso, a parte elementi fascisti locali, senza dubbio (purtroppo) della parte sionista: un esito peraltro che risale esclusivamente al complesso di comportamenti e azioni improvvidi di chi, oltretutto dopo aver dato calci a destra e a manca, si avventa in battaglie comunque discutibili e arrischiate senza il minimo rispetto dei contesti.

Aldo Bernardini

19 settembre 2007

Per Paolo Pioppi e Roberto Gabriele

Il nostro non è spirito di rottura, ma esigenza di chiarezza, nonché di rispetto, fra compagni.

Non vogliamo neppure che diventi una “questione di Stato” una vicenda che a lume di ragione appare piuttosto miserella.

1. In un giorno imprecisato di settembre 2007 la redazione collettiva di Aginform (Adolfo Amoroso, Aldo Bernardini, Luciano Bronzi, Amedeo Curatoli, Antonio Di Simone, Roberto Gabriele, Paolo Pioppi) è stata cancellata. Resta solo il nome di Adolfo Amoroso quale “factotum” pratico e punto di contatto, funzione da lui esercitata anche prima.

Un’operazione del genere, che evitando ogni reticenza attribuiamo a Paolo Pioppi e Roberto Gabriele, è avvenuta senza discussione e senza neppure avvertire gli altri componenti della redazione, i cui nomi sono stati per anni dati al pubblico. Si tratta dunque di un’operazione senza possibilità di dubbio scorrettissima e inammissibile.

2. Alla base del mutamento starebbe una difformità di valutazione sul caso Faurisson all’Università di Teramo.

In realtà, se ben si leggono le posizioni espresse, la divergenza è marginale, purché non si ceda a suggestioni esterne. Essa riguarda lo scarto fra comprensibile valutazione in astratto (in funzione antisionista, di sostanziale appoggio all’iniziativa Faurisson, così Pioppi e Gabriele), da un lato, e, da altro lato, inevitabilmente differenziata valutazione dipendente da conoscenza precisa degli elementi concreti della vicenda: dal carattere filonazista di Faurisson alle situazioni specifiche di un ambiente particolare come un’Università e, in specie, l’Università di Teramo, nonché con riguardo ai personaggi implicati (quindi, con le riserve espresse da Bernardini, docente dell’Università di Teramo, e successivamente anche da Curatoli).

Non vi è pertanto divergenza sulle questioni di principio, per cui nella vicenda molto appare pretestuoso e sensibilmente determinato da fattori esterni alla redazione.

Non è comunque accettabile che su date questioni e vicende importanti venga affermata da taluno una linea che dovrebbe imporsi a tutti senza discussione (e che dovrebbe venire seguita “al millimetro” addirittura sulla base di capacità divinatorie, muovendosi tutti sull’orma di umori e posizioni assunti per conto proprio da uno o due membri, per quanto importanti, della redazione).

3. Ciò che supera però ogni limite è che Aginform, sempre per decisione di uno o due, ha pubblicato due scritti di un elemento esterno alla redazione privi di ogni valenza politica e infarciti di insulti e affermazioni deliranti. E’ qualcosa che degrada la testata.

Siccome ciò è avvenuto, per sovrappiù, quando la redazione collettiva, inclusi i nostri nomi, figurava ancora per il pubblico, e quindi con il coinvolgimento delle nostre persone, riteniamo nostro assoluto diritto la pubblicazione di un testo contenente la nostra dissociazione, possibilmente la replica di merito e la smentita e rettifica degli elementi di totale disinformazione propalati nei due scritti citati.

Il rifiuto di ciò e persino di un incontro attesterebbe la debolezza delle posizioni di chi ritiene di rappresentare da solo Aginform.

Se a questo non si pervenisse, dovremmo concludere che Aginform sarebbe caduto in una situazione di miseria morale, culturale e politica assoluta.

Saluti.

Aldo Bernardini

Amedeo Curatoli

Roma, 16 ottobre 2007

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