COMMENTO ALL’ARTICOLO CONTRO TOGLIATTI di Amedeo Curatoli

Il mio articolo contro  il “Migliore” ha suscitato un interessante dibattito su Face Book. Esso ha involontariamente (e per me anche inaspettatamente) rivelato che vi sono molti (potrei dire anche moltissimi) compagni che si appassionano alla nostra storia di comunisti italiani. E non potrebbe non essere così: se vogliamo riprendere il cammino della rivoluzione (siamo in centinaia di migliaia a volerlo) dobbiamo fare un bilancio corretto della nostra storia: se ci proiettiamo verso il futuro siamo obbligati a mettere in ordine il  passato, e nel nostro passato c’è Togliatti. Alcuni compagni, professori di marxismo, usando un’espressione di falsa modestia dicono di sentirsi pigmei assisi sulle spalle di giganti (quante volte abbiamo udito  Bertinotti pronunciare questa frase…). Ebbene, questi professori pigmei includono, incredibilmente, fra i giganti del comunismo, anche  Togliatti.

Ma fu vera gloria Togliatti? Noi siamo i posteri, quindi  a noi l’ardua sentenza. Sono trascorsi 54 anni. Per usare un’efficace espressione del filosofo tedesco Gadamer, poniamo la teoria dinanzi al tribunale della prassi e vediamo che cosa è diventata oggi l’Italia: una repubblica nata dalla Resistenza che ha ai suoi vertici i fascisti. Non è il colmo? E quando parlo di fascisti non dico dello squalo di Arcore, ma di autentici squadristi come La Russa ministro della Difesa o Fini, Presidente della Camera -discepolo prediletto, quest’ultimo, di Almirante, fucilatore di partigiani, sottosegretario nella Repubblica di Salò. Non basta forse solo questa considerazione a mettere in discussione tutta l’impalcatura togliattiana? A me basta. Ai professori di marxismo no. Costoro hanno un talento particolare: rendono difficili le cose facili e definitivamente incomprensibili le cose complicate.

Sicuramente, nel 1956, sarebbe stato più difficile di ora orientarsi su cosa stesse effettivamente dicendo Togliatti dalla tribuna dell’VIII Congresso e nutrire dubbi sul suo conto. Appariva una cosa estremamente complicata perché il Migliore era stato amico personale del grande Stalin, aveva vissuto in  Urss durante il periodo eroico dell’edificazione del socialismo, fu lo spettatore diretto della disfatta dell’hitlerismo ad opera dell’Armata Rossa. Come si poteva dire, 54 anni or sono, a cuor leggero, “Togliatti è revisionista”? Era più probabile che i compagni dicessero: “Forse Togliatti ha ragione”. Ma oggi, come dobbiamo ragionare? Dopo l’VIII Congresso, egli è stato smascherato, non solo dai pochi marxisti leninisti che avevano già capito Togliatti (e a loro dovrà andare un solenne, meritato riconoscimento quando l’Italia sarà socialista), egli fu smascherato dal Partito Comunista Cinese in due celebri opuscoli che conservano tuttora una loro attualità. Quelli che dicono di sentirsi “pigmei” se le vanno a scegliere loro le spalle su cui arrampicarsi. Ed evidentemente per questi “pigmei” il Partito Comunista Cinese non era un buon punto di osservazione sufficientemente elevato. Stringi stringi l’unico gigante per loro è Marx, come se da Marx in poi fosse stato tutto sbagliato. Quindi ritorno a Marx, come tutti gli opportunisti. ”Marx XXI secolo”. Bisogna ritornare a Stalin, non a Marx. Il popolo sovietico, con alla testa Stalin, ha edificato il primo Stato socialista vittorioso della Storia, ma Stalin è diventato, nella propaganda borghese-imperialista e trotskista  il più sanguinario e criminale degli esseri mai apparsi nel Pianeta, come Hitler. Le canaglie trotskiste,  noi che difendiamo Stalin ci chiamavano “stalinisti”, ora hanno aggiornato il termine, lo hanno reso un po’ più infame, ci definiscono “negazionisti”, pensate un po’. Il problema -ripetiamo- non è Marx, Marx non ha bisogno di essere difeso. Nelle università Usa, il paese più ferocemente anticomunista del mondo, si studia Marx, ridotto ad accademia. E’ Stalin che ha bisogno di essere difeso dalle calunnie imperialiste, borghesi e trosko-ingraiano-rossandiano-togliattiane. Quindi è quanto mai tempestivo e opportuno un ritorno a Stalin.

Ma andiamo al mio articolo: io non ho detto che il Migliore ha affossato la rivoluzione, ho detto: ha affossato il comunismo. Mi spiego, partendo dalla critica di una frase fatta (bisogna sempre diffidare delle frasi fatte): “la storia non si fa con i se”. E perché no? La storia si fa anche con i se. Se esaminiamo un periodo rivoluzionario come fu quello dell’Italia all’indomani della seconda guerra mondiale, un periodo in cui la storia procedeva con la velocità della locomotiva perché era  ricca di colpi di scena e tutto poteva accadere, non è forse lecito, studiando la documentazione dell’epoca,  farsi un’idea concreta di come sarebbero potute andare le cose se un’opzione politica rivoluzionaria (per esempio la linea Curiel- Secchia a proposito dei CNL) fosse prevalsa sulla linea opportunista (come risulta inoppugnabilmente -ripetiamo- dai documenti storici) di Togliatti? Ma già farsi un’idea non significa ancora assegnare un inevitabile destino di vittoria o di sconfitta alla rivoluzione. Nel Pci esisteva un dibattito forte, vi erano in esso divergenze serie, le quali, anche se non assunsero mai la forma di chiari contrasti di principio, lasciavano comunque aperto il campo a qualsiasi possibilità. Il fatto di cui siamo assolutamente certi, invece,  è il carattere strategico e malauguratamente irreversibile (lo ha dimostratola storia) che assunse la svolta antileninista di Togliatti, svolta “solennemente” sancita  dall’VIII Congresso del PCI. I migliori cervelli teorici, per così dire, si misero al servizio di questa svolta: Valentino Gerratana, in un saggio di 20 pagine pubblicato da Rinascita dal titolo “La teoria marxista dello Stato e la via italiana al socialismo” facendo una quindicina di citazioni da Marx ed Engels, accuratamente scelte, intendeva dimostrare che si può conquistare il potere dello Stato per via parlamentare. Egli percorse il cammino inverso rispetto a Lenin: anche Lenin, in Stato e Rivoluzione, cita Marx ed Engels, ma proprio per denunciare, con il conforto dei fondatori del socialismo scientifico, l’opportunismo di chi nega la via rivoluzionaria sulla questione dello Stato. Lenin -ha l’audacia di affermare Gerratana- disse, sì, che “la rivoluzione violenta è il mezzo per passare dallo Stato borghese allo Stato proletario”, ma attenzione!, “egli (cioè Lenin) non dimentica di aggiungere che questa è una regola generale”, e quando le regole sono generali e non assolute esse implicano anche delle eccezioni, anzi, scrive il Nostro ”lo stesso rapporto di regola a eccezione non può che essere storicamente relativo, e non ha valore di principio: circostanze di fatto possono trasformare la regola in eccezione e viceversa”. Ecco, come si può agevolmente vedere, qui siamo al gioco delle tre carte.

Togliatti sistemò la questione di Stalin in maniera meno brutale e violenta di Krusciov. Ma facciamo una piccola premessa: tutti gli opportunisti e i controrivoluzionari di ogni genere e specie, a partire dalla Rivoluzione francese, hanno demonizzato i giacobini, e i comunisti del XX secolo sono stati spregiativamente paragonati ai giacobini. Il grande Lenin, invece, era fiero di questo paragone. Nel 1904 egli definì il socialdemocratico rivoluzionario come “il giacobino legato indissolubilmente all’organizzazione del proletariato, consapevole dei propri interessi di classe”.

Togliatti invece, per dare maggiore dignità alle criminali calunnie kruscioviane, sentite che cosa disse:

Lo sviluppo della società socialista in URSS…avvenne in modo tale per cui ebbe una importanza particolarmente grande la direzione politica da parte di una minoranza (!!!). I comunisti sovietici furono una specie di giacobini della rivoluzione socialista..se non si considera tutto  questo gli errori commessi da Stalin possono sembrare incomprensibili”.

Questa è una dichiarazione infame  e falsa. Infame, perché è nella tradizione della demonizzazione dei giacobini, ed è una critica che oltre a Stalin, si estende anche a Lenin.  Falsa, clamorosamente falsa, perché non è vero che i bolscevichi fossero una minoranza. Dal febbraio all’ottobre del 1917, in appena 8 mesi, i bolscevichi diventarono via via maggioranza nei due principali Soviet di Pietroburgo e Mosca, diventarono maggioranza fra le truppe dell’esercito zarista in disfacimento, diventarono maggioranza nei Soviet che i contadini poveri andavano costituendo nei più sperduti governatorati della Russia zarista. Il fatto che un partito, in soli 8 mesi, da esigua minoranza di una nazione e di un paese sconfinato, sia diventato forza politica di maggioranza è il miracolo della rivoluzione, è il miracolo di tutte le rivoluzioni, quando il popolo diventa per davvero, effettivamente  “sovrano”  non perché si esprime nel “segreto” delle urne ma perché impugna le armi. Nelle società classiste le elezioni sono il classico terreno della turlupinatura della “sovranità popolare” perché l’apparato egemonico, poliziesco e chiesastico appartiene alle criminali elites dominanti, ai nemici e agli sterminatori sanguinari del popolo, i quali fingono sempre, sistematicamente, di essere delle immacolate pecorelle pronte a predicare contro “la violenza”. Un partito comunista compie il  miracolo di divenire forza egemone quando  si rivela all’altezza dei compiti storici che la rivoluzione esige che siano risolti con decisione, fermezza, realismo. E il partito bolscevico si preparò per 20 anni al suo appuntamento con la storia. E’ infame, la dichiarazione di Togliatti, anche in riferimento all’edificazione del socialismo, perché ripete la solfa -pur senza dirlo esplicitamente- dell’industrializzazione forzata e della socializzazione coatta dell’agricoltura. Se in Unione Sovietica avesse governato una “minoranza giacobina” quel grande Paese non sarebbe diventato una grande potenza, il popoli sovietici delle varie nazionalità non si sarebbero stretti e uniti sotto la direzione politica e militare dei bolscevichi di Stalin per  distruggere gli eserciti di Hitler , e l’Armata Rossa non avrebbe salvato l’Europa e l’umanità dalla barbarie nazifascista. Vergogna a Togliatti, dunque, che ancorché di quei  “miracoli” fosse stato il testimone oculare diretto, ha fatto propria l’accusa socialdemocratica ai bolscevichi di essere una minoranza giacobina.

Amedeo Curatoli

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