La crisi infinita di Giuseppe Amata


 

1. Mi perdonerà il lettore se inizio quest’articolo riportando una breve citazione dalle conclusioni di un mio articolo di quasi due anni addietro (Sullo stato della crisi e sulle misure d’intervento 18-12-2008) pubblicato in www.Resistenze.org; www.Contropiano.org:

<<Per concludere mi sento di dire considerando lo stato della crisi: avanti, il capitalismo mondiale a guida Usa, spingendo il processo della globalizzazione, non può andare; indietro, in direzione del protezionismo, non può tornare; in questa situazione esso combatte disperatamente non solo contro le forze antagonistiche che lo vogliono rovesciare ma anche contro se stesso; se vince ci sarà un cambio di leadership al posto degli Usa; se perde si avvierà nei fatti una fase di transizione verso una nuova formazione sociale>>.

Forse questa affermazione, allora, sembrava apodittica. Il tempo penso che ne abbia dato la dimostrazione.

Che la crisi non si stia rivelando passeggera, nonostante gli ottimismi dei gruppi dirigenti dei diversi paesi capitalistici e delle istituzioni economico-finanziarie più rappresentative (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Federal Reserve, Banca Centrale Europea), i quali già dagli inizi del 2009 vedevano la fine del tunnel, smentendosi quindi continuamente è ormai assodato; che la crisi non è una semplice crisi ciclica del modo capitalistico di produzione e non sono servite né l’inasprimento delle misure neo-liberiste per scaricare sempre dippiù la crisi sulle masse popolari (vedi l’azione dei governi dell’Unione Europea e della Commissione Europea), né i pallidi accenti di tipo keynesiano (sarebbe meglio dire contraffazioni keynesiane per tutelare la dignità scientifica di un pensatore borghese che voleva salvare il capitalismo!) come a volte si riscontrano nella politica economica di Obama, è altrettanto assodato.

Infatti ancora non si scorge nessuna via di uscita: la disoccupazione cresce a ritmi vertiginosi, e non solo in Europa, ma anche negli Usa; l’indebitamento degli Stati aumenta costantemente sia per le notevoli spese militari sia per i salvataggi dei grandi monopoli in crisi; il Prodotto interno lordo tendenzialmente ristagna o se aumenta, vedi Germania dell’ultimo trimestre non ha nulla a che vedere con l’avanzata di alcuni paesi emergenti come Brasile, India, Vietnam e soprattutto Cina (il Pil cinese quest’anno supererà il 10% rispetto ad un tetto del 8/9% programmato), come risultato della legge formulata da Lenin sullo sviluppo economico diseguale. Ma la presenza tra i paesi emergenti di Vietnam e Cina guidati dai rispettivi partiti comunisti, i cui propositi a lungo termine sono di realizzare una formazione sociale socialista complicano al capitalismo mondiale ulteriormente la difficile situazione.

Ma atteniamoci ai fatti accaduti o che potrebbero accadere senza scivolare, per il momento, su considerazioni di tipo ideologico.

E’ chiaro che il capitale transnazionale è portato ad andare laddove il saggio di rendimento (uso questa dizione perché ingloba profitto e interesse) è più alto: quindi sarebbe portato ad andare in Cina e tra l’altro le ultime disposizioni economiche governative cinesi vogliono agevolare la presenza dei capitali stranieri. Questo economicamente rafforzerebbe la Cina come potenza mondiale ed ovviamente indebolirebbe gli Usa e le altre potenze e pertanto esse non lo vogliono e frappongono ostacoli alla crescita cinese inventandosi tematiche di scontro sui “diritti umani”, sulla “questione tibetana” e su quella “del Singhiank-Uigur”, dove il terrorismo delle bande del Dalai Lama e delle altre organizzazioni separatiste islamiche è spacciato (a differenza che in Iraq ed Afghanistan) per “giuste rivendicazioni di minoranze nazionali”. Insomma il capitale transnazionale secondo la sua vocazione è portato a comportarsi come il maschio della mantide religiosa che per la continuazione della specie si va a sacrificare nell’abbraccio amoroso. Vale a dire, fuor di metafora, è in grado il capitale transnazionale, lasciato libero dal governo politico degli Stati capitalistici, di trasformare la società cinese in un’economia capitalistica?

Questo era il senso della mia precedente affermazione e penso che sia un interrogativo storico, per il quale, se ce ne fosse ancora bisogno di spiegazione, vorrei aggiungere quanto segue in questo articolo.

 

2. Il capitalismo come sistema mondiale si dibatte anche in questa contraddizione. Analizziamola più approfonditamente, verificando la direzione di marcia della Cina, là dove è già avviata la discussione sull’impostazione dell’XI piano quinquennale (2011-2016) che sarà approvato nella seduta ordinaria dell’Assemblea Popolare Cinese nel marzo 2011, secondo le direttive che per l’occasione darà il CC del PCC. Le linee generali del prossimo piano quinquennale dovranno realizzare i seguenti dichiarati obiettivi: a) ridurre le differenze economiche e territoriali tra le regioni dell’est e costiere da tempo già sviluppate e quelle del settore centro-occidentale, in via di sviluppo da circa un decennio; b) ristrutturare le vecchie zone industriali del nord-est; c) migliorare gli interventi in agricoltura là dove ancora vive e lavora la maggioranza del popolo cinese; d) ridurre le sperequazioni dei redditi ed attenuare le differenze tra classi e strati sociali; e) garantire la sicurezza sociale, sanitaria e scolastica a tutto il popolo; f) ridurre sensibilmente l’inquinamento che molti problemi ha creato negli ultimi vent’anni e sviluppare le fonti energetiche alternative ed a basso consumo entropico.

L’attuazione di questi obiettivi permetterebbe di superare le distorsioni che si sono realizzate con la crescita vertiginosa del paese, protesa a realizzare  a breve e medio termine un’”economia socialista di mercato” ed a lungo termine (entro la prima metà del secolo) la prima fase della formazione sociale socialista per assicurare ad ogni cittadino il benessere sociale.

Questo lungo cammino, se mantenuto e rispettato negli intenti socialisti, assesterà un colpo decisivo al capitalismo come sistema mondiale. Diversamente, se prevarrà la metafora della mantide religiosa, il centro del capitalismo mondiale non sarà più negli Stati Uniti d’America, ma in Cina. Ed al riguardo gli ultimi dati trimestrali del Pil mondiale attestano che la Cina si avvia a diventare la seconda economia del mondo, superando il Giappone, ed entro dieci anni può superare la stessa America.

 

3. Lo sviluppo economico del capitalismo, ci ricorda la storia, non è avvenuto solo con la concorrenza economica tra imprese, sia quella della prima fase, sia quella oligopolistica e monopolistica della seconda fase, sia quella transnazionale (o della globalizzazione come volgarmente si dice!) che riguarda la nostra epoca. Il capitalismo ha superato le sue contraddizioni soprattutto con le guerre o per meglio dire l’esito di un conflitto bellico ha allargato i mercati e l’influenza politica del paese vincitore (e all’interno di esso si è arricchita la borghesia finanziaria, mentre le briciole sono andati ai cosiddetti ceti medi), mentre ha sprofondato nella miseria il paese sconfitto (le cui classi popolari hanno pagato il maggior prezzo, mentre la borghesia ha legato i suoi interessi a quelli del paese vincitore). Nel paese sconfitto, nell’imminenza della disfatta, spesso un nuovo partito borghese ha preso il posto di quello precedente nella direzione dello Stato, con la promessa di realizzare la pace, subendo le condizioni dei vincitori: dal trattato di Sedan del 1870, al termine della guerra franco-pussiana, ai XIV punti del trattato di Versailles nei confronti della Prussia al termine del primo conflitto mondiale, fino all’imposizione degli accordi monetari di Bretton Woods a Germania e Giappone dopo la resa firmata da questi paesi al termine del secondo conflitto mondiale. Il nuovo partito dominante nei paesi sconfitti ha posto le masse di fronte all’aut aut: o accettare la capitolazione pagando i debiti di guerra o la repressione: come avvenuta a Parigi nel 1871, dopo il trionfo della Comune; in Germania nel 1919 ed in Italia a partire dal 26 luglio e poi con l’8 settembre 1943 e (dopo la parentesi della Resistenza e dei primi governi unitari) con la formazione del governo De Gasperi nel 1947 e dell’entrata del paese nella Nato.

Da questa angolazione visuale si può dire che nella fase storica odierna gli Usa, Israele e la stessa Unione Europea hanno aumentato gli investimenti bellici e si sono impegnati in conflitti esterni, violando i principali costituzionali (vedi Italia, Germania e Giappone), con la presenza di truppe in Iraq ed in Afghanistan. Ma non paghi, Usa e Israele soprattutto cercano il casus belli per scatenare un conflitto nucleare preventivo (in Iran, Corea del Nord od altro paese, come ammonisce Fidel Castro) e modificare le aree di influenza economiche a loro favore (in particolare materie prime come petrolio e gas) o contenere i paesi emergenti e la stessa Russia, per la quale attraverso le rivoluzioni colorate  si è cercata una ulteriore disgregazione statuale di questo paese dopo la disintegrazione dell’Urss e si prepara un accerchiamento militare dei confini col dispiegamento delle basi militari più sofisticate.

Ma le intenzioni non sempre si realizzano, anzi i risultati spesso sono opposti tant’è che Hitler  non avrebbe mai pensato di trovarsi quattro anni dopo l’aggressione militare all’Urss le truppe sovietiche dentro Berlino. Lo stesso potrebbe succedere agli Usa ed agli equilibri che hanno tracciato in Medio-oriente ed in Asia.

Per quanto riguarda, invece, la concorrenza economica intercapitalistica essa si intensifica nel settore monetario, con la caduta in questa fase dell’euro nei confronti del dollaro, diversamente da quanto avveniva dall’inizio della crisi (estate 2008) fino all’anno scorso.

 

4. Dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, oltre ad osservare i conflitti economici e militari, dobbiamo considerare anche gli stravolgimenti ambientali che esso ha determinato, alterando i cicli naturali dell’ossigeno, dell’anidride carbonica, dell’acqua, ecc.; insomma quelli che si chiamano cambiamenti climatici che sconvolgono la vita di molti eco-sistemi terrestri e marini e quindi con una diminuzione della produzione agricola e della pesca, con il risultato che decine di milioni di esseri viventi migrano per la sopravvivenza, in seguito alle guerre ed alle calamità naturali o muoiono per fame e per malattie.

L’inquinamento del nostro tempo è il risultato del capitalismo e diminuirà con la trasformazione del modo capitalistico di produzione. Ultimo esempio di disastro ambientale è quello provocato dalla BP al largo delle coste della Louisiana. Esso dimostra da un lato sia l’avidità della BP nel cercare maggiori profitti senza attuare le più elementari misure di prevenzione e di sicurezza nei processi estrattivi sia il comportamento arrogante dopo il disastro commesso; dall’altro lato l’incapacità dell’amministrazione Obama di fronte al disastro ed ancor peggio la complicità del Senato e del Congresso statunitensi con la libertà d’agire delle multinazionali del settore petrolifero (o di altri settori). Che nessuno mai pensi di limitare la libertà d’agire delle imprese! Ed in Italia ha fatto eco Berlusconi con la richiesta di modificare la Costituzione laddove recita all’art. 41 che <<l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danna alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana>>.

Abbiamo accennato in precedenza all’aumento della disoccupazione e dell’indebitamento pubblico. Clamoroso il caso della Grecia e gli effetti che si determineranno in seguito alle misure antipopolari imposte dal governo socialdemocratico di Papandreu (con la netta opposizione della stragrande maggioranza del popolo, guidato nei continui scioperi e manifestazioni dal Partito comunista e dai sindacati di classe!) per ridurre il deficit pubblico e pagare le rate di prestito concesso dalle banche mondiali. Il blocco degli stipendi nel settore privato e la riduzione del trenta per cento degli stipendi nel settore pubblico, oltre alla riduzione della spesa sociale rappresenta un prototipo da sperimentare nel corpo sociale di l’Unione Europea. Se questo modello prevarrà in Grecia in seguito sarà imposto a tutti i popoli europei. E la Fiat guidata dall’a. d. Marchionne coglie al volo la palla per imporre il modello Pomigliano (oggi in un’area sovraffollata e piena di disoccupati del Sud, domani a Mirafiori!) in violazione di quanto recita la Costituzione sui contratti di lavoro e sulle relazioni sindacali, minacciando di trasferire in Serbia la produzione della Panda, licenziando a Melfi tre operai che avevano scioperato ed impedendo l’esecuzione della sentenza del giudice del lavoro che ne ordinava la reintroduzione nel processo lavorativo. Un atteggiamento non soltanto antisindacale ma fascistico.

 

5. Crisi economica e crisi ambientale ormai si intrecciano sempre dippiù. Se si aggrava l’una si aggrava l’altra. Non si può risolvere l’una senza risolvere l’altra; questa è la differenza tra la crisi attuale e le precedenti. La grande depressione verso la fine dell’Ottocento, fu superata dapprima con l’introduzione del petrolio come fonte energetica al posto del carbon fossile e successivamente con l’ottenimento dei primi derivati del petrolio (materie plastiche). La grande crisi del 1929-33 fu attenuata con il keynesismo e con la corsa al riarmo sfociata nel secondo conflitto mondiale. Ed infine la grande stagnazione e inflazione a partire dalla guerra del Kippur (fine 1973), che sollecitò mano libera alle multinazionali del petrolio e degli altri settori, ridimensionando l’industria pubblica, lo stato sociale ed il dirigismo economico dei governi fu tutta scaricata sulle masse popolari che iniziarono a perdere i benefici raggiunti con le lotte politiche e sindacali a partire dalla fine del secondo conflitto fino agli inizi degli anni ‘70. Non solo, ma la libera iniziativa di un capitalismo senza regole oltre a saccheggiare le masse popolari ha sfruttato al massimo la natura. Dippiù oggi non si può fare: è stato raggiunto il limite in entrambe direzioni, sia in quella sociale sia in quella ambientale, pena l’immiserimento totale delle masse (con la relativa ulteriore caduta della domanda) ed il susseguirsi dei tanti disastri ambientali (compresi quelli che derivano dall’impiego delle armi moderne all’uranio impoverito). Ecco perché la crisi si dimostra “infinita”.

Il socialismo, pertanto, non appare per miliardi di uomini solo una giusta aspirazione all’eguaglianza di fronte alla contrapposizione ricchezza per pochi, povertà per la maggioranza: basti pensare che  secondo una statistica di Moody, alla fine degli anni ’90, i 358 più ricchi del mondo avevano un reddito pari a quello del 45% dell’Umanità; nel complesso i ricchi rappresentano una minoranza che scorazza in lungo ed in largo per il mondo con jet privati e panfili di alto cabotaggio, aumentando i flussi entropici. La formazione nell’ambito della borghesia di piccoli strati sempre più ricchi ha comportamento l’indebolimento economico di quella che in America si è chiamata classe media (per i marxisti è la media borghesia|), l’impoverimento della piccola borghesia ed il ritorno del proletariato e delle masse popolari alle condizioni della stretta sussistenza e per tanti anche alla fame, non solo nel Terzo Mondo, ma anche nelle metropoli capitalistiche.

Pertanto, sempre più larghi strati sociali e gruppi dirigenti comunisti e progressisti nei diversi paesi del mondo prendono coscienza che il problema non consiste nella riforma del capitalismo ma nella sua costante trasformazione in direzione del socialismo, come formazione sociale, anzi essa rappresenta una necessità sia per la giustizia sociale sia per la sopravvivenza dell’Umanità.

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