E’ IL COMUNISMO IL FUTURO DESTINO DELL’UMANITA’? di Amedeo Curatoli


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E’ IL COMUNISMO IL FUTURO DESTINO DELL’UMANITA’?

(Dire che il progresso del genere umano è inevitabile costituisce determinismo storico?)

di Amedeo Curatoli

 

Quello che segue è un articolo scritto per La Cina Rossa. Ma la Redazione di quel sito, ancorché si fosse impegnata a pubblicarlo non ha mantenuto -almeno fino ad ora- la promessa.

 

Un sito internet di costituzione relativamente recente, la Cina Rossa, si prefigge il compito di appoggiare il Partito Comunista Cinese e la Cina popolare. Il grande paese asiatico -dicono i compagni della redazione del suddetto sito facendo propria una citazione di Fidel Castro- rappresenta una “speranza” per la causa del socialismo nel mondo. Noi di “lanostralotta” siamo sulla stessa lunghezza d’onde, anche noi difendiamo la dirigenza cinese dall’accusa, mossa da trotskisti e comunisti di svariate sfumature ma tutti ugualmente pronti a levare il dito accusatore, di aver instaurato nel loro paese un regime di capitalismo di stato. Giorni fa La Cina Rossa ha pubblicato un lungo articolo di Roberto Sidoli: “L’effetto di sdoppiamento, l’Unione Sovietica e Stalin”. Quest’articolo costituisce un capitolo del libro “Logica della storia e comunismo novecentesco” che Sidoli ha scritto con Costanzo Preve. La comunanza d’intenti delle due redazioni ci ha spinto a leggere tempestivamente e con attenzione l’articolo in questione. Ma a parte l’eccellente analisi della categoria di “capitalismo di stato” (che è e resterà un grande contributo per capire l’Urss e la Cina), per il resto siamo rimasti un po’ delusi, un po’ perplessi, un po’ in attesa di leggere l’intero libro per capire fino in fondo la posizione teorico-ideologica degli autori. Ma già dalla lettura di  questo solo capitolo del libro  si potranno trarre dal punto di vista del marxismo leninismo alcune considerazioni di fondo.

 

 Sidoli afferma che la periodizzazione storica di Marx ed Engels (comunismo primitivo; modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica; socialismo; comunismo) costituisce un tracciato predeterminato, e che al di là di qualsiasi possibile scarto ogni esperienza storica anomala è costretta comunque a rientrare nel sentiero obbligato delle suddette marce di percorso (comunismo primitivo; schiavismo; ecc.). Ma se  -dice l’autore- fino ad una certa epoca questa visione complessiva del processo di sviluppo  poteva avere una sua validità, dopo il 1883/95 tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici “hanno portato a preferire una diversa concezione generale della dinamica della storia umana”. Quali sono queste nuove scoperte ed avvenimenti? Sidoli non ce lo dice. Egli, che si appresta  ad attualizzare lo schema marxista dell’evoluzione storica delle società umane, non può lasciarci con il fiato sospeso (si tratta pur sempre di correggere Marx!) accennando solo di sfuggita ad eventi e scoperte di cui però non dice nulla, eventi e scoperte di grande importanza, anzi, di tale portata, da rendere ormai superata la precedente visione del mondo a cui noi rivoluzionari siamo “abituati”. Rilevata questa lacuna, vediamo in che cosa consiste la “diversa concezione generale della dinamica della storia umana”. Egli la chiama Effetto di Sdoppiamento. Risalendo agli albori delle civiltà umane -dice- si sono create e riprodotte costantemente, via via, fino ai nostri giorni, due linee e  tendenze socioproduttive di matrice  alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La possibilità che prevalesse una delle due ipotesi dello “sdoppiamento” (classismo o collettivismo) non era (nei millenni passati) e non è (nell’epoca attuale) predeterminata da nessuna “necessità” storica, poiché -secondo Sidoli- l’Effetto di Sdoppiamento non solo esclude qualsiasi forma di determinismo storico, ma fa giustizia anche di ogni  metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano. Sembrerebbe dunque che lo schema interpretativo marxista lungi dall’essere fondato su presupposti di carattere “scientifico” pecchi di  determinismo storico. Leggendo queste cose ci siamo ancora una volta posti una domanda su cui  ci stiamo arrovellando fin da quando il Muro di Berlino è crollato insieme alle “ideologie”, alle “certezze di una volta” e così via: il marxismo è ancora una scienza sociale utilizzabile, oppure, alla stregua dell’aristotelismo (la cui autorità -ipse dixit!- si è fatta pesantemente sentire lungo l’arco di ben 14 secoli) deve essere sostituito da una dottrina più aggiornata?  Per chi scrive, nonostante la catastrofe dell’Urss e tutte le possibili (e legittime) perplessità che si possono nutrire sulla grande Cina, non vi è alcun dubbio: il marxismo continua ad essere una scienza.

 

Come Darwin individuò nella lotta per la sopravvivenza delle  specie animali la chiave di lettura per spiegare le leggi evolutive del mondo della natura, così Marx ed Engels hanno gettato una luce sul groviglio delle vicende storiche svelando le leggi di sviluppo delle società umane. Secondo uno scritto di Zoltan Zigedy (apparso on line e ripreso anche da “lanostralotta”) Marx ed Engels hanno visto, nella creazione del surplus economico, il fattore determinante nella lotta contro la natura e contro le altre organizzazioni sociali rivali. Ed in questa lotta ha avuto un ruolo centrale  e progressivo l’attività di saccheggio e di dominio di gruppi sociali più forti di altri. Un tale motore di dominio e sfruttamento -dice Zigedy- i due teorici del comunismo lo hanno messo al centro della loro analisi dell’evoluzione sociale la quale ultima ha via via prodotto e cristallizzato la divisione del lavoro e la differenziazione in classi (entrambe necessarie ed inevitabili per lo sviluppo del progresso umano). L’affermazione di Sidoli secondo cui in ogni epoca si sono riproposte due alternative: a) collettivismo-linea rossa; b) classismo-linea nera, presuppone l’immaginazione di un ambiente non caotico, un ambiente dove  sarebbe stata possibile la competizione fra due potenziali linee di sviluppo ambedue possibili perché nessuna delle due aprioristicamente determinabile, un ambiente che escludesse l’ “attività di saccheggio e dominio”. Ma siccome i saccheggi e l’assoggettamento di popoli deboli da parte di popoli più forti ed evoluti attraverso guerre, stragi e distruzioni di ogni genere hanno costituito (e costituiscono tuttora) il dato permanente della vicenda storica umana, è davvero arduo ipotizzare che possa aver trovato posto, nei secoli passati, se non in un’immaginazione visionaria, la possibilità che si facesse strada un’alternativa di tipo comunitario-collettivistico. Questa possibilità è apparsa come dato realistico (e non utopico) solo con la nascita del capitalismo industriale.

 

 

 

Qualunque forma di determinismo storico, scrive Sidoli, comporta conseguentemente una visione “metafisica” basata sull’idea che il progresso del genere umano sia inevitabile. Tradotto in altri termini: la periodizzazione marxista (comunismo primitivo, schiavismo ecc.) sfociando necessariamente nel comunismo, cade nella trappola metafisica dell’inevitabilità del progresso. Ma questo, caro compagno Sidoli, lungi dall’essere un limite del marxismo, non ne  costituisce forse l’aspetto più grandioso e rivoluzionario? Marx ed Engels, con il loro appello alla lotta per abbattere il capitalismo, hanno scosso la coscienza degli sfruttati incitandoli ad afferrare il destino nelle loro proprie mani, a farla finita con tutte le filosofie di rassegnazione e accomodamento allo stato di cose esistenti cioè al dominio delle minoranze privilegiate. In quest’appello non vi era nulla di volontaristico ma la certezza assoluta dell’inevitabilità storica dell’avvento delle classi oppresse al potere. Engels  disse che le leggi che governavano la lotta per la sopravvivenza del mondo animale scoperte da Darwin erano le stesse che influenzavano i meccanismi concorrenziali delle società classiste, anch’esse società puramente naturali (cioè animalesche) e che l’evoluzione storica, lo sviluppo che aveva raggiunto la società della sua epoca aveva ormai reso ogni giorno più indispensabile ma anche ogni giorno più realizzabile un’organizzazione cosciente della produzione sociale nella quale si sarebbe ripartito “secondo un piano” e che quando si fosse ottenuto ciò l’umanità sarebbe entrata in una nuova epoca storica che avrebbe preso uno slancio tale da lasciare in una  fonda ombra  tutto ciò che c’era stato prima. L’appello rivoluzionario marxista fu raccolto dal  più grande paese del mondo (la decrepita Russia zarista, ancorché Marx avesse previsto la rivoluzione comunista nei paesi capitalistici avanzati), a cui poi se ne sono aggiunti altri e tra questi la sterminata Cina (la rivoluzione proletaria si “orientalizzò” sempre di più…), paese che conta ora una popolazione pari ad un quinto dell’umanità! Si dirà: ma poi l’Unione Sovietica e l’Est europeo sono miseramente falliti (e sono in molti a dire che la stessa sorte è toccata anche alla Cina). Dunque, che conseguenza ne traiamo: che siccome la Storia ha dei bruschi sussulti all’indietro  bisogna aggiornare il marxismo (che evidentemente non ha tenuto conto di simili drammatiche retrocessioni) ed espungere da esso l’idea dell’inevitabilità del progresso umano? Marx ed Engels, fra gli uomini più concreti apparsi sulla faccia della terra non avrebbero mai forzato “il tracciato” della Storia ponendolo entro i limiti del loro schema interpretativo. Essi fecero l’esatto opposto, e nonostante la Comune di Parigi fosse annegata nel sangue e la rivoluzione in Germania fosse stata sconfitta, essi non persero mai la fiducia nel riscatto definitivo dell’umanità verso cui spingevano le condizioni obiettive del capitalismo.

 La marcia della Storia non segue mai un percorso paragonabile ad una strada sia pure accidentata e piena di curve e di improvvise e arbitrarie diramazioni verso direttrici senza sbocchi. È più calzante la similitudine con un andamento a spirale in avanti (comunismo primitivo, schiavismo ecc), che nonostante implichi catastrofici, inattesi e talvolta inspiegabili ritorni all’indietro, mantiene pur sempre una tensione verso il progresso, verso l’emancipazione.

 

Nel 2010, all’interno delle più avanzate metropoli capitalistiche, si è accumulata un’enorme massa di forze produttive e di ricchezze sociali, di conoscenze tecnico-scientifiche e di know-how che rende subito possibile (possibile non inevitabile) dal punto di vista materiale un modo alternativo di produrre, lavorare e consumare, che rende in altri termini possibile (possibile non inevitabile) la costruzione di una società socialista all’interno del mondo occidentale”. Ecco una delle formulazioni più oscure della teoria dell’Effetto di Sdoppiamento. Che cosa intendeva dire il compagno Sidoli: che all’interno delle avanzate metropoli capitalistiche appaiono più mature che altrove le condizioni per l’espropriazione degli espropriatori attraverso la rivoluzione socialista, oppure che è possibile (anche se non inevitabile) la costruzione di una società socialista all’interno di una società capitalistica? Questa seconda mirifica ipotesi, ammesso che il compagno l’abbia pensata così,  non sarebbe affatto nuova, ripercorrerebbe l’antico illusorio cammino di tutti i riformismi di tutte le epoche, dalle socialdemocrazie europee alla togliattiana via italiana al socialismo, dal “prendiamoci la città” di lottacontinuista memoria, alle assise di Porto Alegre del movimento no-global: tutti questi variegati riformismi, senza alcun dubbio diversissimi l’uno dall’altro perché di diversissime matrici politiche ideologiche e culturali, ma tutti accomunati dalla “pulsione” ad eludere la “terrificante” prospettiva della rivoluzione armata, questi riformismi, dicevamo, hanno sempre sparso a piene mani illusioni su mitiche  alternative di civiltà da conquistare o con i piccoli, ma per carità! concreti, passi in avanti, o con le immaginifiche riforme di struttura o attraverso la creazione dei sovversivissimi “bilanci partecipati”. Tutta roba che ha sempre fatto andare in sollucchero i tipi come il trotskista Bertinotti e i neotogliattiani del Pdci.

 

Il bilancio storico dell’URSS che il compagno Sidoli fa inserendolo nello schema della teoria dell’Effetto di Sdoppiamento ci sembra più fondato su una visione evoluzionistica che non dialettica. Accennavamo all’inizio all’analisi eccellente che l’autore fa  del capitalismo di Stato, che ci fa meglio capire che cosa è stata l’Urss (e che cosa è oggi la Cina) poiché ci dà una messe di argomenti contro i denigratori del socialismo i quali usano, appunto, la categoria del “capitalismo di stato” . Ma questo solo aspetto dell’analisi non basta. Affermava Lenin che la dialettica è la più completa e convincente dottrina dello sviluppo. Lo sviluppo (non solo il sorgere ma anche il declinare dei fenomeni della Natura e della Storia) procede a salti, quando la sostanza di questi fenomeni, per accumuli successivi, cambia radicalmente di segno, e la quantità si trasmuta in qualità. Una visione non dialettica, ma evoluzionistica non ammette le discontinuità, le improvvise trasmutazioni, i salti, ma osserva il procedere dei fenomeni come un flusso continuativo del movimento, per cui  un fenomeno  ne produce un altro per mutazione graduale, senza rotture, senza stravolgimenti, senza -ripetiamo- discontinuità. Queste cose fanno parte dell’abc del marxismo e tutti quanti le conosciamo a memoria, d’accordo. Ma non possiamo applicare il materialismo storico (cioè il metodo dell’analisi dialettica) alle guerre Puniche, tanto per fare un esempio, e diventare evoluzionisti quando si tratta di fare un bilancio dell’Urss, e tra le altre cose è un bilancio, quello dell’Urss, che riguarda così da vicino noi comunisti! Secondo la teoria dell’Effetto di Sdoppiamento vi sarebbe stata nel paese di Lenin e Stalin dal 1930 al 1990, una lotta fra due linee (rossa e nera) il cui esito è  stato poi la definitiva vittoria del capitalismo sul socialismo avvenuta nel 1990. Innanzitutto, se la possibilità dello sdoppiamento è una costante della storia di tutti i tempi, perché in Unione Sovietica si fa cominciare la lotta fra le due linee a partire dal 1930 e non  già dall’indomani stesso della presa del Palazzo d’Inverno? Ma poi, come si fa a non individuare la rottura tanto incredibile quanto drammatica ed inspiegabile costituita dell’avvento al potere di Krusciov che distrusse alle radici tutti i principi del comunismo su cui fino ad allora si erano orientate le rivoluzioni proletarie e l’esperienza di edificazioni socialista sovietica? Il primo atto criminale di Krusciov consisté nel far giungere alla Cia (e in questo senso fu un vero agente dell’imperialismo) il cosiddetto rapporto segreto (rassegna di allucinanti calunnie contro Stalin e contro l’edificazione del socialismo diretta da Stalin) prima ancora di farlo conoscere ai partiti comunisti, con lo scopo di mettere questi ultimi davanti al fatto compiuto. Krusciov, che insieme ad Hitler, a Trotski e a Truman è stata una delle figure più orrende del Novecento, ha operato un vero e proprio colpo di stato; egli ha revisionato dalle fondamenta -ripetiamo- i principi basilari del comunismo;  è stato l’artefice della scissione del movimento comunista mondiale a tutto vantaggio dell’imperialismo americano il quale, da allora, è divenuto sempre più aggressivo e spavaldo;  con la sua campagna criminale di odio implacabile anti-Stalin ha fomentato, da autentico cretino apprendista stregone, le insurrezioni anticomuniste in Ungheria e Polonia. Possibile che Sidoli, che cita il menscevico Isuf (chi era costui?..), il fascista-aristocratico Julius Evola, l’inventore del fattore “k” Ronchey, i nouveaux philosophes e finanche esponenti della Confindustria statunitense, non faccia poi una sola citazione  dalla grande polemica internazionale  che il Partito Comunista Cinese e il Partito del Lavoro d’Albania  intrapresero in difesa dei principi del leninismo, contro il revisionismo kruscioviano? Gossweiler grande storico ma anche militante marxista leninista dell’ex Germania dell’Est, nel suo recente libro “Contro il revisionismo” edito da Zambon, accusa Krusciov di essere stato un trotskista ed un agente dell’imperialismo americano, lo accusa di aver fatto eliminare Togliatti ,Thorez e Viziynsky (che fu il pubblico ministero nei processi di Mosca).  Risulta dagli archivi segreti che chi ha introdotto in Urss la pratica nazista della repressione degli oppositori attraverso l’internamento negli ospedali psichiatrici è stato proprio Krusciov. Quanto alla sua appartenenza al trotskismo vi è la diretta ammissione nell’autobiografia “Krusciov racconta”. Come è dunque possibile fare un bilancio storico dell’Urss senza porre al centro di essa l’opera devastante di questo “Asino di Troia” -come dispregiativamente lo chiama Gossweiler- il quale è riuscito in ciò che è fallito Hitler?

 

                                                                                                                                                                                                        Ci è capitato di ascoltare dei compassati professori di marxismo che, molto divertiti,  rifiutavano, ritenendola una definizione ridicola, la teoria del colpo di stato di Krusciov. E noi crediamo che molti compagni, anche se lontani le mille miglia da insopportabili atteggiamenti accademici di saccenteria e superiorità tipica dei professori di marxismo, sottovalutino o ignorino del tutto, anch’essi, il salto drammatico costituito dalla presa del potere da parte di Krusciov. Senza questo punto fermo, tutte le analisi sull’Urss appaiono davvero un inevitabile deterministico declino iniziato con la Rivoluzione d’Ottobre e terminato con la mafia russa. Le critiche indimostrate ma semplicemente enunciate che il compagno Sidoli muove a Stalin ricalcano inconsapevolmente il rapporto segreto di Krusciov:  grandi errori e crimini imperdonabili” (quali? Non li cita); “eccessi nella prima fase della collettivizzazione” (quali?); “ritmo insostenibile e squilibrato assunto dal primo piano quinquennale” (dove e come si è manifestata la insostenibilità e lo squilibrio?). Ma ve ne sono tre di queste critiche-accuse su cui ci soffermiamo brevemente.

 

A) “Le sanguinose ed insensate purghe del 1936/38”. Non furono “purghe insensate”, si trattò di processi pubblici, in presenza della stampa mondiale. Per l’Italia vi era il Corriere della Sera. Gli imputati furono accusati di alto tradimento e giudicati da un Tribunale Militare, come si fa in qualsiasi paese, capitalista o socialista che sia. Li ha letti il compagno Sidoli i resoconti stenografici integrali dove tutte le parole e tutti i discorsi di quei processi sono stati resi pubblici? Non dovrebbe essere difficile trovarli nelle Biblioteche Nazionali italiane, sono tre volumi editi dalle edizioni in lingue estere di Mosca  (in lingua Francese e Inglese) ed aiutano finalmente e definitivamente  a superare l’equivoco che il trotskismo sia stato una corrente politica. Il trotskismo fu tale fino ad una certa epoca, ma poi si trasformò in una cospirazione volta non solo ad assassinare Stalin (che sarebbe il meno) ma che attuò un patto scellerato con la Germania nazista  attraverso la mediazione di Rudolf Hess, in cui i congiurati si impegnavano, in caso di aggressione, ad aprire il fronte interno per favorire la sconfitta  dell’Urss. A questo prezzo Trotski (o Tukacewsky o chi altri ancora – su chi sarebbe stato il Quisling vi erano forti contrasti all’interno della cospirazione) sarebbe divenuto il docile strumento di una Germania trionfante su un’Unione Sovietica decurtata di gran parte dei suoi territori, in primis dell’Ucraina. Questi resoconti stenografici integrali delle requisitorie e degli interrogatori della Pubblica Accusa, nonché delle risposte e autodifese degli imputati costituiscono uno dei più avvincenti documenti storici del socialismo sovietico che fanno definitivamente giustizia di Trotski e del trotskismo. Tranne i medici che assassinarono Gorki (su ordine di Yagoda che eseguiva una direttiva di Trotski), tutti gli altri imputati rinunziarono agli avvocati difensori ed ebbero diritto di pronunciare, alla fine degli interrogatori e prima della sentenza finale, la loro autodifesa, senza limiti di tempo. Dai loro ultimi discorsi, ancor più che dagli interrogatori, si comprende di che pasta fossero fatti i capi della congiura. Furono tutti rei confessi, ma alcuni imputati si comportarono con dignità e coraggio, altri domandarono la commutazione della pena, alcuni fecero delle penose implorazioni di aver salva la vita, e vi fu tra loro anche chi (non certo i capi Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, Sokolnikov, Bukarin, Rikov e Yagoda) si pentì davvero dei crimini commessi e si dichiarò indegno di ottenere la grazia. I capi non intendevano ammettere i due delitti più scellerati: l’assassinio di Gorki e la collusione con i servizi segreti hitleriani, ma furono smascherati dalle deposizioni precise e puntuali degli altri congiurati. Sapevano tutti di andare a morire, soprattutto gli imputati dei processi del 37 e 38 i quali conoscevano l’esito del processo del 1936: o accettare il disonore ma comportarsi con una certa dignità, oppure negare. Un solo imputato, Yagoda (il numero 2 dei servizi segreti), cercò inizialmente di negare tutto, ma fu messo in ridicolo dagli stessi compagni di sventura. Il comportamento più viscido e astuto fu quello di Bucharin che tentò la carta del dirigente teorico-ideologico della congiura, non pratico, ma anch’egli venne contraddetto dagli altri imputati. Tutti i capi ammisero di aver organizzato su direttiva di Trotski l’omicidio di Kirov e atti di sabotaggio che costarono immensi danni ad alcune strutture industriali ma anche la vita ad operai sovietici. ?Attribuire al processo un significato di “purga”, di vendetta politica di Stalin è una stupidaggine, un falso storico. Siamo in possesso di tutti gli atti del controprocesso-farsa (che tradurremo dall’inglese e pubblicheremo sul nostro sito) che si svolse nella villa messicana di Trotski dal 10 al 17 aprile del 1937 e a cui si prestò -dando prestigio all’evento- il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey. Nella lunga autodifesa che pronunziò per screditare i processi di Mosca, Trotski, al fine di dimostrare la sua estraneità alla congiura, non esitò ad attaccare e talvolta a ridicolizzare uomini come Piatakov, Radek o Sokolnikov che erano stati appena fucilati per aver messo in pratica le sue criminali direttive. Basterebbe solo quest’atto di suprema viltà e nefandezza per togliere a chiunque il desiderio di prendere quest’uomo (se così è lecito chiamarlo) in seria considerazione.

B) “I gravi errori politico-militari commessi nella prima fase della guerra contro i nazisti”. Anche questa è un’accusa fatta sulla falsariga del famigerato rapporto segreto. Krusciov osò dire, impunemente (e davvero non si riesce a capire come sia stato possibile che uomini come Molotov e Malenkov abbiano taciuto), che nella condotta della guerra Stalin era stato “un idiota”. Perciò è particolarmente grave accreditare le vergognose calunnie che questo controrivoluzionario revisionista vomitò su una delle più grandi imprese dell’Urss di Stalin: la vittoria sull’hitlerismo. Nella prima fase dell’aggressione nazista non furono commessi né errori politici né errori militari. Si trattò di un attacco a sorpresa che diede un immediato, iniziale vantaggio all’esercito hitleriano, ma già dopo un mese, nell’avanzata su Mosca, i tedeschi subirono le prime catastrofiche perdite da parte dell’Esercito Rosso il quale distrusse con il suo ottimo armamento e l’eroico spirito di combattimento che lo animava, il mito dell’invincibilità che aleggiava, nell’intera Europa asservita militarmente da Hitler senza colpo ferire, sulla presunta indistruttibilità della potenza militare tedesca. Tutto il peso della Seconda Guerra mondiale gravò sulle spalle dell’Urss per la tattica di Roosvelt e Churchill i quali vennero meno alla promessa di aprire subito il secondo fronte in Europa (che Stalin richiamava –nel carteggio di guerra con Roosvelt- fin dal 1941).

C) “Le direttive impartite al partito comunista cinese tra il 1946 e il 1948 in cui si chiedeva di raggiungere un compromesso al ribasso con Ciang Kai-Shek e l’imperialismo statunitense”. Anche qui ci troviamo in presenza di una critica enunciata ma non dimostrata. Come andarono le cose effettivamente? Ai primi di gennaio del 1949 il “governo” controrivoluzionario di Shang Kai-Shek (che risiedeva a Nanchino) propose all’Urss una mediazione su colloqui di pace con il Partito Comunista Cinese. In quell’occasione vi fu uno scambio di telegrammi (3 di Stalin e 2 di Mao – si trovano su Internet digitando Carteggio Mao-Stalin) da cui emerge nettamente il completo accordo dei due dirigenti comunisti sul carattere truffaldino e fraudolento della proposta del Kuomintang e dell’imperialismo americano che l’aveva astutamente suggerita per guadagnar tempo ed evitare la catastrofe imminente del Kuomintang. Stalin, per motivi tattici, consigliava di non respingere subito l’offerta di colloqui di pace, ma di porre condizioni tali da non farle accettare dal Kuomintang, in modo che fosse quest’ultimo ad apparire, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, il fautore della guerra ad oltranza, e non il PCC.  Ma nel mentre esponeva il suo punto di vista (che fu sostanzialmente accettato da Mao), Stalin aggiunse quanto segue: Vi chiediamo di esaminare i nostri suggerimenti come suggerimenti che non vi obbligano a fare alcunché, e che potete accogliere o respingere. Potete essere sicuri che un mancato accoglimento dei nostri suggerimenti non influirà in alcun modo sui nostri rapporti, e che continueremo ad essere gli stessi amici di sempre” e concluse: “Andate avanti nella vostra gloriosa rivoluzione!”

 

 Ciò che riesce difficile da capire, è come mai, per mettere in evidenza, dopo questa serie di critiche, i lati positivi della direzione staliniana, il compagno Sidoli si serva di uno storico trotskista (nonché militante trotskista fino alla fine della sua vita) come Isaac Deutcher. Costui era accecato, esattamente come Trotski, da un odio implacabile per Stalin. Sicuramente al corrente delle finalità che perseguiva la cospirazione interna all’Urss con le sue imprese di sabotaggio, diversione e spionaggio sotto la direzione di Trotski, egli definì i Processi di Mosca delle “vergognose invenzioni”, e con una notevole malafede ha diffuso la mitologia del “profeta disarmato” (altro che disarmato!) che trae ancora in inganno evidentemente, un gran numero di compagni. Consiglieremmo al compagno Sidoli di leggere una rassegna di tutte le infamie scritte da Deutscher contro Stalin e l’Urss nell’articolo su internet  cliccando  Stalin: slander and truth.

 

Ma quali furono, in ultima analisi gli errori di Stalin? In estrema sintesi si potrebbe rispondere che l’errore fondamentale di Stalin è stato Krusciov, intendendo dire che l’artefice del socialismo sovietico non  giunse ad avere piena coscienza del fatto che il potere illimitato che promanava dalla carica di segretario generale del Partito, potere senza contrappesi, senza meccanismi legali consolidati, un potere tutto affidato alla assoluta e indiscussa carismaticità del capo, questo potere, nonostante i grandiosi successi conseguiti nell’edificazione socialista e nella vittoria militare antinazista, avrebbe potuto rovesciarsi nel suo contrario, cioè essere usurpato da un satrapo controrivoluzionario con un colpo di palazzo, e che  si sarebbe servito di questo immenso, illimitato potere per spazzare via i residui impedimenti alla inversione radicale della direzione di marcia fino allora seguita. Ed  è esattamente ciò che è accaduto con Krusciov. Inoltre, la divinizzazione del capo implicava che fosse addirittura inimmaginabile la sua sostituzione quando era ancora in vita. Per cui il mantenimento della carica a vita può apparirci oggi una pratica monarchico-feudale, una prassi oscurantista assolutamente inaccettabile per un paese moderno (e per di più socialista!) una prassi che, incredibilmente, non tiene conto della naturale ed inevitabile decadenza fisica che può esporre, dato l’immenso potere di comando del “leader massimo”, un’intera nazione ai rischi connessi ad una direzione politica non più energica rigorosa e determinata. La carica a vita, inoltre, drammatizza oltre ogni limite la questione della “successione”, e può addirittura creare le condizioni per l’instaurazione di un sistema dinastico! Ma anche  critiche di questo genere non possono risolversi in astratte accuse, fatte con il senno di poi, alla miopia di dirigenti marxisti leninisti del livello di Stalin o di Mao Zedong. Si è trattato di un limite storico e teorico dell’intero movimento comunista, che ha condizionato drammaticamente sia il destino dell’Urss  che ne è uscita distrutta, sia  della Cina, la quale però, per la fortuna di tutto il movimento comunista mondiale, ha retto all’urto dell’ondata liquidatrice iniziata con il crollo del Muro di Berlino. Losurdo propone una convincente lettura storico-materialistica del perché sia potuta accadere la svolta del XX congresso: egli la fa risalire alla irrisolta contraddizione fra utopia da una parte (l’utopia dell’estinzione dello Stato) e, dall’altra parte, l’effettivo, forzato stato d’eccezione in cui e’ stata costretta l’Urss (che rendeva ancora piu’ indispensabile un potere di comando esteso ed estremamente centralizzato). Di fatto, l’Unione Sovietica ha vissuto la sua intera esistenza con il fiato dell’imperialismo sul collo, nelle condizioni di accerchiamento capitalistico e di costante pericolo di aggressione militare. Subito dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi l’Occidente imperialista coalizzato scatenò, attraverso i generali bianchi Wranghel, Kolciak, Denikin una devastante guerra civile che si protrasse per 4 anni. Nel 1941 vi fu l’attacco nazista (a lungo auspicato dall’Occidente borghese) che costò alla Russia sovietica tali e tante devastazioni ed un così elevato tributo di sangue per il fatto che le potenze Alleate venendo meno -come dicevamo prima- ad un impegno preso con l’Unione Sovietica ritardarono delittuosamente di ben tre anni, l’apertura del secondo fronte in Europa. E lo sbarco in Normandia servì, prima ancora che a dare il colpo di grazia al nazismo, a fermare l’avanzata fino all’Atlantico dell’Esercito Rosso. All’indomani della Seconda guerra mondiale le due bombe atomiche di Truman sulle inermi popolazioni di due città giapponesi annunciarono l’era della Guerra Fredda. Ebbene, come è possibile non tener conto di questi dati di fatto se si fa un bilancio della storia del comunismo? Possono ignorare queste “inezie” soltanto coloro che respingono (poco importa se consapevolmente o no) il materialismo storico come metodo di analisi declassandolo a “giustificazionismo storico”.

 

Ogni processo di apprendimento nel corso di esperienze totalmente nuove ed inedite nella storia dell’umanità (come è stato il socialismo vittorioso) implica il pericolo di passare attraverso l’inferno di errori capaci di provocare bruschi e drammatici ritorni all’indietro prima che quegli errori possano essere superati. Possiamo tranquillamente discuterne oggi, di questi limiti storici finalmente (finalmente!) superati, alla luce degli insegnamenti che il PCC ha tratto dagli errori del passato e all’indomani della scomparsa di Mao. Intanto, in Cina non vi è stata demaoizzazione e la figura carismatica del vecchio capo storico non è stata sostituita da un Krusciov. Quando Jang Zemin dichiarò che il Pcc si sarebbe messo sulla strada della istituzionalizzazione della democrazia socialista e della creazione di uno Stato socialista di diritto, intendeva che non sarebbe più stato possibile ad un singolo dirigente fare affidamento sul proprio carisma e scavalcare tutte le regole del centralismo democratico e influenzare la politica nazionale. Anche il problema delle cariche a vita è stato laicamente risolto: sulla soglia dei 70 anni le alte cariche dello stato devono essere rinnovate, e già da anni stiamo assistendo, ai vertici del Partito e dello Stato cinesi a questi avvicendamenti.

 

Non vi è dubbio che il riferimento al vento (il blowing wind di Bobby Dylan) con cui chiude il suo articolo il compagno Sidoli soffierà sempre più forte e non vi è neanche alcun dubbio sullo sviluppo di futuri movimenti rivoluzionari che prenderanno slancio all’interno stesso della cittadella imperialista. Ma che dietro quest’auspicio vi sia un’idea deterministica fondata sull’inevitabilità del progresso lo neghiamo, perché in quest’ottimismo storico siamo allineati con Marx.

 

Amedeo Curatoli

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