LA VERITA’ SULL’ECCIDIO DI KATYN

untitled-1.jpgLa prima vittima dell’anticomunismo è la verità, la Verità con la”v” maiuscola, quella  che ha a che fare con la Storia. Il presidente anticomunista polacco Kakzynski, precipitato con l’aereo  proprio nei pressi di Vylna e per il quale tutto l’occidente borghese sta versando  ipocrite lacrime, fornirà con il suo involontario sacrificio, l’ultima buona occasione per vomitare fango e falsità sul comiunismo e l’Unione Sovietica. Le agenzie di stampa imperialiste e i professori di  storia al loro servizio hanno stabilito che a Vylna 20.000 prigionieri di Guerra polacchi sono stati trucudati su ordine di Stalin. Mostruosa, scandalosa, incredibile menzogna, per il semplice fatto che a commettere quel crimine -secondo le risultanze dei processi di Norimberga- furono I nazisti. Finanche il lurido Krusciov -che dipinse Stalin, a uso e consumo dell’imperialismo e degli stupidi revisionisti , come un criminale sanguinario- non osò attribuire a Stalin questa impresa sanguinosa!

Quando l’esercito hitleriano fu costretto dall’Armata Rossa ad adabbandonare precipitosamente la zona di Smolensk (che comprendeva la cittadina di Vylna) ) Goebels, il 29 settembre 1943, scrisse nel suo diario:  Sfortunatamente abbiamo dovuto abbandonare Katyn. I bolscevichi sicuramente “scopriranno” che noi abbiamo fucilato migliaia di ufficiali polacchi e  questo sarà uno di quegli eisodi che ci creerà non pochi problemi nel prossimo futuro. I Sovietici sicuramente trarranno vantaggio dal fatto che scopriranno quante più fosse comuni possible e ne daranno la colpa a noi” (cliccare su internet  Katyn massacre e andare al paragrafo “soviet action”).  Non costituirebbe già questa nota di diario di un criminale nazista un dato di fatto significativo per capire chi ha commesso l’eccidio di Vylna? Putin ha “chiesto scusa”(!!) ai polacchi. In nome di chi? Non certo del popolo Sovietico i cui 27 milioni di morti per mano nazista si rivolteranno nelle tombe. Putin e Katzynski sono l’espressione di cricche anticomuniste giunte al potere dopo aver distrutto il socialismo, dunque non hanno alcun diritto di parlare in nome dei popoli Polacco e Russo.

  Per smascherare ulteriormente la bestiale calunnia antisovietica, riproduciamo una pagina tratta dal libro “Storia della Seconda Guerra mondiale” di Arkadij Poltorak (Rizzoli 1967 pagg 496-497), pagina che un anno fa è stata pubblicata sulla testata on line del PMLI (Partito Marxista Leninista Italiano):

 

 

 

DEPOSIZIONI AL PROCESSO DI NORIMBERGA

 

Durante un periodo compreso fra il 1940 e il 1941 i prigionieri di guerra polacchi nella zona di Smolensk erano adibiti ai lavori di costruzione e riparazione delle strade. Quando i tedeschi invasero l’Unione Sovietica, non fu possibile evacuare i campi in cui erano internati. Nel luglio del 1941 alcune zone della oblast (provincia) di Smolensk vennero occupate dalle armate di Hitler e i prigionieri polacchi caddero nelle mani dei nazisti. Nell’autunno del 1941 tutti quelli che si trovavano nella zona di Katyn, compresa nella oblast di Smolensk, furono trucidati barbaramente dai nazisti e seppelliti in fosse comuni.

Nel 1943 il governo hitleriano, ricorrendo a uno dei suoi abituali, mostruosi atti provocatori, ascrisse I’eccidio di Katyn alle autorità sovietiche.

La Wehrmacht aveva subìto sconfitte disastrose in tutti i settori del fronte tedesco-sovietico. La catastrofe di Stalingrado era già avvenuta. Era ormai chiaro che la Germania di Hitler si stava avviando verso il crollo. Fu in tale situazione che la cricca nazista ricorse alla provocazione di Katyn, asserendo che nella primavera del 1940 le autorità sovietiche avevano trucidato i prigionieri polacchi. L’obiettivo cui miravano con la loro accusa era di seminare il malanimo fra il popolo sovietico e il popolo polacco e di gettare il seme della discordia in campo alleato. Fu così che ebbe inizio “l’operazione Katyn”.

Le autorità naziste raccolsero “esperti sanitari” da tutti i paesi occupati d’Europa e misero insieme una cosiddetta commissione “internazionale”.

Uno dei suoi membri, il professore bulgaro Marko Markov, depose come testimone al processo di Norimberga e in quell’occasione rivelò in quali condizioni aveva svolto il suo lavoro. Basti dire che nel posto della scoperta, dove la commissione avrebbe dovuto espletare le sue indagini su migliaia di cadaveri, i periti si fermarono solo due giorni, il 29 e il 30 aprile 1943. Riportiamo qui un estratto del fuoco di fila di domande cui venne sottoposto il professor Markov.

PUBBLICO MINISTERO:

Quante volte i membri della commissione si recarono effettivamente alle fosse di Katyn?

MARKOV: Ci recammo nella foresta di Katyn due volte, precisamente i giorni 29 e 30 aprile, in mattinata.

PUBBLICO MINISTERO:

Quante ore dedicaste effettivamente ciascuna delle due volte all’esame delle fosse comuni?

MARKOV: Secondo i miei calcoli, non più di due, tre ore per volta.

PUBBLICO MINISTERO: I membri della commissione presenziarono almeno una volta all’apertura delle fosse comuni?

MARKOV: Nessuna nuova fossa venne aperta in nostra presenza. Si limitarono semplicemente a farci vedere quelle che erano già state scoperte prima del nostro arrivo.

Successivamente Markov riferì in quali condizioni era stato condotto il cosiddetto esame medico-legale. Il referto conclusivo aveva parlato di più di 10.000 salme. Ma su quanti la commissione aveva eseguito veramente l’autopsia? Dalla testimonianza resa da Markov a Norimberga risulta che i cadaveri sezionati furono otto in tutto. “Ciascuno di noi ne sezionò uno… Tutto il resto della nostra attività, durante quei due giorni, ebbe il carattere di una rapida ispezione sotto la guida dei tedeschi, che mi faceva pensare a una gita turistica, durante la quale ci mostrarono le fosse comuni e una casa di campagna … dove in alcune bacheche erano esposti alcuni documenti e altri oggetti personali. Ci dissero che tutto, documenti e oggetti, erano stati rinvenuti indosso ai cadaveri che avevamo sezionato”.

PUBBLICO MINISTERO: Eravate presenti quando i documenti furono rinvenuti sui cadaveri, oppure ve li fecero vedere quando erano stati già raccolti nelle bacheche?

MARKOV: I documenti che vedemmo nelle bacheche vi erano stati collocati prima del nostro arrivo.

Dopo che l’Armata rossa ebbe liberato la oblast di Smolensk, fu istituita una commissione speciale incaricata di stabilire, mediante un’indagine, in quali circostanze si era svolto l’eccidio nella foresta di Katyn. La componevano eminenti personalità del mondo scientifico e culturale: gli accademici N. I. Burdenko, A. N. Tolstoj e V. P. Potemkin, il metropolita Nikolaj e il capo del servizio sanitario dell’Armata rossa, E. I. Smirnov. Contemporaneamente venne nominata una seconda commissione composta dal capo della sezione medicina legale presso il commissariato del popolo per la sanità, V. I. Prozorovskij, dal professore di medicina legale dottor V. M. Smoljaninov, dal professore di anatomia patologica D. N. Vyropaev e da altri esperti.

Dall’inchiesta risultò che le autorità di occupazione tedesche avevano predisposto l’azione provocatoria impiegando circa 500 prigionieri sovietici nei lavori di scavo delle fosse e distruggendo poi i documenti e le altre prove materiali che sarebbero risultati incriminanti per loro e che a lavoro finito, i prigionieri sovietici erano stati fucilati.

È superfluo dire che i falsificatori nazisti avevano presentato alla cosiddetta commissione internazionale documenti che non erano affatto quelli rinvenuti sulle salme. A questo proposito riportiamo un altro passo della deposizione al processo di Norimberga:

PUBBLICO MINISTERO: Vi diedero la possibilità di condurre una ricerca scientifica su questi documenti, ad esempio di analizzare le macchie che gli acidi organici vi avevano lasciato, o di svolgere comunque un’indagine legale o criminologica?

MARKOV: Non ci fu possibile eseguire un esame scientifico dei documenti… non li toccammo neppure.

Al processo di Norimberga l’esperto di medicina legale V. I. Prozorovskij affermò che la maggior parte delle salme dei prigionieri polacchi non era stata affatto esaminata dalla commissione tedesca. In ogni caso, dalla deposizione di Prozorovskij risultò che “soltanto tre delle 25 salme da noi esaminate erano state sottoposte all’autopsia, e anche questa parziale, limitata al cranio”.

Sempre dalla stessa testimonianza risultò che il metodo con cui i prigionieri polacchi erano stati uccisi – con una pallottola alla testa, nella zona dell’osso occipitale – era lo stesso di quello solitamente usato dai nazisti nei territori dell’URSS temporaneamente occupati tra cui le città di Smolensk, Orel, Charkov, Krasnodar e Voronez, per uccidere i prigionieri civili e i prigionieri di guerra sovietici.

Prozorovskij, che aveva preso parte alle indagini condotte nelle varie regioni del territorio sovietico occupato sui luoghi in cui le vittime del terrore nazista erano state seppellite in fosse comuni, dimostrò a Norimberga che perfino il metodo impiegato per mascherare le fosse di Katyn era identico a quello usato nelle altre località: tutte le fosse erano state coperte con un ultimo strato di zolle erbose e su certune erano stati piantati alberi.

Durante la deposizione fatta a Norimberga il professor Markov riferì inoltre che dopo aver eseguito l’autopsia di una sola delle salme non fu in grado di affermare se questa fosse rimasta sotto terra tre anni, come avrebbero voluto indurlo a dichiarare i nazisti. Perciò, nel redigere il referto, si limitò alla parte descrittiva della sezione cadaverica, senza trarne conclusioni.

PUBBLICO MINISTERO: Perché?

MARKOV: Perché dai documenti che ci avevano consegnato compresi che ci volevano suggerire anticipatamente la risposta che i corpi erano rimasti sepolti tre anni… E siccome i dati che avevo potuto ricavare dall’autopsia contraddicevano chiaramente questa tesi, mi astenni dal trarre conclusioni.

Markov descrisse inoltre alla corte, con abbondanza di particolari, quali pressioni psicologiche fossero state esercitate sui membri della commissione per costringerli a firmare una dichiarazione comune dalla quale risultasse che i prigionieri polacchi erano stati trucidati nel 1940. Il documento tedesco asseriva che la dichiarazione era stata compilata e firmata a Smolensk dai membri della commissione. Markov rivelò al tribunale che a Smolensk essi non avevano neppure visto il documento in questione, bensì erano stati condotti per la firma all’isolato campo di aviazione di “Bela”, dove i tedeschi, come ulteriore prova definitiva, esibirono agli esperti il tronco di un alberello tolto – dicevano – da una delle fosse comuni e un “esperto forestale” tedesco asserì che era possibile stabilirne la data del trapianto dal numero degli strati circolari concentrici.

Il pubblico ministero chiese a Markov se era in grado di affermare con sicurezza che l’alberello fosse stato sradicato da una delle fosse comuni o non semplicemente da una radura della foresta. Markov rispose di non poter fare una dichiarazione del genere, dicendo: “Ignoravo se nel posto di provenienza dell’albero vi fossero fosse comuni, perché nessuna, come ho già detto, venne scavata in nostra presenza”.

Fu escusso come testimone anche il vicesindaco di Smolensk all’epoca dell’occupazione tedesca, Boris Bazilevskij, professore di astronomia. Nella sua deposizione confutò le asserzioni dei nazisti che la foresta di Katyn fosse stata nel periodo prebellico una sorta di bandita posta sotto il controllo di pattuglie armate, asserzioni da loro avanzate per corroborare la storia che le autorità sovietiche avevano adibito il posto alle esecuzioni capitali. Bazilevskij, nativo di Smolensk, disse: “Durante i lunghi anni in cui vissi a Smolensk, la località non era proibita, nel senso che chiunque voleva, vi si poteva recare liberamente. Io stesso andai più volte nella foresta, le ultime due nel 1940 e nella primavera del 1941. Fra l’altro li vi era anche il campo dell’organizzazione giovanile dei pionieri”.

Il testimone oculare Bazilevskij riferì al tribunale internazionale che “fino alla primavera e agli inizi dell’estate del 1941 essi [i prigionieri di guerra polacchi] lavoravano al riassetto delle strade Mosca-Minsk e Smolensk-Vitebsk”.

Una deposizione analoga fu fatta dalla testimone M. I. Sasneva davanti alla commissione speciale istituita per indagare la questione delle fosse comuni di Katyn. La donna disse di aver ospitato in casa propria, nel villaggio di Zenkovo, nell’agosto 1941, un ufficiale polacco, Joseph Leon, che era fuggito dal campo di prigionia. Altri testimoni affermarono di aver visto nel settembre 1941 prigionieri polacchi che lavoravano alla riparazione della strada. Il teste I. M. Kartoskin affermò di aver visto con i propri occhi i tedeschi che compivano retate nell’autunno del 1941, rastrellando metro per metro i villaggi, alla ricerca dei prigionieri polacchi fuggiti.

Quindi i testimoni avevano visto i prigionieri polacchi dopo la primavera del 1940, vale a dire dopo l’epoca nella quale, secondo la versione nazista, sarebbero stati trucidati.

Al processo di Norimberga il testimone Bazilevskij riferì un colloquio che egli aveva avuto con il sindaco, Mensatin, un collaborazionista che godeva la massima fiducia delle autorità di occupazione tedesche.

BAZILEVSKIJ: Alla fine di settembre [del 1941] non riuscii più a trattenermi e gli chiesi quale sorte avevano subito i prigionieri di guerra. Mensatin sulle prime si mostrò titubante, poi disse, in tono piuttosto incerto: “Sono già stati liquidati …”.

Mensatin soggiunse di averlo sentito dire da Schwetz, il comandante tedesco di Smolensk, il quale aveva ricevuto l’ordine da Berlino di eliminare tutti i prigionieri di guerra polacchi.

PUBBLICO MINISTERO: Non le disse niente circa il posto in cui erano stati uccisi?

BAZILEVSKIJ: Sì, mi disse che Schwetz gli aveva confidato che la località si trovava nei pressi di Smolensk.

Allo scopo di avvalorare l’accusa calunniosa le autorità naziste inclusero nel loro “documento” le testimonianze di alcuni cittadini di Smolensk, attribuendo particolare importanza alla deposizione di uno di loro, un certo Kiselev. Ma Kiselev (il quale era nato nel 1870) descrisse più tardi in quali condizioni era stato costretto a testimoniare: “Siccome non potevo resistere alle percosse e alle torture, acconsentii a confermare pubblicamente la storia architettata dai tedeschi secondo la quale i prigionieri polacchi erano stati uccisi dai bolscevichi”. I nazisti fecero ricorso agli stessi metodi per estorcere false deposizioni da altri testimoni.

La commissione speciale che condusse un’inchiesta sulle atrocità naziste a Katyn, esaminò le salme di 925 prigionieri di guerra polacchi.

Da un’indagine obiettiva risultò che la stoffa delle uniformi era ancora in buone condizioni. Anche il professor Markov confermò questo particolare al processo di Norimberga (“Ebbi l’impressione che gli indumenti, debitamente ripuliti, avrebbero ancora potuto essere usati”). Le salme esaminate non erano in stato di decomposizione bensì in stato di ritenzione, cioè nella prima fase di perdita degli acidi organici. La commissione di esperti di medicina legale concluse, sulla base di questo e di altri elementi obiettivi: “I corpi dei prigionieri di guerra polacchi sono stati seppelliti circa due anni or sono, fra il settembre e il dicembre 1941″, vale a dire durante il periodo in cui Smolensk era occupata dai nazisti.

Tale conclusione venne confermata da quanto alcuni membri della commissione di esperti poterono rilevare, durante l’esame delle salme, dai documenti personali degli uccisi, che risalivano non soltanto alla seconda metà del 1940, ma anche alla primavera e all’estate del 1941, cioè al periodo in cui i prigionieri polacchi, secondo le asserzioni dei capi nazisti, avevano cessato di vivere da un pezzo.

Infine una prova definitiva, presentata al tribunale militare internazionale, rivelò la provocazione di Katyn.

Il pubblico ministero sovietico L. N. Smirnov sottopose alla corte un incartamento, contrassegnato con la sigla PS-402, “gentilmente trasmessoci dai nostri colleghi americani”. Si trattava di una raccolta di comunicazioni tedesche relative a Katyn. Tra queste vi era un telegramma firmato da un funzionario del governatorato generale di Polonia, certo Heinrich, indirizzato al governatorato stesso. Il telegramma, riservatissimo, diceva che i membri della delegazione della Croce Rossa polacca erano ritornati da Katyn portando con sé bossoli provenienti da cartucce usate sul posto per l’eccidio”. È risultato che si tratta di munizioni di fabbricazione tedesca. Calibro 7,65 mm, ditta “Geko”. Segue lettera.

Dopo che il documento fu reso di pubblica ragione a Norimberga, il pubblico ministero chiese all’esperto sovietico V. Prozorovskij: “Le cartucce rinvenute nelle fosse comuni erano prodotte dalla stessa fabbrica tedesca, e dello stesso calibro, o no?”.

Prozorovskij rispose: “Le pallottole rinvenute nelle ferite provocate da arma da fuoco erano di calibro 7,65 e i bossoli, scoperti durante gli scavi, portavano il marchio della ditta ‘Geko’”.

Fu la prova che smascherò l’atto provocatorio dei nazisti e che stabili con assoluta certezza come si fosse svolto il mostruoso eccidio dei prigionieri di guerra polacchi, ordinato in realtà dalle autorità naziste nella foresta di Katyn.

 

 

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