Su alcune questioni teoriche che si evidenziano dalla crisi economica e finanziaria in corso e sul suo andamento. Di Giuseppe Amata


1. Riassumo sinteticamente, e non approfondisco perché le ho trattate in precedenti articoli, alcune questioni teoriche importanti a mio avviso per comprendere le cause dell’attuale crisi economica e finanziaria  e per capire il suo andamento futuro.

Secondo Marx, che vive ricordiamo quando ancora il capitalismo non trapassa nell’imperialismo (fenomeno che inizia in Europa e negli Usa alla fine dell’Ottocento ed agli inizi del Novecento), il limite della produzione capitalistica è rappresentato dal capitale stesso, essendo la produzione finalizzata non dai bisogni sociali, ma dal desiderio di aumentare il profitto. Ed è la caduta tendenziale del saggio del profitto che determina la crisi, non viceversa. La caduta tendenziale del saggio del profitto, a sua volta, è tendenziale e non lineare, in quanto il capitalista la può frenare utilizzando quattro categorie antagonistiche a detta caduta: a) con l’aumento del saggio del pluslavoro; b) con la diminuzione della quota di logorio ceduta dal macchinario alla produzione della singola merce (cioè tramite l’innovazione tecnica che permette di realizzare più merci); c) con la diminuzione del valore delle materie prime o delle fonti energetiche che entrano nella singola merce (dal carbone si passa al petrolio, quindi all’uranio e ad altre fonti energetiche alternative; dal ferro si passa all’acciaio, con i derivati del petrolio si ottengono le materie plastiche, poi le fibre ed i semiconduttori, ecc:); d) con la diminuzione del salario reale. Se nonostante l’intervento di questi fattori antagonistici il saggio del profitto tende a diminuire lo stesso, al capitalista non resta che l’ultima possibilità per impedire la crisi: allargare i suoi mercati con il commercio estero, pur con un guadagno unitario inferiore, ma con un profitto totale maggiore.

E’ quanto si è verificato in tutte le vicende del ciclo capitalistico, compreso quello attuale della fase della cosiddetta “globalizzazione” (definizione impropria che fa parte del linguaggi corrente).

Secondo Lenin, a sua volta, nella fase dell’imperialismo vigono le seguenti leggi: a) è prioritaria l’esportazione di capitali (soprattutto finanziari) rispetto alle merci; b) è crescente la divaricazione tra prezzi delle materie prime e prezzi dei prodotti finiti; c) è lo sviluppo economico diseguale il motore della concorrenza tra monopoli ed il resto dell’apparato economico (e dietro i monopoli ci sono gli Stati) sia all’interno di un paese sia a livello internazionale; d) la guerra per la ripartizione delle aree di influenza (località delle materie prime e mercati di sbocco dei prodotti finiti).

Lo attestano la prima e la seconda guerra mondiale, le guerre regionali sia all’epoca del confronto Usa-Urss, sia a maggior ragione dopo il crollo dell’Urss per la ripartizione delle aree ex-sovietiche, lo sviluppo del capitale multinazionale con testa nel Nord America, Unione Europea e Giappone e con tentacoli in tutto il mondo, laddove al capitale iniziale si possono aggregare altri capitali, in posizione dipendente (e dietro la testa del capitale multinazionale ci stanno i rispettivi Stati, così come all’epoca di Lenin dietro i monopoli ci stavano i singoli Stati). Guai, quindi,  per gli Stati che impediscono la penetrazione del capitale multinazionale, additati di violare i “diritti umani”, di sostenere il terrorismo o di essere stati-canaglia e quindi meritevoli di guerre per la democrazia (vedi smembramento della ex Yugoslavia, attacco all’Iraq ed all’ Afghanistan ed ora minacce all’Iran).

 

2. Tutto quest’impianto teorico che comunemente definiamo marxismo-leninismo deve essere approfondito creativamente col variare delle fasi storiche. Ma per capire nel complesso la natura e l’andamento delle crisi bisogna anche studiare e riflettere in modo creativo e non dogmatico sui contributi apportati allo studio del ciclo economico da J. M. Keynes, uno dei pochi economisti che, seppur a difesa del modo capitalistico di produzione, abbia analizzato correttamente il suo andamento cercando di stimolare terapie d’intervento, basate sul ruolo attivo ed imprenditoriale dello Stato per attenuare le onde cicliche. Attenuare e non eliminare, perché è impossibile eliminarle, dato che sono insite nella natura del modo capitalistico di produzione. Voglio citare tre pilastri del pensiero keynesiano: a) la funzione del capitale d’investimento, prioritaria rispetto a quella finanziaria-speculativa; b) la politica per l’occupazione e per livelli salariali non al minimo della sussistenza (e per realizzare questi due pilastri è fondamentale la politica economica statale); c) una politica monetaria che stimoli il commercio internazionale ed in particolare alla vigilia di Bretton Woods la proposta per un nuovo sistema monetario internazionale, fondato sul Bancor (moneta come unità di conto e non di riserva di liquidità) che accresca il commercio ed impedisca la speculazione finanziaria (tutte cose che si sono avute invece con il dollar standard e la supremazia americana sancita a Bretton Woods, con appendice nell’istituzione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale).

Ovviamente, sappiamo che il capitale monopolistico finanziario è un intreccio tra capitale d’investimento in opere materiali e capitale speculativo e non si possono separare le due forme, nel senso che, come a volte hanno pensato i partiti cosiddetti riformisti o democratici, ci teniamo il capitale produttivo ed emarginiamo quello speculativo. In verità lo hanno solo pensato, in quanto quando sono andati al governo hanno servito gli interessi di tutto il capitale monopolistico finanziario, senza distinzioni e non poteva essere diversamente. Dai laburisti inglesi, passando per i socialdemocratici tedeschi, finendo ai governi Prodi ed a quelli dei socialisti spagnoli (da Gonzales a Zapatero) o greci il cammino e la guida sono stati identici a livello strutturale, mentre le diversità se vi sono state hanno interessato l’aspetto sovrastrutturale, per le situazioni specifiche dei diversi paesi.

Analizzare l’attuale crisi senza gli insegnamenti di Marx e di Lenin e di Keynes significa in partenza rifiutarsi di comprenderla. Tanto meno si può discorrere sugli andamenti futuri della crisi, che oltre ad essere ciclica è soprattutto strutturale o generale (che dir si voglia!) del modo capitalistico di produzione.

 

3. Perché dico questo? Non solo per il semplice motivo di smentire tutti i giudizi interessati dei governi, del Fondo monetario internazionale, della Banca centrale europea che col 2010 sarebbe iniziata la ripresa e si sarebbe usciti dal tunnel. Ed invece ci siamo dentro e non si vede luce e non solo perché la disoccupazione sta crescendo vertiginosamente e le piccole e medie aziende falliscono o chiudono. Ma falliscono o chiudono anche quelle più grosse, come risultato del processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali che si accentua nei periodi di crisi e non solo. Basti pensare al processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali che nell’ultimo ventennio è successo nei settori bancario, assicurativo, informatico, elettronico, estrattivo, dell’industria pesante, automobilistico, ecc). Si è dentro al tunnel perché ai problemi iniziali della crisi se ne aggiungono altri, man mano che la crisi si svolge, quali: a) le vicende in riferimento agli indebitamenti ulteriori degli Stati sia per le costose guerre in corso e la corsa alla supremazia degli armamenti per il controllo del territorio mondiale, sia per l’approntamento di liquidità da parte degli Stati al sistema bancario che a partire dall’America era sul punto di crollare; b) le vicende monetarie (speculazione sulle monete), come parte della competizione globale, la quale vede ora l’euro in difficoltà. Ne discende che Stati come l’Ungheria, la Grecia, l’Irlanda, la Spagna ed il Portogallo (ma in seguito anche altri fra cui l’Italia) hanno da risolvere grossi deficit di bilancio (un problema sempre più insidioso che già a suo tempo Marx con lungimiranza aveva previsto, osservando la crescita continua del debito pubblico!), ed i conseguenti rimedi che vogliono approntare sono fondati sull’impoverimento sempre più spietato delle masse popolari.

Altri problemi sorgeranno appresso, in riferimento alla lotta egemonica fra grandi potenze, anche perché il tasso di sviluppo della crisi non è eguale e quindi le Borse fluttuano in modo diverso (vedi il nuovo scivolone del Giappone nelle ultime settimane) e questo creerà contraddizioni non solo fra Usa, Unione Europea e Giappone, ma anche all’interno dell’Unione Europea fra paesi più forti e paesi più deboli.

A tutto questo si aggiunga che a differenza dei paesi occidentali e del Giappone, che hanno visto nel 2009 una netta diminuzione del P.i.l., la Cina ha segnato un aumento intorno al 9 (mentre nel 2008 l’aumento era stato del 7%, un punto in meno di quello programmato) e per il 2010 si prevede un’ulteriore crescita. Ed anche altri paesi ad “economia socialista di mercato” od a economia pianificata sono in netta ripresa. Sappiamo e l’abbiamo scritto tante volte che l’indicatore del P.i.l. è un indicatore quantitativo e non quali-quantitativo e di per se per la qualità dello sviluppo non significa granché. Il caso più evidente è rappresentato dai fattori entropici, ma per il momento per la comprensione del discorso lasciamo da parte quest’argomento.

 

4. Ora è l’andamento dell’economia cinese (per il grande peso che la Cina ha negli affari internazionali) che ci sollecita una prima domanda, anche se non conclusiva, perché altre discusse in passato sulla natura socialista o meno di una formazione sociale meriterebbero attenzione. Poiché per realizzare una formazione sociale socialista occorre un lungo periodo storico (come lo è stato del resto per l’affermazione del capitalismo sul feudalesimo), per non cadere nel dogmatismo e nel verbalismo dichiarativo fondato sulle intenzioni, consideriamo per facilità espositiva tutti i paesi che si definiscono socialisti (e sono tanti al mondo, nonostante il crollo dell’Urss e dell’est europeo) come formazioni sociali di transizione tra il modo capitalistico di produzione ed un nuovo modo di natura socialista che sarà realizzato. Questa affermazione per evitare di cadere nel dogmatismo, come ha fatto di recente James Petras, il quale pur scrivendo un ottimo articolo (Usa e Cina: uno perde l’altro vince, cfr. Contropiano.org,), in ultima analisi entra in contraddizione con se stesso, quando elogiando la politica pragmatica cinese, poi attribuisce alla Cina la natura di economia capitalistica.

La domanda è questa: perché la Cina vince, almeno nell’immediato (consideriamo tutte le riserve future implicite nel ragionamento di Petras)? Solo per una scelta di favorire con abile pragmatismo il capitalismo “buono”, vale a dire di accettare quello produttivo ed emarginare quello speculativo?

Non mi pare che le cose stiano così. Né d’altra parte penso che siano scelte pratiche di volta in volta adottate, senza un riferimento teorico. I documenti ufficiali smentiscono questo presupposto, anzi nella risoluzione finale del XVII Congresso del PCC si sostiene che il modello cinese rappresenta un riferimento teorico e pratico anche per altri paesi ad indirizzo socialista che debbano avviare non soltanto un processo di socializzazione, ma anche di modernizzazione dell’economia. Perché un socialismo egualitario in una situazione di povertà dell’economia, hanno detto tante volte i dirigenti cinesi richiamandosi alla teoria di Deng, non può essere né un motivo di attrazione per altri popoli né una forza competitiva con l’imperialismo.

La mia modesta risposta è che, seppur trattandosi di scelte pratiche, adattabili di volta in volta, esse sono, però, supportate da un’analisi teorica che ha coniugato creativamente il marxismo, il leninismo, il pensiero di Mao e la teoria di Deng (che in senso lato riprende alcune tesi di Bucharin, come giustamente ha attentamente analizzato e discusso in profondità nel passato Domenico Losurdo) con il pensiero di Keynes. E mi spiego meglio per non creare equivoci sul verbo coniugare (direbbero i cattolici, in questo caso, è come coniugare il diavolo con l’acqua santa!).

I dirigenti cinesi conoscono molto bene le leggi del capitalismo, non solo a livello teorico per il marxismo-leninismo che hanno studiato, ma per la pratica che vivono nelle loro relazioni con le grandi potenze capitalistiche. E conoscono anche il punto di vista di tutte le cosiddette scuole economiche capitalistiche (marginalista, monetarista, keynesiana, post-keynesiana, neo-monetarista e neo-liberista) e soprattutto conoscono le scuole dei grandi banchieri che non si richiamano ad alcuna teoria e fanno circolare la moneta in misura maggiore o minore secondo un dato contesto, nonché conoscono le dottrine organizzative e gestionali che formano i manager per dirigere i grandi impianti industriali e finanziari. Sanno altresì che operano in una società di transizione e prevedono di realizzare una prima forma di socialismo entro il 2050. Quindi devono convivere con un’economia che presenta aspetti del nuovo modo di produzione che si vuole realizzare ed aspetti del vecchio modo capitalistico che ancora si conserva. Solo che questo modo capitalistico in Cina non è governato, come al tempo di Marx dalle ferree leggi coercitive della concorrenza, né dagli interessi del capitale finanziario come dal tempo di Lenin ai nostri giorni in tutti gli altri paesi capitalistici, bensì è governato dalla funzione dirigente del partito comunista, il quale per governare deve conoscere le leggi di sviluppo del capitalismo e della sua gestione (ecco l’importanza della conoscenza del keynesismo!) e quindi deve assoggettare quanto di capitalistico esiste in Cina alla direzione di marcia imposta dal piano quinquennale, tramite gli organi della dittatura democratico-popolare. Ecco perché, mentre tutte le esperienze di riforma avviate nell’est europeo sono fallite fino a portare al fallimento gli stessi Stati, in quanto dette riforme erano basate sull’autonomia non solo economica ma anche politica delle unità di produzione e quindi sul ridimensionamento del ruolo dirigente del partito comunista fino al suo annullamento (ed infatti da organo burocratico nell’epoca di Breznev, in quella di Gorbacev si disgregava anche come organo, perdendo il controllo politico degli apparati statuali delle diverse repubbliche e dell’Esercito, i quali a loro volta si dividevano secondo gli interessi locali delle caste), in Cina gli apparati statuali e la funzione dirigente del partito vengono rafforzati e si respingono sdegnosamente tutti i timidi tentativi di importare modelli occidentali di “democrazia” e di governo statuale.

Questo non significa che in Cina le contraddizioni sociali non esistono o che non esiste la lotta di classe. Si manifestano su un piano diverso a come si conoscono in Occidente e fino a questo momento il partito comunista si è dimostrato abile nel saperle governare.

Ed infatti, ormai i dirigenti ritengono che il divario sociale tra gli strati più agiati (borghesia privata e manager pubblici, col  nostro linguaggio) da un lato e la classe lavoratrice e soprattutto le masse di circa 700 milioni d’abitanti che vivono nelle campagne dall’altro è diventato eccessivo e pertanto va corretto immediatamente. Al riguardo nella discussione preliminare, in preparazione del nuovo piano quinquennale, già si indicano con un anno d’anticipo le scelte che dovranno essere attuate: aumento degli investimenti nel settore centro-ovest del paese e nelle campagne, per alzare i bassi redditi di quelle popolazioni ed i livelli di consumo, assicurando a tutti innanzitutto i servizi sociali fondamentali, quali l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’informazione e l’alloggio. L’obiettivo è di ridurre le differenze sociali ed il divario città-campagna.

 

5. Quindi, si diceva, in Cina marxismo-leninismo e keynesismo convivono in una divisione di compiti; il primo, come pensiero dirigente, serve ad analizzare l’analisi concreta della situazione concreta, come l’analisi delle classi, l’individuazione delle forze sociali che devono portare avanti compiti specifici, la condizione materiale che si evince dalla relazione rapporti di produzione-forze produttive, l’elevazione del livello scientifico, culturale, ideologico dei quadri per fissare gli obiettivi strategici da raggiungere; il secondo, come pensiero coadiuvante, serve a governare l’economia in relazione alle diverse fasi del ciclo, non solo interno, ma soprattutto internazionale per i riflessi che esso determina all’interno, considerando che l’economia cinese è di mercato. Si possono fare, al riguardo, diversi esempi passati e presenti. Nel corso degli anni Novanta il ritmo di crescita era sostenuto, ma di pari passo avanzava una crescente inflazione e soprattutto un alto livello di disoccupazione, in seguito alla ristrutturazione dell’industria pubblica e del settore pubblico, nonché in seguito all’abbandono delle campagne  per cercare invano un lavoro stabile in città, mentre al massimo si poteva sperare in un lavoro stagionale o saltuario. Il partito decide di incrementare gli interventi “macro-economici”, moderando la crescita per tenere sotto controllo l’inflazione ed introducendo con urgenza la settimana lavorativa di quaranta ore, con anticipo rispetto ai tempi stabiliti, in modo da non elevare il livello di disoccupazione al di sopra del 5%, soglia limite di guardia (di rimando in Occidente nei diversi paesi stava tra il 5% ed il 10%, prima che scoppiasse l’attuale crisi; ora già supera il 10%, senza considerare i giovani in cerca di prima occupazione!). Oppure, come nel presente momento, con la circolazione monetaria e con l’utilizzazione del credito, il quale a differenza di quanto avvenuto in Occidente, viene erogato a basso saggio d’interesse alle piccole e medie imprese; ma ciò comporta una leggera crescita dell’inflazione, la quale ora si deve portare sotto controllo. Ed ancora, di fronte alla crisi del dollaro come moneta internazionale (la quale, più che mezzo di pagamento, è diventata dopo la seconda guerra mondiale riserva di liquidità e strumento che ha favorito l’economia americana, imponendo lo scambio ineguale ai paesi deboli, esportando l’inflazione, finanziando il crescente indebitamento degli Usa e soprattutto le guerre e le basi americani nel mondo), i dirigenti cinesi hanno proposto di creare una nuova divisa internazionale, rispolverando la proposta di Keynes di creare il bancor, quale unità di conto all’interno di una camera di compensazione tra tutti i paesi aderenti, avanzata nel 1944 durante i lavori di Bretton Woods, per favorire il commercio senza consegnare un primato ad una moneta, come invece avvenne successivamente da parte degli Usa con il rigetto di questa proposta e l’instaurazione del dollar standard, al posto del gold standard (obsoleto e frenante il commercio internazionale) che era dominante in diversi periodi pre-bellici e per lunghe fasi della storia economica moderna.

D’altra parte, se vediamo come è stata organizzata la creazione di una moneta di conto, il sucre, all’interno dei paesi dell’ALBA (Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Ecuador, ed altri) per incrementare e regolarizzare gli scambi, senza ricorrere all’odioso dollaro, il riferimento, da quel poco che sappiamo, è in direzione del modello keynesiano del bancor. E la Cina, in verità, al momento dello scoppio della crisi finanziaria (settembre 2008) di fronte alle insistenze del Venezuela e della Russia di creare una nuova divisa internazionale al posto del dollaro, era piuttosto cauta, mentre da quasi un anno a questa parte non solo apertamente parla di nuova divisa, bensì opera per allentare, ovviamente con moderazione, le sue ingenti riserve in dollari ed in titoli del debito pubblico americano.

 

6. La teoria keynesiana, però, ha, a mio modesto avviso, due pecche di scientificità nel lungo periodo che le impediscono appunto di essere assunta come pensiero dirigente, potendo solo svolgere, come detto in precedenza, una funzione sussidiaria nel breve periodo: a) la prima, perché non considera il modo capitalistico di produzione storicamente determinato e quindi transitorio nello sviluppo storico, limite scientifico da Marx imputato a economisti di valore come Smith e Ricardo (Cfr. Per la critica dell’economia politica); b) la seconda, perché considera l’economia come un circuito  chiuso, nell’intento di tenere sotto controllo le onde cicliche sulla base della relazione R (reddito) = C (consumi) + I (investimenti). Ed invece il sistema economico, attuando processi di trasformazione, non si può considerare un sistema chiuso, bensì aperto, perché scambia materia (compresa l’informazione) ed energia, secondo i principi della termodinamica. Quindi applicando ciecamente le terapie keynesiane ci si scontra con l’entropia sempre più crescente, dunque con le manifestazioni appariscenti dello sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e dell’alterazione climatica.

Questi due ultimi problemi saranno messi a fuoco dalla Cina nel prossimo Piano Quinquennale, con la riconversione di molti processi produttivi e l’utilizzazione di fonti energetiche “rinnovabili”. Ma ciò non basta, se la produzione è principalmente finalizzata ai valori di scambio. E’ il valore di scambio come forma principale di produzione che tendenzialmente bisogna ridimensionare, per estinguerlo in una prospettiva storica, seppur non immediata, ma nemmeno senza riferimento temporale definito, rimandando ad un generico futuro. 

 

7. Per concludere, gli insegnamenti teorici acquisiti dalla crisi sono tanti e di essi si può fare tesoro per affinare gli strumenti di interpretazione della realtà e le scelte d’intervento, anche per misure transitorie di lotta economica e rivendicativa o di programma per i partiti che operano all’opposizione di classe nelle singole realtà capitalistiche.

 

Giuseppe Amata

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