Il Dalai Lama e Obama. L’incontro tra i due Premi Nobel della menzogna di Domenico Losurdo.
February 6th, 2010

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In occasione di un lungo documentario televisivo prodotto dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali sull’ascesa e la caduta dell’Unione Sovietica e del Partito comunista dell’Unione Sovietica è apparso sulla stampa cinese il commento che di seguito pubblichiamo.
All’inizio degli anni ’90 il mondo intero rimase scioccato da un grande evento di portata storica: l’Unione Sovietica, una superpotenza con una superficie di 24 milioni di chilometri quadrati che si distendeva fra l’Europa e l’Asia, improvvisamente si dissolse. Quest’evento si produsse in assenza di qualsiasi intervento dall’esterno e di disastri naturali.
Attoniti, i partiti politici di tutto il mondo, le organizzazioni internazionali, le istituzioni accademiche e anche alcuni singoli studiosi hanno meditato a lungo sul mistero inedito della “disintegrazione dell’Unione Sovietica” nel tentativo di ricavare una lezione storica da questo evento difficilmente immaginabile.
Arnold Joseph Toynbee, un famoso storico inglese, una volta disse: “la conoscenza appresa con dolore del declino delle civiltà, può essere il più efficace strumento di progresso”
La dirigenza di terza generazione del nostro Partito con alla guida il compagno Jang Zemin e il nuovo Comitato Centrale del Partito guidato dal Segretario Generale compagno Hu Jintao, hanno attibuito grande importanza allo studio delle cause della “disintegrazione dell’Unione Sovietica”. Non vi è dubbio che uno studio serio ed una corretta comprensione di questo grave accadimento è di grande utilità per rafforzare ulteriormente lo sviluppo e il carattere d’avanguardia del PCC e per continuare ad avanzare nella grande causa del socialismo con caratteristiche cinesi.
Sono state date varie spiegazioni delle cause che hanno prodotto la “disintegrazione dell’Unione Sovietica”, e fra queste il “fallimento dello sviluppo economico”, una “mancanza di flessibilità nel modello Stalinista”, “conflitti etnici”, la “prolungata corsa agli armamenti”, il “tradimento di Gorbaciov” e “fattori esterni”. Abbiamo visto molta gente giungere a differenti conclusioni, anche opposte.
Tuttavia, qual è la più profonda delle cause del crollo dell’Urss? Il compagno Mao Zedong una volta ci disse: “Se vi sono più conflitti all’interno di uno stesso processo, deve esservene necessariamente uno che gioca un ruolo primario e decisivo”. Nelle sue famose conversazioni del 1992 tenute nel Sud, il compagno Deng Xiaoping indicò chiaramente che “se vengono alla luce seri problemi essi devono essere circoscritti e risolti all’interno del PCC”. Nel Dicembre del 1991 il Compagno Jang Zemin rilevò che la trasformazione dell’ex-Unione Sovietica e dei paesi dell’Europa Orientale non fu dovuta al fallimento del Socialismo Scientifico, ma all’abbandono della via socialista. Nel dicembre del 2000 anche il Compagno Hu Jintao sottolineò che fra i molteplici fattori che hanno contribuito alla disintegrazione dell’Unione Sovietica, il principale fu l’aver gettato via, da parte di Krusciov, “la spada” Stalin, e successivamente l’aperto tradimento del Marxismo-Leninismo da parte di Gorbaciov.
Zhang Zhaozhong, esperto militare cinese, mette in guardia il mondo sul fatto che gli Stati Uniti d’America scateneranno una nuova guerra, sebbene il periodo d’inizio della medesima e il nemico da colpire rimangano per ora ancora sconosciuti. “Obama -ha dichiarato Zhang Zhaozhong- proviene dalla società civile. Durante la corsa per la presidenza, accettando l’onore di servire il suo paese (e adesso è in carica), ha espresso molte lodevoli idee. Ciò nonostante, io personalmente non mi sono mai fatto illusioni sul suo conto. È una persona colta, è anche un accademico, quindi riesce a parlar bene e ad esprimere chiaramente il suo punto di vista, ma il suo modo di vedere le cose non può essere quello di un presidente. Può addirittura ricevere un premio Nobel per la sua personale filosofia, ma, in quanto presidente, non può fare altro che scatenare guerre”.
Se diamo uno sguardo alla storia degli Stati Uniti, non c’è mai stato un presidente Usa che ha operato per attuare una politica di pace: non si può essere presidenti di quel Paese senza fare guerre. Obama sicuramente starà in una posizione difficile. Non può fare ciò che vorrebbe ma è costretto a fare ciò che magari non vorrebbe. Non c’è alternativa. Questi sono gli Stati Uniti e questa è la natura dell’imperialismo.
È inevitabile che esploderà un’altra guerra. Ma chi sarà aggredito e quando avverrà questa guerra è un grande punto interrogativo.
Zhang è un teorico mlitare e commentatore. È professore all’Università della Difesa Nazionale e Ammiraglio di divisione.
Fonte: Xinhua, 11, gennaio 2010
http://news.xinhuanet.com/mil/2010-01/11/content_12790747.htm
Alla conferenza di Copenaghen sulla“difesa” del clima, l’imperialismo ha subito un duro colpo, mancando innanzi all’opinione pubblica mondiale l’obiettivo primario: porre un freno all’implacabile meccanismo di produzione cinese e al conseguente potere che il PCC sta esercitando sulla gestione del mercato e sugli stati e i monopoli capitalistici. L’imperialismo dal volto umano di Obama, il Nobel per la pace che ricorre in maniera sfrontata all’incremento della guerra, aveva in animo, già con lo scoperto e naufragato recente viaggio cinese, di profittare in modo lurido delle giuste, ma infantili, rivendicazioni dei movimenti ambientalisti per imporre un limite agli indici di crescita delle economie emergenti, in India, in Brasile, ma soprattutto in Cina.
L’economia capitalista, quella americana in primis, ha conosciuto un’aperta manifestazione di crisi strutturale, tutt’altro che chiusa, a fine 2008 e nel 2009. Sono apparsi in tutta la loro evidenza i danni crescenti, e per molti versi irreversibili per molti decenni, sulla condizione sociale e culturali dei proletari, sull’ecosistema. A Copenaghen i rappresentanti mondiali dell’imperialismo hanno prodotto una messa in scena per far apparire come fenomeni inevitabili, legati all’idea borghese di progresso, la mercificazione della vita umana e della natura. Ma gli ingenti finanziamenti a sostegno della crisi capitalistica, che ammontano a circa tre milioni di miliardi di dollari solo nel corso del 2009, sono serviti esattamente a favorire la riorganizzazione della putredine dell’imperialismo in un ordine del potere di imprese e di stati sempre più oppressivi e pervasivi, per portare più innanzi lo scontro aperto con il comunismo cinese e le resistenze di massa che si organizzano in occidente e in sud america. Il punto debole di questa oligarchia è proprio la tenuta ideologica e sociale del PCC.
Si è chiusa con un fallimento la Conferenza mondiale sull’Ambiente promossa dalle Nazioni Unite. Strombazzata ai quattro venti soprattutto dal presidente americano Obama, a dimostrazione della <<volontà ambientalista del suo governo>> (molti ambientalisti americani hanno votato per Obama, nonché settori del Partito democratico legati ad Al Gore hanno affidato al presidente Obama il messaggio della difesa ambientale dalla minaccia del continuo riscaldamento globale), ed anche dall’Unione Europea non ha ottenuto il consenso, nella risoluzione finale, dalla stragrande maggioranza dei paesi del G 77 (paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina), i quali hanno smascherato il bluff americano ed europeo denunciando l’arroganza e l’imbroglio dell’imperialismo americano ed europeo.
Alla fine USA ed UE hanno stilato, coinvolgendo la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, per mascherare di fronte ai popoli del mondo il fallimento totale della Conferenza, una generica risoluzione di intenti sulla riduzione delle emissioni nocive di anidride carbonica e anidride solforosa che non è stata nemmeno messa in votazione perché non avrebbe avuto il consenso della stragrande maggioranza dei paesi partecipanti ed è stata presentata con la complicità della presidenza danese dei lavori e della segreteria delle Nazioni Unite nella forma della raccomandazione.
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Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto altri non abbiano già fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non ci è stato possibile prenderla.
Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia. Tra le varie cose ha detto che, ho preso nota, il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non lo abbiamo avuto. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Forse il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l’uguaglianza! E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: l’esclusione.
C’è un gruppo di paesi che si reputa superiore a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi travolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c’è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all’ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale. Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell’ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c’è molta gente, sapete?

NUOVA DELHI: INCONTRO INTERNAZIONALE DEI PARTITI COMUNISTI
E OPERAI
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From: Communist Party of China
http://www.idcpc.org.cn/
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Discorso a nome della delegazione del Partito Comunista Cinese
(traduzione a cura della redazione de “la nostra lotta”)
Signor Presidente, colleghi delegati,
è un onore per me e i miei colleghi essere stati delegati dal Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese a partecipare a questo Incontro Internazionale di Partiti Comunisti e Operai (I.I.P.C.O.).
Innanzitutto permettetemi di portare i saluti e gli auguri del nostro ministro Wang Jiarui e dei suoi collaboratori del Dipartimento degli Affari Esteri. Questo I.P.C.O. è un’importante occasione, per i partiti comunisti del mondo, di scambiare informazioni, confrontare idee e discutere di alcuni problemi cruciali. Finora si sono tenute dieci Conferenze, ed oggi siamo qui riuniti, in Nuova Delhi, per dare inizio all’undicesimo I.I.P.C.O.
In secondo luogo, colgo questa opportunità per informarvi su ciò che di nuovo sta avvenendo in Cina e anche sulle recenti attività del Partito Comunista Cinese. La crisi finanziaria che ha avuto origine negli Stati Uniti l’anno scorso ha pesantemente coinvolto l’economia e la vita dei paesi di tutto il mondo. A causa dei contraccolpi negativi di questa crisi il 2009 è stato l’anno più difficile, dall’inizio del 21° secolo, per lo sviluppo economico della Cina.
L’affermazione che il marxismo è una scienza è particolarmente pertinente alla luce di una simile, ma più dubbia affermazione avanzata in riferimento agli studi economici moderni. L’economia insegnata in molte università, alla stessa stregua della fisica, la chimica e la biologia, vanta di sicuro solo un diritto molto debole a un tale titolo onorifico, dopo i sui pessimi risultati nello spiegare e sanare la nostra tenace crisi economica. Nonostante tutti i formalismi, le quantificazioni, i modelli e i teoremi (cioè i simboli della scienza moderna), che gonfiano i libri e i saggi dell’ economia accademica, tale disciplina riesce a mala pena a dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto per indirizzare la vita economica verso la razionalità, l’efficienza, e, naturalmente, la giustizia . Se la fisica fosse così impantanata in convenzionalità quanto lo è l’economia, saremmo ancora alla ricerca del flogisto. Nonostante la ricchezza di nuovi dati, strumenti di calcolo e dell’esperienza economica, non è così esagerato dire che l’insieme degli strumenti concettuali predisposto dagli economisti classici – Adam Smith e David Ricardo – ci sarebbe servito in modo analogo per capire e ad affrontare la tempesta economica in corso.
Sembra chiaro che dopo la debacle dei due partiti parlamentari che si richiamano al comunismo e ai suoi simboli, diventa ancora più concreto, o se non altro meno velleitario, per i comunisti che conservano ancora un legame con il marxismo leninismo, confrontarsi e verificare la possibilità di un coordinamento più o meno stabile. Il fatto che in passato simili momenti di confronto non abbiano dato alcun risultato, non significa che non si debba intraprendere ancora e ancora lo stesso percorso.
Per capire che cosa può mai significare per noi “marxismo leninismo” è forse utile aprire una polemica con quei gruppi di compagni che già da tempo si sono messi sulla via del coordinamento e dell’ unificazione. Parliamo della Rete dei comunisti, che chiama a raccolta militanti delle più diverse provenienze politico-ideologiche presentando alla discussione una Piattaforma (Il Bambino e l’acqua sporca. Il Novecento. Comunismo contro capitalismo) che sembra a prima vista molto prudente e problematica ma che in effetti, partendo da un’organica e ragionata decostruzione del comunismo novecentesco, indica con molta chiarezza la presunta strada assolutamente innovativa da percorrere. La Piattaforma annuncia un passaggio di metodo: se vogliamo fare un’analisi del movimento comunista, vi si legge, dobbiamo prescindere dall’esperienza storica. Poco dopo viene ribadito lo stesso concetto: “un’ipotesi di lavoro nella ricerca che vogliamo avviare è di non partire da una valutazione basata prevalentemente su una lettura storica”. Affermazioni di tal genere farebbero sobbalzare, prima ancora che Marx ed Hegel, Benedetto Croce, o ancor prima Giambattista Vico! Non e’ forse vero che il richiamo costante, l’insistenza sul tema della storia ha costituito l’architrave delle filosofie di questi autori? Non disse Croce che la tendenza antimetafisica del moderno atteggiamento filosofico consisteva nel ridurre la filosofia ad attività di ricerca storico-culturale abbandonando ogni speculazione trascendente?
La prima impresa coloniale dell’Italia monarchica post- unitaria fu attuata dal governo Depretis ai danni dell’Eritrea, che all’epoca faceva parte, insieme all’Etiopia, dell’impero Abissino. Agli orrendi crimini dell’esercito invasore il popolo abissino oppose una disperata resistenza e in un memorabile scontro nei pressi di Dogali, piccola città che distava pochi chilometri da Massaua, inflisse una dura sconfitta all’esercito italiano che costò la vita a quattrocento soldati. Quella battaglia passerà alla storia con il nome di Eccidio di Dogali. Come reazione vi fu nel nostro paese un’ondata di nazionalismo “patriottico” che si accompagnò a rigurgiti razzisti contro le “dense orde abissine”. Giosué Carducci scrisse una lettera al sindaco di Roma -siamo nel gennaio del 1887- chiedendogli di innalzare un monumento ai caduti italiani in Africa, e si potevano leggere versi di questo tenore:
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