PROGETTO ASSOCIAZIONE STALIN

April 27th, 2012
La nostra testata ritiene utilissima questa iniziativa. Ma  noi auspichiamo che anche un’Associazione che riporti in auge i meriti storici di Stalin possa contribuire alla nascita di un partito marxista leninista.

Non siamo un’associazione di nostalgici, ma un’associazione di comunisti che non hanno accettato e non accettano che attraverso la demolizione di Stalin passi, come in realtà è accaduto e accade, la demolizione dell’esperienza storica del movimento comunista del XX secolo, la più grande esperienza di emancipazione sociale che l’umanità abbia vissuto.
Di questo processo Stalin è stato parte determinante per circa un trentennio e nessuna separazione è possibile tra il suo ruolo e gli avvenimenti di cui i comunisti a livello mondiale sono stati protagonisti.

Il tentativo di separazione ha avuto due fasi. La prima con il processo controrivoluzionario iniziato nel 1956 con il famigerato rapporto segreto di Kruscev e la seconda con la presa di distanza dei comunisti ‘buoni’ dalle malefatte attribuite a Stalin.
Com’è noto, le conclusioni di questa presa di distanza si sono avute con il crollo dell’URSS e dei paesi socialisti dell’Europa dell’est, con la fucilazione di Ceaucescu, con l’annessione della Germania orientale. E, cosa ancora più grave, la campagna anticomunista collegata all’azione dell’imperialismo a livello mondiale ha raggiunto il suo apice in Italia anche con il contributo del comunista ‘buono’ che voleva rifondare il comunismo italiano, Fausto Bertinotti.
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SCHIZZI DI FANGO. Di Amedeo Curatoli

March 5th, 2012


            Roberto Saviano, dopo essere diventato un filo-Usa (“I crimini della dittatura castrista”) e un sionista perfetto (“i crimini di Hamas e di Hezbollah”) ha messo il naso nelle faccende della storia del comunismo di cui ha forse orecchiato, illo tempore, qualcosa. Si è entusiasmato per un saggio di un professore Orsini che essendo in cerca di notorietà, alla maniera di Erostrato (che incendiò il tempio di Artemide per diventare famoso), ha voluto “distruggere” Antonio Gramsci. E questa cosa è piaciuta moltissimo a Saviano. Non vogliamo ripetere le calunniose cretinate di Orsini-Erostrato, ma solo cogliere lo spunto da questo penoso episodio per difendere ancora una volta dagli avventurieri dell’ultima ora e dai revisionisti di sempre la figura di Antonio Gramsci.
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February 28th, 2012

Gramsci e Stalin: un pò di verità sui “Quaderni dal carcere” e sulle presunte rivalità tra i due.

February 26th, 2012

Il 17 luglio il “Corriere della Sera” lanciava, a firma Silvio Pons, uno scoop: una lettera sinora sconosciuta di Evghenia e Delia Schucht, cognata e moglie di Gramsci (morto nel 1937 nel carcere fascista), rivolta nel dicembre 1940 a Stalin: in essa gli si raccomandava di prendersi cura della pubblicazione degli scritti di Gramsci (I “Quaderni”) che gli italiani avrebbero sino allora trascurato e si rinfrescavano i sospetti sull’esistenza di un tradimento ai danni di Gramsci processato e detenuto, ai fini di impedirne la scarcerazione. Il sospetto, nella lettera, è genericamente a carico di italiani – si parla di fascisti e di trotzkisti – ma sembra chiaro che l’allusione sia alla vecchia vicenda della lettera di Greco e a presunte ambiguità di Togliatti. 
Di qui una ridda di articoli di stampa, centrati su sottigliezze filologiche, sulla non novità degli argomenti, sul fatto che questi nulla aggiungano a quanto conosciuto e già confutato ad abbondanza, naturalmente sull’iscriversi della vicenda nel “terrore staliniano” (Evghenia sarebbe stata una fervente staliniana…), e che in definitiva si sarebbe potuto pensare ad un complotto… contro Togliatti.
Nessuno ha però posto in dubbio né l’autenticità della lettera né che essa rispondesse al reale sentire delle scriventi e, finché vivo, dello stesso Gramsci. A noi non interessa qui parlare del presunto tradimento o quanto meno scorrettezza nei confronti di Gramsci prigioniero, dell’autore supposto di tali comportamenti (si può anche pensare a sospetti e timori eccessivi), dei perché e percome. Troviamo che la congerie di scritti presentataci sia nel complesso piuttosto futile e scadente, perché di tutto si occupa meno che, con fuggevoli e non rese evidenti eccezioni di A. Santucci e di A. Burgio, della questione centrale: il rapporto di Gramsci con Stalin, sul quale la vulgata dei revisionisti (del marxismo-leninismo, non quelli storici) ha costruito l’indegna leggenda dell’estraneità o addirittura dell’avversione tra i due. Tutto basato sul nulla, dato che i passi dei “Quaderni del carcere”, che si occupano di Stalin, di Trotzki e del socialismo sovietico, sono tutti a favore di Stalin. In un passo del 1930-32 (citiamo sempre dall’edizione Gerratana, qui p. 801 s.), Gramsci critica Bronstein (Trotzki) che “può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta”, e pone l’essenziale distinzione fra guerra di movimento o di manovra e guerra di posizione, quale quella che allora doveva sostenere l’Unione Sovietica ed in cui (udite, udite!) “è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più intervenzionista, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’impossibilità di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, organizzativi, ecc., rafforzamento delle posizioni egemoniche del gruppo dominante, ecc.”. La distinzione fra i due tipi di “guerra” viene approfondita (p. 865 s.) con la famosa distinzione fra la situazione dell’oriente, in cui “lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa” e l’occidente, ove “tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile”, per rigettare ancora una volta le teorie di Trotzki. Assai significativo (p. 1728 s.) è il passo riferito proprio a Stalin (Giuseppe Bessarione), che trae spunto da un’intervista dello stesso del settembre 1927, per rilevare “come secondo la filosofia della prassi (cioè il marxismo, nota mia) sia nella formulazione del suo fondatore, ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico (dunque, si direbbe Stalin, al di cui scritto si fa riferimento, nota mia),la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale”. Si tratta proprio del rapporto dialettico tra nazionale e internazionale che nella concezione di Stalin è fondamentale: “Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici(Trotzki) e Bessarione come interprete del movimento maggioritario…”. Almeno in due occasioni Gramsci spiega ed approva “la liquidazione di Leone Davidovici” (p. 1744), come“liquidazione anche del parlamento ‘nero’ che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento ‘legale’ “ in Unione Sovietica; e soprattutto quando, analizzando in termini sintetici ma profondi le tendenze di Trotzki, Gramsci rileva che la corrente che ha avversato quest’ultimo ha applicato la formula giacobina non come “cosa astratta, da gabinetto scientifico” bensì “in una forma aderente alla storia attuale, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare, come alleanza di due gruppi sociali, con l’egemonia del gruppo urbano” (cioè quello che stava praticando Stalin). E in via definitiva (p. 2164), quando Gramsci, sempre a proposito della tendenza di Trotzki, rileva senza mezzi termini “la necessità inesorabile di stroncarla” (il passo è attribuibile al 1934), secondo quanto appunto era avvenuto in Unione Sovietica.
Che dal pensiero dell’ultimo Gramsci risulti un distacco rispetto a Stalin è dunque menzogna: Gramsci ne approvava anche i tratti che oggi vengono qualificati “autoritari”, “dittatoriali” e peggio ancora. E nemmeno può dirsi, secondo l’ultimo rifugio della vulgata revisionista, che “oggettivamente” l’impostazione gramsciana fosse antitetica: differenze possono risultare dai contesti consapevolmente diversi (occidente e oriente) e dalle diverse fasi e livelli di lotta in Unione Sovietica e, in particolare, nell’Italia fascista, cui Gramsci non poteva non pensare: ma Gramsci sarebbe stato il primo a farsi una grande risata se qualcuno gli avesse prospettato di applicare all’Unione Sovietica di Stalin le elaborazioni che egli faceva soprattutto per l’Italia di allora.
Ora, per tornare alla lettera, se l’ambiente familiare di Gramsci si rivolgeva a Stalin sollecitandone (a torto o a ragione, non importa) la tutela nei confronti degli italiani, addirittura se le due scriventi ricordano che Gramsci raccomandava di condurre le trattative per la sua liberazione per il tramite del partito sovietico senza nulla far trapelare agli italiani, ciò vuol dire che il grande sardo aveva piena fiducia in Stalin e nel suo partito, come autentiche espressioni del comunismo mondiale. Tutto il contrario di quanto da molti anni ci è stato velenosamente propinato. I falsari del revisionismo moderno, con la lettera ora pubblicata e le reazioni nel complesso imbarazzate ed elusive che ha suscitato, sono serviti.
Quale il senso dell’operazione di Silvio Pons? Forse liquidare completamente il comunismo storico italiano: Togliatti infido e traditore, Gramsci non più l’”angelo” che ripudia il “demone” Stalin. E così il gioco è fatto. Ma anche questo convalida la nostra posizione: Stalin e Gramsci, due leaders entrambi impegnati sino all’ultimo per il nostro grande ideale e per la difesa indefettibile di esso.
Aldo Bernardini 

 

 

Potrà scoppiare una nuova guerra fredda? (Articolo apparso sul Quotidiano del Popolo on line in lingua francese. Traduzione di Francesco Rozza)

December 22nd, 2011


Il Presidente americano Barack Obama ha partecipato per la prima
volta al sesto vertice dell’ Asia Orientale che ha avuto luogo quest’anno a Bali, in Indonesia. Successivamente, egli e il segretario di Stato americano Hillary Clinton hanno approfittato di tutte le occasioni possibili per fare conoscere le loro idee sul cosiddetto “ritorno degli Stati Uniti in Asia”.
Obama ha annunciato che gli Stati Uniti hanno deciso d’ inviare un
distaccamento di 2.500 soldati che saranno di stanza in Australia, mentre Hillary Clinton ha dichiarato che il ventunesimo secolo sarà “il secolo degli Stati Uniti del Pacifico”. Tutte queste dichiarazioni e tutte queste disposizioni, adottate dagli americani per propagandare il loro
cosiddetto “ritorno„, sono seguite con attenzione dal mondo intero che
presta una grande attenzione all’ evolvere della situazione. Il “Wall Street Journal” ha pubblicato il 25 novembre scorso un articolo scritto da Hugh White, eminente docente universitario australiano ed ex-segretario aggiunto alla difesa nazionale. È detto in quest’articolo dal titolo “la dottrina Obama” che la visita del Presidente americano in Asia segna la nascita “della dottrina
Obama”.
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Ferrero-Diliberto: affinità elettive

November 12th, 2011

Il grande Lenin diceva che non ci si può spiegare pienamente nessun errore, compreso un errore politico, se non si scoprono le radici teoriche dell’errore di coloro che lo commettono. Per “coloro” noi qui intendiamo Diliberto e Ferrero, tanto per semplificare, non certo per attribuir loro tutto il peso degli errori (che abbiamo denunciato in passato e che continueremo a denunciare in questo articolo), ma perché ne sono i più visibili portabandiera essendo essi i segretari di due partiti che si richiamano ad un comunismo fondato, appunto, su basi teoriche false. Questi due partiti svolgeranno prossimamente i loro congressi, e i documenti  teorico-programmatici proposti alla discussione  contengono l’ennesima illustrazione della critica distruttiva del comunismo storico e la riproposizione di un comunismo immaginario, mirifico, fatto di belle parole scelte con cura, ma  che in questo mondo non vedrà mai la luce. L’idea profonda, ancora una volta espressa in tali ultimi documenti, al di là della diversità degli “stili letterari” ferreriani e dilibertiani, sta nella eventualità che sia possibile sospingere lo Stato verso misure di radicali trasformazioni in senso democratico se non addirittura in senso socialista, senza mai prospettare l’inevitabilità di un rivolgimento rivoluzionario per conquistare quelle misure. Si tratta del perpetuo, secolare inganno, più o meno esplicito, più o meno camuffato, di tutti gli opportunismi revisionisti, che negano il carattere di classe dello Stato borghese e seminano illusioni fra  la gente che sia possibile modificare nel profondo tale Stato, considerato, in fondo, entità neutrale al di sopra e al di là degli antagonismi di classe. Nel nostro paese questa visione opportunista dello Stato ha avuto una sua sistemazione teorica abbastanza organica e complessa nella via italiana al socialismo poi divenuta eurocomunismo e poi (con argomenti sempre più labili) un altro mondo possibile o ancora un “immaginario della trasformazione”.


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Queste luride canaglie di Amedeo Curatoli

October 16th, 2011

Queste luride canaglie che stanno facendo stragi di donne e bambini libici, in bombardamenti quotidiani che partono dall’Italia, che durano da 173 giorni (quasi sei mesi!) e ancora stanno continuando; queste luride canaglie  che commettono i loro crimini quotidiani con l’avallo del Presidente della Repubblica Napolitano che ha fatto sua la mostruosa menzogna dell’ “intervento umanitario” (i transfughi del comunismo sono sempre i peggiori, non dimentichiamolo mai); queste luride canaglie che si sono strettamente associate in un’unica famiglia imperialista al peggior nemico del genere umano, gli Stati Uniti d’America; queste luride canaglie che mettono in salvo le banche e rendono ormai infernale la vita quotidiana della povera gente su cui scaricano la crisi indotta dai mestatori della finanza; queste luride canaglie che temono come la peste che l’ira popolare possa travolgerli e fargli fare la fine del marcio regime di Mubarak; queste luride, schifose canaglie, osano parlare di “violenza” che ci sarebbe stata  nel corso del grande corteo romano di un milione di manifestanti. Fanno il loro mestiere, loro e tutti i mass media asserviti, a partire dal quotidiano di Scalari. I ladri e gli assassini gridano sempre: al ladro! e all’assassino!

Ma quello che più ci riempie di indignazione è il verso pappagallesco che gli epigono della “via italiana al socialismo” e dell’ “altro mondo possibile” fanno alla borghesia monopolistica italiana e a tutti  i suoi rappresentanti politici che siedono nel Parlamento nazionale e dal quale loro sono stati esclusi a elettorali calci nel sedere. Il peggiore pappagallo di tutti è stato il discepolo pugliese di Bertinotti che ci ripugna finanche di nominare.

Noi li abbiamo visti a San Giovanni in Laterano i giovani con i caschi e i volti coperti combattere eroicamente contro i guardiani dell’ordine borghese, tenerli in scacco per quattro ore, assaltare i loro mezzi blindati. Saranno loro, domani, in prima fila a dare l’assalto finale allo stato borghese da abbattere, saranno principalmente loro, a rinnovare la tradizione dei giovani rivoluzionari che distrussero, armi alla mano, il regime fascista.

16 0tt. 2011

Amedeo Curatoli

LA FALSA EQUIDISTANZA DEL FILOSOFO COSTANZO PREVE di Amedeo Curatoli

August 28th, 2011

De Gaulle si proclamava “au-dessus de la melée” (al di sopra della mischia) e quando, all’indomani della Liberazione della Francia vi fu la sfilata che partendo dall’Arc de Triomphe percorse gli Champs Elysées, egli non volle nessuno accanto a sé: “S’il vous plait, monsieurs –disse agli esponenti di partiti che gli si affollavano intorno- un pas derrière moi! (Per favore, signori, disponetevi un passo dietro di me!). Costanzo Preve con un atteggiamento di altrettanta altezzosità ed eccessiva considerazione di sé, dall’alto della sulla sua cattedra di filosofo afferma di non parteggiare né per Trotski, né per Stalin, di essere, appunto, au dessus de la melée.

Il grande storico Mathiez dimostrò che Danton tradì effettivamente la Rivoluzione e che Robespierre non era quella figura di mostro sanguinario che la borghesia termidoriana descrisse e tramandò ai posteri. Presumibilmente ancora oggi l’opinione pubblica e la storiografia francese è divisa su tale argomento, sarà tuttavia difficile vedere robespierristi e dantoniani prendersi a legnate nei boulevards di Parigi in occasioni commemorative della Grande Rivoluzione. Disgraziatamente, invece, “nella nebbiosa Milano dei primi anni Settanta -dice Preve- giunsero a sprangarsi i tifosi retroattivi di Stalin e i tifosi retroattivi di Trotski”. Ma forse questo filosofo non sa che anche a Napoli, ‘o Paese d’o sole, in quella stessa epoca, i marxisti leninisti picchiavano e mettevano in fuga quelli di Avanguardia operaia, notoriamente trotskisti. Questi scontri, per Preve, rappresentano “una manifestazione surrealistica da teatro dell’assurdo”. Sarà poi vera questa sintesi previana? Davvero si trattava di scontri fra mentecatti “tifosi retroattivi”?
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Ricostruire il partito “comunista” ovvero: evocare fantasmi. Parte1

July 28th, 2011

(E’ un articolo lungo quello che segue e dunque ce ne scusiamo, ma ancora più lungo è il libro revisionista che critichiamo – di ben 340 pagine. Speriamo che i compagni leggano quest’articolo, lo commentino, lo segnalino ad altri compagni, ma speriamo anche che si procurino il libro per capire fino in fondo il ruolo regressivo che esso intende svolgere, e per verificare se le mie sono calunnie infondate o critiche antirevisioniste da prendere in considerazione. Io polemizzo solo con uno dei tre che hanno firmato il libro, Sorini. L’ho fatto per motivi pratici e anche perché considero quest’ultimo l’organizzatore ideologico, per così dire, del libro stesso).


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Ricostruire il partito “comunista” ovvero: evocare fantasmi. Parte 2

July 27th, 2011

 

Emilio Sarzi Amadé, intellettuale togliattiano, impegnato a dimostrare che sul problema della via parlamentare al socialismo e su quello della guerra e della pace Krusciov aveva perfettamente ragione, così commentò questo passo: L’esperienza nazionale del passaggio al socialismo, che ai cinesi costò 22 anni di guerre e di rivoluzioni, induce ‘Viva il leninismo’ a prendere posizione anche su questo problema (intende dire: i cinesi non solo respingono la via parlamentare al socialismo, ma anche la ‘nuova’ linea sulla guerra e la pace) la cui soluzione i comunisti cinesi non vedono se non negli stessi termini in cui essa è posta nel loro paese” (Rinascita, vol 3°, pag. 1379) come a dire: questi cinesi non hanno fatto altro che combattere, per 22 anni, bisogna capirli, il loro orizzonte non può essere altro che la guerra, non sono dei raffinati leninisti come noi che abbiamo “stabilito”, innovativamente, che una terza guerra mondiale non ci sarà più. Togliatti, che non volle mai ammettere il carattere di svolta del 20° congresso del Pcus, arrivò a paragonare la linea kruscioviana sulla guerra e la pace a quella del 7° Congresso dell’Internazionale comunista. Egli, per “dimostrare” la continuità teorica, politica e storica fra il 7° Congresso dell’I.C. e il XX Congresso del Pcus, arrivò (autolesionisticamente) a citare sé stesso: Si prenda il tema della pace e della guerra. Si leggano le relazioni di Dimitrov e di Ercoli al 7° Congresso della Internazionale comunista…Ivi si troverà chiaramente dimostrata la possibilità che venga evitato lo scoppio di un secondo conflitto mondiale” (Rinascita, cit. pag.1071). A parte il fatto che se davvero fosse stata dimostrata la possibilità di evitare la guerra, si sarebbe trattato di una dimostrazione “per assurdo”, visto che poi la seconda guerra mondiale scoppiò per davvero. Ma leggiamo che cosa disse Dimitrov a quel 7° Congresso dell’IC: “I popoli d’Occidente commetterebbero un fatale errore se si lasciassero cullare dall’illusione che i mercanti di guerra fascisti in Europa ed in Estremo Oriente smetteranno di minacciare la guerra. I popoli confinanti con la Germania hanno di che nutrire i loro seri timori riguardo alla difesa della loro indipendenza e libertà”. E più avanti: “In caso di una diretta minaccia di guerra da parte di un’aggressore fascista, i Comunisti, ribadendo che soltanto il potere proletario è capace di assicurare una vera difesa del paese e della sua indipendenza, come è dimostrato in modo chiaro e semplice dall’Unione Sovietica, cercheranno di formare un governo di Fronte popolare (ed è ciò che effettivamente fecero in tutta l’Europa dell’Est)”. Non c’è forse in questo discorso il nesso dialettico “maoista” guerra-rivoluzione? Che cosa ha a che vedere un tale linguaggio rivoluzionario con quello vile, disarmante e capitolazionista di Krusciov? Come è possibile che Togliatti abbia voluto rendere un così cattivo servizio a se stesso addossando all’ Ercoli del 7°Congresso dell’I.C. il sudiciume antileninista del XX Congresso kruscioviano?
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