Non-violenza, lotta per la pace e «rivoluzioni colorate» Un’intervista a Domenico Losurdo di Marie-Ange Patrizio

March 6th, 2010


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Sarà in libreria dal 4 marzo il nuovo libro di Domenico Losurdo, ordinario di Storia della filosofia presso l’Università degli studi di Urbino. La non-violenza. Una
storia fuori dal mito, Laterza, 287 pp., 22 euro, questo il titolo del nuovo lavoro, destinato a suscitare dibattiti e forse polemiche accese, come è già accaduto per
molte delle pubblicazioni dell’autore italiano. Losurdo, infatti, si caratterizza come uno storico oltremodo controcorrente, capace di individuare e fare emergere degli aspetti della filosofia e della storia sovente rimossi dalla pubblicistica dominante. Ha proposto una nuova immagine di Kant e soprattutto di Hegel tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, per poi pubblicare una monumentale monografia su Nietzsche (di oltre mille pagine) in cui il pensiero del grande filosofo tedesco veniva ricostruito con chiavi
interpretative quanto mai inaudite e fuori dal coro. Per non parlare degli studi sulla storia dell’Occidente, ripercorsa criticamente attraverso le recenti Controstoria del liberalismo e Il linguaggio dell’impero, fino ad arrivare alla monografia su Stalin, ultima pubblicazione prima dell’uscita del libro di cui stiamo per parlare con l’autore, capace anch’essa di suscitare dibattiti accesi e di ottenere un notevole successo di vendite, malgrado l’argomento scottante e da più parti volutamente messo a tacere.
Abbiamo chiesto a Domenico Losurdo di anticiparci alcune delle tesi più forti contenute nel nuovo libro. Marie-Ange Patrizio

 
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La tigre dagli artigli atomici. Di Vincenzo Gagliano

February 18th, 2010

              Nei templi della finanza statunitense e occidentale le forze dominanti del capitalismo hanno promosso un sommovimento tellurico per rendere strutturale l’incremento delle funzioni di controllo incrociato sulle proprietà e sull’organizzazione complessiva dei cicli produttivi, sulla divisione internazionale del lavoro, sui rapporti di classe. Tale fase é stata descritta come una crisi si modello, é ritornata a riecheggiare la teoria del crollo. I testi di Marx hanno conosciuto una notevole diffusione. Quel che é certo è che le classi dominanti e i governi capitalistici hanno determinato un nuovo grande trasferimento di reddito dai salari ai profitti, la rete oppressiva dei rapporti di lavoro precari ha esteso la sua dimensione di controllo e ha generato una stagione di licenziamenti di massa, di trasferimenti produttivi attivando il grande esercito di riserva del lavoro e delle produzioni, sottomettendo sempre più al profitto la risorsa territorio. E’ evidente che l’alta redditività del lavoro salariato, l’enorme incremento dello sfruttamento umano ottenuto dal capitalismo con l’ausilio delle tecnologie e della capacità relazionale totale, consente all’imperialismo capitalista di cavalcare la selvaggia tigre dei rapporti proprietari e produttivi. Solo il sindacalismo che tradisce le redistribuzioni salariali e di potere del novecento operaio, solo il politicismo governista ed elettoralistico del residuo di comunisti parolai d’occidente, solo le facce di bronzo dei ministri economici, delle ditte d’informazione potevano declinare come crisi ed evento naturale di un benefico ciclo economico un episodio violento e pesante della lotta di classe tra borghesia e proletariato. Le cifre dello scempio sociale sono tragicamente chiare, come risulta evidente dalla riorganizzazione della mappa del potere politico economico e finanziario. Sono stati palesati in tutta la loro portata gli obiettivi di conflitto planetario che l’imperialismo USA assegna a questa epoca. L’orizzonte dei rapporti internazionali riceve dalla iniziativa di Wall street del 2008/2009 un chiaro addensarsi di tempesta. E se si scorge l’obiettivo della strategia assassina dell’imperialismo mondiale si comprende anche il motivo politico economico di quella “crisi”, la prospettiva del modo capitalistico e il compito del comunismo. Il motivo scatenante é la risposta affannata e feroce all’incedere temibile e consapevole dei comunisti cinesi, ed anche delle economie d’oriente, delle sollevazioni di autonomia in America latina. Si sta in queste aree formando una classe operaia sterminata, un mercato di consumi senza proporzioni che frantuma le barriere della povertà miserevole precapitalistica con cui la ferocia dei padroni ha alimentato l’anarchia del modo di produrre capitalistico. Quel che più é temuto nei circoli imperialisti è che si va qui determinando un fronte di paesi che reggono alla sfida USA, un fronte che sta determinando convergenze di interessi con la Russia, l’Africa, settori islamici.


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Su alcune questioni teoriche che si evidenziano dalla crisi economica e finanziaria in corso e sul suo andamento. Di Giuseppe Amata

February 18th, 2010


1. Riassumo sinteticamente, e non approfondisco perché le ho trattate in precedenti articoli, alcune questioni teoriche importanti a mio avviso per comprendere le cause dell’attuale crisi economica e finanziaria  e per capire il suo andamento futuro.

Secondo Marx, che vive ricordiamo quando ancora il capitalismo non trapassa nell’imperialismo (fenomeno che inizia in Europa e negli Usa alla fine dell’Ottocento ed agli inizi del Novecento), il limite della produzione capitalistica è rappresentato dal capitale stesso, essendo la produzione finalizzata non dai bisogni sociali, ma dal desiderio di aumentare il profitto. Ed è la caduta tendenziale del saggio del profitto che determina la crisi, non viceversa. La caduta tendenziale del saggio del profitto, a sua volta, è tendenziale e non lineare, in quanto il capitalista la può frenare utilizzando quattro categorie antagonistiche a detta caduta: a) con l’aumento del saggio del pluslavoro; b) con la diminuzione della quota di logorio ceduta dal macchinario alla produzione della singola merce (cioè tramite l’innovazione tecnica che permette di realizzare più merci); c) con la diminuzione del valore delle materie prime o delle fonti energetiche che entrano nella singola merce (dal carbone si passa al petrolio, quindi all’uranio e ad altre fonti energetiche alternative; dal ferro si passa all’acciaio, con i derivati del petrolio si ottengono le materie plastiche, poi le fibre ed i semiconduttori, ecc:); d) con la diminuzione del salario reale. Se nonostante l’intervento di questi fattori antagonistici il saggio del profitto tende a diminuire lo stesso, al capitalista non resta che l’ultima possibilità per impedire la crisi: allargare i suoi mercati con il commercio estero, pur con un guadagno unitario inferiore, ma con un profitto totale maggiore.

E’ quanto si è verificato in tutte le vicende del ciclo capitalistico, compreso quello attuale della fase della cosiddetta “globalizzazione” (definizione impropria che fa parte del linguaggi corrente).

Secondo Lenin, a sua volta, nella fase dell’imperialismo vigono le seguenti leggi: a) è prioritaria l’esportazione di capitali (soprattutto finanziari) rispetto alle merci; b) è crescente la divaricazione tra prezzi delle materie prime e prezzi dei prodotti finiti; c) è lo sviluppo economico diseguale il motore della concorrenza tra monopoli ed il resto dell’apparato economico (e dietro i monopoli ci sono gli Stati) sia all’interno di un paese sia a livello internazionale; d) la guerra per la ripartizione delle aree di influenza (località delle materie prime e mercati di sbocco dei prodotti finiti).

Lo attestano la prima e la seconda guerra mondiale, le guerre regionali sia all’epoca del confronto Usa-Urss, sia a maggior ragione dopo il crollo dell’Urss per la ripartizione delle aree ex-sovietiche, lo sviluppo del capitale multinazionale con testa nel Nord America, Unione Europea e Giappone e con tentacoli in tutto il mondo, laddove al capitale iniziale si possono aggregare altri capitali, in posizione dipendente (e dietro la testa del capitale multinazionale ci stanno i rispettivi Stati, così come all’epoca di Lenin dietro i monopoli ci stavano i singoli Stati). Guai, quindi,  per gli Stati che impediscono la penetrazione del capitale multinazionale, additati di violare i “diritti umani”, di sostenere il terrorismo o di essere stati-canaglia e quindi meritevoli di guerre per la democrazia (vedi smembramento della ex Yugoslavia, attacco all’Iraq ed all’ Afghanistan ed ora minacce all’Iran).

 
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Il Dalai Lama e Obama. L’incontro tra i due Premi Nobel della menzogna di Domenico Losurdo.

February 6th, 2010


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La notizia è ora ufficiale. Tra breve il Dalai Lama sarà ricevuto da Obama alla Casa Bianca. L’incontro tra queste due anime gemelle era inevitabile: a venti anni di distanza l’uno dall’altro (1989 e 2009) hanno ricevuto entrambi il Premio Nobel per la pace, ed entrambi hanno conseguito questo riconoscimento ad maiorem Dei gloriam, o per essere più esatti a maggior gloria della «nazione eletta» da Dio. Il 1989 era l’anno in cui gli Usa conseguivano il trionfo nella guerra fredda e si apprestavano a smembrare l’Unione Sovietica, la Jugoslavia e – così essi speravano – anche la Cina. In queste condizioni ad essere incoronato come campione della pace non poteva che essere il monaco intrigante che già da trent’anni, incoraggiato e finanziato dalla Cia, si batteva per staccare dalla Cina un quarto del suo territorio (il Grande Tibet). Nel 2009 la situazione era cambiata in modo radicale: i dirigenti di Pechino erano riusciti ad evitare la tragedia che si voleva infliggere al loro paese; invece di essere ricacciato nei decenni terribili della Cina, oppressa, umiliata e spesso condannata in massa alla morte per inedia, della «Cina crocifissa» di cui parlano degli storici, un quinto della popolazione mondiale aveva conosciuto uno sviluppo prodigioso, mentre chiari risultavano il declino e il discredito che colpivano la superpotenza solitaria che nel 1989 aveva creduto di avere il mondo nelle sue mani. Nelle condizioni che si erano venute a creare nel 2009, il Premio Nobel per la pace incoronava colui che, grazie alla sua abilità oratoria e alla sua capacità di presentarsi come un uomo nuovo e venuto dal basso, era chiamato a ridare lustro all’imperialismo Usa.  

http://domenicolosurdo.blogspot.com/ 


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IL PARTITO COMUNISTA CINESE SULL’ASCESA E LA CADUTA DELL’URSS

February 5th, 2010


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In occasione di un lungo documentario televisivo prodotto dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali sull’ascesa e la caduta dell’Unione Sovietica e del Partito comunista dell’Unione Sovietica è apparso sulla stampa cinese il commento che di seguito pubblichiamo.


       All’inizio degli anni ’90 il mondo intero rimase scioccato da un grande evento di portata storica: l’Unione Sovietica, una superpotenza con una superficie di 24 milioni di chilometri quadrati che si distendeva fra l’Europa e l’Asia, improvvisamente si dissolse. Quest’evento si produsse in assenza di qualsiasi intervento dall’esterno e di disastri naturali.

      Attoniti, i partiti politici di tutto il mondo, le organizzazioni internazionali, le istituzioni accademiche e anche alcuni singoli studiosi hanno meditato a lungo sul mistero inedito della “disintegrazione dell’Unione Sovietica” nel tentativo di ricavare una lezione storica da questo evento difficilmente immaginabile.
      Arnold Joseph Toynbee, un famoso storico inglese, una volta disse: “la conoscenza appresa con dolore del declino delle civiltà, può essere il più efficace strumento di progresso”
      La dirigenza di terza generazione del nostro Partito con alla guida il compagno Jang Zemin e il nuovo Comitato Centrale del Partito guidato dal Segretario Generale compagno Hu Jintao, hanno attibuito grande importanza allo studio delle cause della “disintegrazione dell’Unione Sovietica”. Non vi è dubbio che uno studio serio ed una corretta comprensione di questo grave accadimento è di grande utilità per rafforzare ulteriormente lo sviluppo e il carattere d’avanguardia del PCC e per continuare ad avanzare nella grande causa del socialismo con caratteristiche cinesi.
     Sono state date varie spiegazioni delle cause che hanno prodotto la “disintegrazione dell’Unione Sovietica”, e fra queste il “fallimento dello sviluppo economico”, una “mancanza di flessibilità nel modello Stalinista”, “conflitti etnici”, la “prolungata corsa agli armamenti”, il “tradimento di Gorbaciov” e “fattori esterni”. Abbiamo visto molta gente giungere a differenti conclusioni, anche opposte
.

Tuttavia, qual è la più  profonda delle cause del crollo dell’Urss? Il compagno Mao Zedong una volta ci disse: “Se vi sono più conflitti all’interno di uno stesso processo, deve esservene necessariamente uno che gioca un ruolo primario e decisivo”. Nelle sue famose conversazioni del 1992 tenute nel Sud, il compagno Deng Xiaoping indicò chiaramente che “se vengono alla luce seri  problemi essi devono essere circoscritti e risolti all’interno del PCC”. Nel Dicembre del 1991 il Compagno Jang Zemin  rilevò che la trasformazione dell’ex-Unione Sovietica e dei paesi dell’Europa Orientale non fu dovuta al fallimento del Socialismo Scientifico, ma all’abbandono della via socialista. Nel dicembre del 2000 anche il Compagno Hu Jintao sottolineò che fra i molteplici fattori che hanno contribuito alla disintegrazione dell’Unione Sovietica, il principale fu l’aver gettato via, da parte di Krusciov, “la spada” Stalin, e successivamente l’aperto tradimento del Marxismo-Leninismo da parte di Gorbaciov.

Ammiraglio di Divisione dell’Esercito Popolare Cinese, esperto di studi strategici: Una futura guerra non è impossibile

February 5th, 2010


Zhang Zhaozhong, esperto militare cinese, mette in guardia il mondo sul fatto che gli Stati Uniti d’America scateneranno una nuova guerra, sebbene il periodo d’inizio della medesima e il nemico da colpire rimangano per ora ancora sconosciuti. “Obama -ha dichiarato Zhang Zhaozhong-  proviene dalla società civile. Durante la corsa per la presidenza, accettando l’onore di servire il suo paese (e adesso è in carica), ha espresso molte lodevoli idee. Ciò nonostante, io personalmente non mi sono mai fatto  illusioni sul suo conto. È una persona colta, è anche un accademico, quindi riesce a  parlar bene e ad esprimere chiaramente il suo punto di vista, ma il suo modo di vedere le cose non  può essere quello di un presidente. Può addirittura ricevere un premio Nobel per la sua personale filosofia, ma, in quanto presidente, non può fare altro che scatenare guerre”.
       Se diamo uno sguardo alla storia degli Stati Uniti, non c’è mai stato un presidente Usa che ha  operato per attuare una politica di pace: non si può essere presidenti di quel Paese senza fare guerre. Obama sicuramente starà in una posizione difficile. Non può fare ciò che vorrebbe ma è costretto a fare ciò che magari non vorrebbe. Non c’è alternativa. Questi sono gli Stati Uniti e questa è la natura dell’imperialismo.

      È inevitabile che esploderà un’altra guerra. Ma chi sarà aggredito e quando avverrà questa guerra è un grande punto interrogativo.

 Zhang è un teorico mlitare e commentatore. È professore all’Università della Difesa Nazionale e Ammiraglio di divisione.

Fonte: Xinhua, 11, gennaio 2010
http://news.xinhuanet.com/mil/2010-01/11/content_12790747.htm

COPENAGHEN E I PIFFERI DI MONTAGNA di Vincenzo Gagliano

January 11th, 2010

Alla conferenza di Copenaghen sulla“difesa” del clima, l’imperialismo ha subito un duro colpo, mancando innanzi all’opinione pubblica mondiale l’obiettivo primario: porre un freno all’implacabile meccanismo di produzione cinese e al conseguente potere che il PCC sta esercitando sulla gestione del mercato e sugli stati e i monopoli capitalistici. L’imperialismo dal volto umano di Obama, il Nobel per la pace che ricorre in maniera sfrontata all’incremento della guerra, aveva in animo, già con lo scoperto e naufragato recente viaggio cinese, di profittare in modo lurido delle giuste, ma infantili, rivendicazioni dei movimenti ambientalisti per imporre un limite agli indici di crescita delle economie emergenti, in India, in Brasile, ma soprattutto in Cina.

              L’economia capitalista, quella americana in primis, ha conosciuto un’aperta manifestazione di crisi strutturale, tutt’altro che chiusa, a fine 2008 e nel 2009. Sono apparsi in tutta la loro evidenza i danni crescenti, e per molti versi irreversibili per molti decenni, sulla condizione sociale e culturali dei proletari, sull’ecosistema. A Copenaghen i rappresentanti mondiali dell’imperialismo hanno prodotto una messa in scena per far apparire come fenomeni inevitabili, legati all’idea borghese di progresso, la mercificazione della vita umana e della natura. Ma gli ingenti finanziamenti a sostegno della crisi capitalistica, che ammontano a circa tre milioni di miliardi di dollari solo nel corso del 2009, sono serviti esattamente a favorire la riorganizzazione della putredine dell’imperialismo in un ordine del potere di imprese e di stati sempre più oppressivi e pervasivi, per portare più innanzi lo scontro aperto con il comunismo cinese e le resistenze di massa che si organizzano in occidente e in sud america. Il punto debole di questa oligarchia è proprio la tenuta ideologica e sociale del PCC.


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Smascherato il bluff ambientalista degli USA e dell’Unione Europea alla Conferenza di Copenaghen. Di Giuseppe Amata

December 23rd, 2009


 

Si è chiusa con un fallimento la Conferenza mondiale sull’Ambiente promossa dalle Nazioni Unite. Strombazzata ai quattro venti soprattutto dal presidente americano Obama, a dimostrazione della <<volontà ambientalista del suo governo>> (molti ambientalisti americani hanno votato per Obama, nonché settori del Partito democratico legati ad Al Gore hanno affidato al presidente Obama il messaggio della difesa ambientale dalla minaccia del continuo riscaldamento globale), ed anche dall’Unione Europea non ha ottenuto il consenso, nella risoluzione finale, dalla stragrande maggioranza dei paesi del G 77 (paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina), i quali hanno smascherato il bluff americano ed europeo denunciando l’arroganza e l’imbroglio dell’imperialismo americano ed europeo.

Alla fine USA ed UE hanno stilato, coinvolgendo la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica, per mascherare di fronte ai popoli del mondo il fallimento totale della Conferenza, una generica risoluzione di intenti sulla riduzione delle emissioni nocive di anidride carbonica e anidride solforosa che non è stata nemmeno messa in votazione perché non avrebbe avuto il consenso della stragrande maggioranza dei paesi partecipanti ed è stata presentata con la complicità della presidenza danese dei lavori e della segreteria delle Nazioni Unite nella forma della raccomandazione.


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XV Conferenza Internazionale dellONU sul Clima - Il discorso del Presidente Chávez a Copenhagen, 19 dicembre 2009

December 23rd, 2009

Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto altri non abbiano già fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non ci è stato possibile prenderla.

Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia. Tra le varie cose ha detto che, ho preso nota, il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non lo abbiamo avuto. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.

Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Forse il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l’uguaglianza! E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: l’esclusione.

C’è un gruppo di paesi che si reputa superiore a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi travolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c’è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all’ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale. Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell’ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c’è molta gente, sapete?


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NUOVA DELHI: INCONTRO INTERNAZIONALE DEI PARTITI COMUNISTI E OPERAI From: Communist Party of China

December 19th, 2009


 

NUOVA DELHI: INCONTRO INTERNAZIONALE DEI PARTITI COMUNISTI
E OPERAI

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From: Communist Party of China
http://www.idcpc.org.cn/
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Discorso a nome della delegazione del Partito Comunista Cinese

(traduzione a cura della redazione de “la nostra lotta”)

 

 Signor Presidente, colleghi delegati,

è un onore per me e i miei colleghi essere stati delegati dal Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese a partecipare a questo Incontro Internazionale di Partiti Comunisti e Operai (I.I.P.C.O.).

Innanzitutto permettetemi di portare i saluti e gli auguri del nostro ministro Wang Jiarui e dei suoi collaboratori del Dipartimento degli Affari Esteri. Questo I.P.C.O. è un’importante occasione, per i partiti comunisti del mondo, di scambiare informazioni, confrontare idee e discutere di alcuni problemi cruciali. Finora si sono tenute dieci Conferenze, ed oggi siamo qui riuniti, in Nuova Delhi, per dare inizio all’undicesimo I.I.P.C.O.

In secondo luogo, colgo questa opportunità per informarvi su ciò che di nuovo sta avvenendo in Cina e anche sulle recenti attività del Partito Comunista Cinese. La crisi finanziaria che ha avuto origine negli Stati Uniti l’anno scorso ha pesantemente coinvolto l’economia e la vita dei paesi di tutto il mondo. A causa dei contraccolpi negativi di questa crisi il 2009 è stato l’anno più difficile, dall’inizio del 21° secolo, per lo sviluppo economico della Cina.


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